LA BIBLIOTECA DEL DIFENDERE LA VERA FEDE
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QUESTO FORUM E' CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO... A LUI OGNI ONORE E GLORIA NEI SECOLI DEI SECOLI, AMEN!
 
Innamoriamoci della Sacra Scrittura! Essa ha per Autore Dio che, con la potenza dello Spirito Santo solo, è resa comprensibile (cf. Dei Verbum 12) attraverso coloro che Dio ha chiamato nella Chiesa Cattolica, nella Comunione dei Santi. Predisponi tutto perché lo Spirito scenda (invoca il Veni, Creator Spiritus!) in te e con la sua forza, tolga il velo dai tuoi occhi e dal tuo cuore affinché tu possa, con umiltà, ascoltare e vedere il Signore (Salmo 119,18 e 2 Corinzi 3,12-16). È lo Spirito che dà vita, mentre la lettera da sola, e da soli interpretata, uccide! Questo forum è CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO e sottolineamo che questo spazio non pretende essere la Voce della Chiesa, ma che a Lei si affida, tutto il materiale ivi contenuto è da noi minuziosamente studiato perchè rientri integralmente nell'insegnamento della nostra Santa Madre Chiesa pertanto, se si dovessero riscontrare testi, libri o citazioni, non in sintonia con la Dottrina della Chiesa, fateci una segnalazione e provvederemo alle eventuali correzioni o chiarimenti!
 
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R.Ugo Benson L'Amicizia di Cristo

Last Update: 3/23/2017 2:55 PM
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ROBERTO UGO BENSON


L'AMICIZIA DI CRISTO



Visto: nulla osta alla stampa

SAC. PAOLO GUERRINI, Censore EcclesBrixiae, 7 maii 1931

Imprimatur + AEM. BONGIORNI, Vescovo


Le pagine seguenti contengono in forma abbreviata delle prediche fatte a Roma, nella Chiesa di S. Silvestro in Capite, l'anno 1911. Alcune di esse furono anche fatte nella Chiesa Carmelitana a Kensington il 1910; e tutte, più altre, nella Chiesa della Madonna di Lourdes a New York, il 1912. L'autore si scusa della forma, veramente troppo serrata, in cui vengono stampate; ma egli ha cercato di suggerire, piuttosto che sviluppare i pensieri di cui tratta.         


[NOTA DELL'AUTORE].


***

QUESTO È IL MIO AMICO (1)


Voglio dirvi com'io ho fatto la Sua conoscenza.

Avevo sentito parlar assai di Lui, ma non ci facevo caso.

Mi mandava ogni giorno dei regali, ma non Lo ringraziavo mai.

Mi parve più d'una volta che desiderasse la mia amicizia, ma io restavo freddo.

Io ero senza casa, e disgraziato, e affamato, e ogni momento in pericolo;

ed Egli mi offriva ricovero, comodi, cibi, sicurezza; ma io Gli ero ingrato lo stesso.

Alla fine, Egli incrociò la mia strada, e, col pianto negli occhi, cercò dirmi: vieni a stare con me.

Voglio dirvi come ora mi tratta.

Colma tutti i miei bisogni.

Mi dà più di quanto oso chiedere.

Anticipa ogni mia necessità.

Mi supplica di chiedere sempre più.

Mai si ricorda della mia ingratitudine passata.

Mai mi respinge per le mie passate follie.

Voglio dirvi, anche, che cosa io penso di Lui.

Egli è tanto buono quanto è grande.

Il Suo amore è tanto vivo quanto vero.

È così prodigo nelle sue promesse, com'è fedele in mantenerle.

È geloso del mio amore, quanto Lo merita.

Io sono in ogni cosa il suo debitore, ma Egli mi comanda di chiamarlo Amico.


(1) Da un antico manoscritto.


 PARTE I


CRISTO NELL'INTIMO DELL'ANIMA

L'AMICIZIA DI CRISTO (IN GENERALE)


 «Non è bene per l'uomo, che resti solo». (Gen., II, 18).


  L'emozione dell'amicizia è uno dei più potenti e misteriosi istinti umani.


   I filosofi materialisti si compiacciono di richiamare le più profonde emozioni - arte, religione, romanzo -  semplicemente alle sorgenti carnali, agli istinti della propagazione o sostentazione della vita fisica; ma allorché si tenta una classificazione della infinita varietà di relazioni fra uomini e uomini, donne e donne, oppure fra uomini e donne, relazioni che vanno sotto il comune appellativo di amicizia, ci si avvede che anche in questa esperienza imperfetta e irrazionale, la filosofia materialista viene a fallire completamente. Non è già una manifestazione del sesso, poiché David può gridare a Ionathan: «Il tuo amore per me era meraviglioso, sorpassava l'amore delle donne»; non è una simpatia che sgorga da comuni interessi, perché fra un pazzo ed un saggio si può stabilire un legame di amicizia saldo almeno quanto quello che unisce due sapienti o due pazzi; non è una relazione basata sopra uno scambio d'idee, perché le più profonde amicizie prosperano meglio nel silenzio che nella parola. «Nessuno è veramente mio amico, dice Maeterlinck, fino a che non abbiamo imparato a starcene in silenzio, stando insieme».

   È dunque un legame potente, misterioso, destinato a germogliare fino a che rimane fedele alle leggi del suo sviluppo, fino a che raggiunge un grado di passione ben lontano da quello dell'ordinaria relazione fra i sessi. E dacché si sia reso indipendente dagli elementi fisici e pur necessari a fomentare l'amore tra moglie e marito, sotto certi aspetti esso può misteriosamente elevarsi ben più in alto del livello determinato da quegli elementi stessi: non conquista nulla, non produce nulla, sacrifica tutto.


   Ed anche dove il motivo soprannaturale è apparentemente assente, può proiettare sul piano di natura molto più luminosamente che non faccia l'amore sacramentale, le caratteristiche della divina carità.

   Nella sua sfera anch'egli «soffre tutto, crede tutto, spera tutto, non chiede nulla... non si gonfia» (I Cor., XIII). È il sale del matrimonio perfetto, ma può esistere anche senza il sesso; può prendere il suo posto fra le altre supreme conquiste dell'esperienza umana, arte, cavalleria e persino religione, senza essere indegna di tale compagnia.

   D'altro lato, difficilmente si trova altra esperienza più di questa soggetta ad illusioni. Deifica le bestie ed è sconcertata se le trova, dopo tutto, fra gli uomini. Quando l'amico mi abbandona durante una crisi, o quando io abbandono l'amico, difficilmente si prova nella vita una amarezza così amara. Ed ancora: mentre l'amicizia si circonda di un'aureola di eternità e sembra trascendere qualsiasi limite naturale, ben difficilmente può rinvenirsi un'emozione così apertamente esposta ai capricci del tempo. Stringiamo le amicizie ma ne viviamo al di fuori. Si potrebbe dire che a noi uomini non viene meno la facoltà dell'amicizia, a patto però di procurarci continuamente nuovi amici: precisamente come avviene in materia di religione in cui, poco a poco, attraverso la rappresentazione di immagini e idee inadeguate del divino che momentaneamente adoriamo e che poi dobbiamo sostituire con altre, ci avviciniamo alla cognizione del vero Dio. Io non potrò mai conoscere cosa sia la vera fanciullezza se non per via di esclusione delle cose fanciullesche.

   Siamo in presenza allora di una di quelle tremende passioni che mentre si cibano di cose terrestri ne rimangono insoddisfatte, che, mentre bruciano non si consumano mai, -  una di quelle passioni che creano la storia, e perciò guardano sempre al futuro e mai al passato, -  una passione che più delle altre -  poiché è impossibile risolvere il suo desiderio fra le cose terrene - si volge direttamente nell'eternità come al luogo di pace e nel divino Amore come alla quiete delle sue umane necessità. Non esiste che questa intelligibile spiegazione del perché i desideri che essa genera debbono restare insaziati; non vi è che una suprema amicizia a cui tendono tutte le amicizie terrene, un solo Ideale in cui noi troviamo perfettamente e completamente ciò che ammiriamo in tipo e in ombra sul volto dei nostri amanti mortali.

   I. - È insieme il privilegio e il peso dei cattolici, che essi possano conoscere così bene Gesù Cristo. È il loro privilegio, perché una cognizione illuminata della Persona, degli attributi e delle opere del Verbo Incarnato, è sapienza infinitamente più vasta che tutto il resto delle altre scienze messe insieme. Conoscere il Creatore è cosa infinitamente più nobile che conoscere la sua Creazione. Tuttavia è un peso, perché lo splendore di questa sapienza è sì abbagliante che può accecare circa il valore intrinseco dei suoi particolari. Il raggio della Divinità per chi lo contempla può essere così folgorante da disorientarlo verso l'umanità. L'unità del legno scompare nella perfezione degli alberi.

   Nonostante la vera scienza dei misteri della fede, nonostante la vera cognizione di Gesù Cristo come loro Dio, loro Sommo Sacerdote, Vittima, Profeta e Re, i cattolici, più che gli altri, dimenticano con facilità che Egli trova le Sue delizie nello stare tra i figli degli uomini più che a dominare i Serafini; che mentre la sua Maestà lo colloca sul trono del Padre, il Suo Amore lo fa discendere nel pellegrinaggio terreno; che la Sua Potenza trasforma i servi in amici. Ad esempio, le anime devote si lamentano spesso della loro solitudine nel mondo. Pregano, frequentano i Sacramenti, fanno tutto ciò che possono per adempiere i loro doveri di cristiani; e quando tutto è compiuto si ritrovano solitarie. Non si può dare una prova più chiara della loro deficienza a capire, una buona volta, le grandi finalità dell'Incarnazione. Adorano Cristo come Dio, si cibano di Lui nella Comunione, si purificano nel Suo Sangue prezioso, pensano al giorno in cui Lo con­templeranno come loro Giudice; eppure nessuna o quasi nessuna esperienza hanno di quest'intima conoscenza, di questa compagnia con Lui.

   Desiderano, cercano qualcuno che possa stare al loro fianco e al disopra di loro, che non semplicemente addolcisca la sofferenza ma che sappia con esse soffrire, qualcuno a cui rivelare in silenzio quei pensieri che nessuna parola può ridire. Ed esse non sanno capire che questo è veramente il posto in cui Gesù Cristo desidera stare, che il desiderio più acuto del suo Sacro Cuore è che Egli possa assidersi non semplicemente sul trono del cuore o nel tribunale della coscienza, ma, e sopra tutto, nel nascondiglio segreto dell'anima ove l'uomo è veramente se stesso, e perciò veramente solo.

   Guardate com'è pieno il Vangelo di questo desiderio di Gesù Cristo! Fu quello certamente un istante grandioso quando d'entro l'Umanità balenò Dio nella gloria - istante in cui le stesse vestimenta che indossava s'incendiarono radianti nella Sua Divinità. Erano momenti di Divina energia quando gli occhi bendati si aprivano per l'increato alla luce creata, quando le orecchie chiuse agli strepiti del mondo si dissigillavano per udire la sua voce Divina, quando i morti spezzavano le loro tombe per fissarsi in Lui che aveva dato loro il primo soffio e adesso li richiamava alla vita.

   E fu un solenne e tremendo momento quello quando Dio si inoltrò solo con Dio nel deserto o nel giardino, quando attraverso le labbra dell'umanità desolata Dio gridò: «Perché mi hai abbandonato?». Ma il Vangelo ci parla sopratutto della Sua Umanità; un'Umanità che si richiama alla sua natura; un'Umanità non soltanto dimostrata ma specificata sotto tutti i punti di vista, come la nostra. «Or Gesù amava Marta, la sua sorella Maria e Lazzaro» (Ioh., XI, 5) «Gesù, guardandolo, lo amò» (Mc., X, 21). Lo amò: ma era una emozione ben distinta dal divino amore con cui ama tutte le cose che ha creato, lo amò perché rispecchiava in modo perfetto un ideale e non per il semplice fatto che egli esisteva come altri della sua natura; lo amò come io amo il mio amico e come il mio amico mi ama.

   Sono questi probabilmente i momenti che: più di tutti gli altri hanno reso amabile Cristo all'umanità, -  momenti nei quali Egli rivelava se stesso così realmente come uno di noi. Quando Egli sarà «sollevato» -  non nella gloria della Divinità trionfante, ma nella vergogna dell'Umanità percossa, -  allora ci trarrà tutti a Se.

   Leggendo le sue opere portentose noi ci rendiamo consapevoli dei nostri doveri di timore e di adorazione; ma quando leggiamo che Egli affaticato si riposava all'ombra mentre i suoi amici andavano a cercar vivande, quando nel Giardino, Egli si rivolge in un agonizzante rimprovero a coloro da cui aveva sperato un conforto: «E che? Non potevate vegliare neanche un'ora con me?»; quando Egli salutava ancora una volta e fu l'ultima, usando il sacro nome, colui che ormai aveva prevaricato per sempre: «Amico, e perché sei venuto?» (Mt., XXV, 50) noi veniamo a conoscere ciò che riesce a Lui più gradito di tutte le adorazioni di tutti gli angeli nella gloria: tenerezza, amore e compassione -  emozioni a cui ha diritto solo l'amicizia.

   Or bene, Gesù Cristo, ancora una volta attraverso la Scrittura, parla a ciascuno di noi, e non solo per accenni ed allusioni, ma apertamente dichiara di voler essere il nostro amico. Egli traccia per noi un piccolo quadro: una casa solitaria verso notte e Lui al di fuori che picchia alla porta e attende un intimo convivio: «E se qualcuno verrà ad aprire -  (qualcuno!) -  Io vi entrerò ed lo cenerò con lui ed egli con Me» (Apoc., III, 20). «Io non vi chiamerò più servi...; poiché io vi ho chiamato amici» (Ioh., XV, 15). Altrove Egli promette la sua continua presenza, a dispetto delle apparenze, a coloro che hanno imparato a conoscere i suoi desideri. «Quando due o tre si raccoglieranno nel mio nome, Io sarò in mezzo a loro» (Mt., XVIII, 20). «Ecco, io sono con voi tutti i giorni» (Mt., XXVIII, 20) e «Ciò che avrete fatto ad uno dei miei amici, l'avrete fato a me» (Mt., XXV, 40).

   Se c'è una cosa chiara nel Vangelo è precisamente questa, che Gesù Cristo desidera la nostra amicizia. Egli rimprovera il mondo non già perché il Salvatore venne per coloro che si vogliono perdere ed essi invece fuggirono lontano da Lui a inabissarsi ancora più profondamente, non già perché il Creatore si abbassò fino alla creatura e la creatura Lo rigettò, ma perché l'Amico «venne fra i suoi, ed essi non Lo accolsero» (Ioh., I, 11).

   La consapevolezza dell'amicizia di Gesù Cristo è il vero segreto che ha fatto i Santi. Gli uomini ordinari possono vivere una vita ordinaria, con piccola o non aperta diffidenza verso Iddio, e per cento secondi motivi. Noi accettiamo i comandamenti perché vogliamo entrare alla Vita; noi confessiamo i peccati perché vogliamo evitare l'inferno; noi combattiamo contro lo spirito del mondo perché vogliamo esigere il rispetto dal mondo. Ma nessuno potrà procedere di tre passi sulla via della perfezione, se Gesù Cristo non gli cammina accanto. Ed è questo infatti che distingue la vita del Santo -  e che dà a lui un'apparenza grottesca -  (e che cosa è più grottesco all'occhio del mondo incapace d'idealità che l'estasi dell'amante?). Il senso comune non ha mai reso nessuno pazzo, poiché esso, si pensa, caratterizza la sanità; tuttavia il buon senso non ha mai tentato la scalata di montagne e molto meno le ha gettate in mezzo all'oceano. Ma è la gioia «folle» della consapevole compagnia di Cristo che ha generato gli amanti, e perciò i giganti della storia. È stata la crescente amicizia di Gesù Cristo e la passione che ha ispirato queste vite che il mondo nel suo sciocco linguaggio chiama innaturali, mentre la Chiesa in ogni sua espressione le definisce soprannaturali.

   «Questo Sacerdote, -  esclamava S. Teresa in uno dei momenti più confidenziali col suo Signore -  questo Sacerdote è veramente la persona adatta per essere nostro amico».

 

   II. - Si deve però notare che se l'amicizia che corre fra Cristo e l'anima da una parte si può assomigliare all'amicizia che esiste fra uomo e uomo, ciò non è possibile sotto un altro punto di vista. Certamente esiste un'amicizia tra noi e l'Anima di Lui; ma questa Sua Anima è congiunta alla Divinità. Perciò un'amicizia individualistica, singola, non può esaurire tutte le Sue capacità. Egli è Uomo, e non solamente un Uomo: Egli è il Figlio, più che un Figlio d'uomo; Egli è l'Eterna Parola per cui tutte le cose furono fatte e sono conservate...

   Attraverso innumerabili vie Egli giunge a noi, ed è la stessa Figura che avanza su ciascuna di esse. Non basta conoscerLo interiormente: se le nostre relazioni con Lui sono quali Egli le desidera, è necessario comprenderLo in tutte quelle attività e manifestazioni con cui Gli è gradito rivelarsi. Chi Lo conosce soltanto come Guida e Compagno interiore, per quanto ciò possa essere amabile e adorabile, ma non Lo conosce nel Santo Sacramento, chi sente il cuore bruciarsi mentre sulla via cammina con Gesù, ma ha gli occhi serrati dacché non Lo ravvisa nella frazione del pane, conosce solo una fra diecimila perfezioni. E ancora, chi Lo chiama Amico nella Comunione, ma ha una devozione così circoscritta e così misera che non Lo percepisce nel Corpo mistico ove dimora e donde parla al mondo (infatti chi è solo un «devoto», un individualista, non può percepire la Religione come società vera essenza del Cattolicesimo); oppure, chi pur conoscendoLo attraverso queste vie non Lo vede o nel Suo Vicario o nel Suo Sacerdote, o nella Sua Madre, od anche chi conoscendoLo così (vale a dire chi è secondo il linguaggio comune, un «perfetto Cattolico») non vuol concedere il diritto al peccatore di domandar perdono o al povero di chiedere l'elemosina in Suo nome; chi Lo riconosce solo in circostanze sensazionali ma non in quelle tristi, chi elargisce prodigalmente la sua carità al primo povero che supplica in onore di Cristo ma rifiuta di rinvenirLo in un ripugnante scimunito; coloro, in una parola, che conoscono Cristo solo in uno o due o tre o più aspetti, ma non in tutti, (almeno in tutti quelli di cui Egli ha esplicitamente parlato) non potrà mai innalzarsi all'intimità ed alla conoscenza di questo Amico ideale come Egli desidera ed ha dichiarato essere nella nostra possibilità l'arrivarvi.

   Consideriamo dunque l'amicizia di Cristo sotto alcuni di questi aspetti.

   Noi non possiamo vivere senza di Lui perché Egli è la Vita. È impossibile giungere al Padre senza di Lui perché Egli è la Via. È stolto affannarsi per la ricerca della verità se prima non arriviamo al possesso di Lui. Le più sacre esperienze della vita ci sono sbarrate se la Sua amicizia non le santifica. Il più santo amore è oscuro se non s'incendia nella Sua ombra. L'affetto più puro -  quell'affetto che unisce a me il desideratissimo fra i miei amici -  è una contraffazione, un'usurpazione se io non amo il mio amico in Cristo, se Egli, l'Ideale, l'Assoluto Amico, non formi il personale vincolo che ci unisce.




[Edited by Caterina63 3/23/2017 2:40 PM]
E' tornato Camilliblog19125 pt.10/19/2019 5:59 PM by Monza72
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L'AMICIZIA DI CRISTO (INTERIORE)


«Non è bene per l'uomo, che resti solo».


(Gen., II, 18).


 


   A prima vista sembra inconcepibile che una relazione, la quale con qualche realtà possa essere chiamata amicizia, sia possibile fra Cristo e l'anima. Adorazione, dipendenza, obbedienza, servizio, ed anche imitazione, tutto ciò non è difficile immaginarlo; tuttavia se ricordiamo che Gesù Cristo prese un'anima umana proprio come la nostra, un'anima passibile di gioia e di dolore, aperta agli assalti della passione e della tentazione, un'anima che sentiva attualmente cosi l'abbattimento come l'estasi, - così la sofferenza nell'oscurità, come la gioia nella Chiarezza della visione -, come avviene precisamente a noi per fatto dogmatico appreso con fede, e per un fatto vitale provato con l'esperienza, una piena realizzazione della Sua amicizia ci sembra fuor di questione.


   Come nel caso delle persone ordinarie il piano della vera amicizia lega in comunione due anime, così avviene fra Cristo e l'uomo. La sua anima è il punto di contatto fra la sua Divinità e la nostra umanità. Noi riceviamo il Suo Corpo con le nostre labbra; noi prostriamo tutto il nostro essere dinanzi la Sua Divinità; ma noi abbracciamo la Sua Anima con la nostra.


 


   I. - In genere le amicizie umane s'iniziano da esterni ed insignificanti particolari. Ci viene dato notare una frase, udire un'inflessione nella voce, rilevare uno sguardo degli occhi, o un movimento nel camminare, e questa impercettibile esperienza ci sembra come un accenno di un nuovo mondo. Noi prendiamo quel piccolo evento come il simbolo dell'universo che vi è nascosto dietro; pensiamo allora di aver scoperta un'anima plasmata esattamente sulla nostra, un temperamento che o per la sua somiglianza con il nostro, ovvero per un armonioso contrasto si adatta con precisione per essere fatto nostro compagno. Comincia allora il processo dell'amicizia; noi mostriamo le caratteristiche che ci sono proprie ed esaminiamo le sue: pian piano c'imbattiamo in ciò che aspettavamo di trovare, e le nostre congetture si verificano; anch'egli segue lo stesso metodo fino a che si raggiunge quel punto (raggiunto nella maggioranza dei casi, quantunque, grazie a Dio, non in tutti), in cui, sia dopo una crisi, sia dopo un periodo di prova, ci avvediamo che ci si era ingannati fin dal principio, o che noi avevamo illuso l'altro o che il processo aveva terminato il suo svolgimento; l'estate è venuta ed è sparita, non ci san più frutti da raccogliere per nessuna delle due parti.


   La Divina Amicizia - la consapevolezza, cioè, del desiderio che Cristo ha del nostro amore e della nostra intimità, che ricambia con la Sua - generalmente comincia alla stessa maniera. Può essere l'accostarsi a un Sacramento che già si era ricevuto molte volte prima, può essere l'inginocchiarsi dinanzi alla Culla natalizia, o il seguire Nostro Signore per la via della Croce. Noi abbiamo fatto queste cose o praticate queste cerimonie doverosamente e amorosamente più e più volte; ma un giorno improvvisamente s'inizia per noi una nuova esperienza. Per la prima volta, riusciamo a comprendere, ad esempio, che il Santo Bambino stende, dalla paglia, le Sue braccia per stringere non solamente il mondo intero (e sarebbe, per Lui, abbastanza poco!), ma in modo particolare la nostra anima. Noi comprendiamo allorché il nostro sguardo si posa su Gesù, sanguinante e affaticato per la terza caduta, che ci domanda in una maniera del tutto particolare di sostenerlo, curvo sotto il Suo peso. Lo sguardo di quegli occhi divini s'incrocia con il nostro; si comunica da Lui a noi un'emozione o un messaggio che mai avevamo associato ad alcuna delle nostre relazioni con Lui. Il piccolo evento è stato felice! Egli ha picchiato alla nostra porta, e noi Gli abbiamo aperto. D'ora innanzi, pensiamo, Egli è nostro e noi saremo Suoi. Finalmente, diciamo a noi stessi, ecco l'Amico che avevamo vagheggiato così lungamente: ecco l'Anima che perfettamente ci comprende: l'unica Personalità da cui possiamo con sicurezza lasciar dominare la nostra. Gesù Cristo è balzato fuori da due mila anni, e sta vicino a noi; è disceso dal dipinto murale, s'è alzato dalla paglia della mangiatoia. Il mio Diletto è tutto mio ed io sono Suo.


 


   II. -  L'amicizia si è iniziata allora; comincia adesso il suo sviluppo. La perfetta amicizia sta essenzialmente in questo: che l'amico si rivela un altro completamente, abbandonando ogni riserva e mostrando se stesso quale veramente egli è.


 


   Il primo passo perciò della Divina Amicizia consiste nella rivelazione che Gesù fa di Se stesso. In questa fase della nostra vita spirituale, per quanto coscienziosa e retta questa vita possa essere stata, predomina un elemento di irrealtà. E’ verissimo che noi abbiamo obbedito, che abbiamo cercato di evitare il peccato, che ricevemmo la grazia, per poi riperderla e riacquistarla, che ci guadagnammo dei meriti e li perdemmo, che procurammo di fare il nostro dovere, che ci siamo sforzati di aspirare e di amare. Tutto ciò è reale dinanzi a Dio. Ma ciò non è stato realtà per noi stessi. Abbiamo detto preghiere? Certo, ma abbiamo pregato poco. Abbiamo meditato, ci siamo proposti dei punti e su questi abbiamo riflettuto, preso delle determinazioni, concluso; ma l'orologio c'era posto dinanzi per segnare il nostro cammino, per paura che troppo meditassimo a lungo. Ma dopo questa nuova e meravigliosa esperienza tutto è cambiato. Gesù Cristo comincia a mostrarci non solamente le perfezioni del Suo passato, ma le glorie della Sua presenza. Egli comincia a vivere dinanzi ai nostri occhi; strappa lungi da Sé quelle convenzionalità di cui la nostra immaginazione l'aveva ricoperto; Egli vive, si muove, parla, si agita, si volge in questo o in quell'altro modo dinanzi a noi, rivela, segreto dopo segreto, quel ch'è nascosto nella Sua umanità; in tutta la nostra vita, abbiamo studiate le sue azioni; abbiamo ripetuto il Credo del cattolico, assimilato tutto ciò che la teologia ci diceva. Ora dalle conoscenze su Lui c'inoltriamo alla conoscenza di Lui.


   Cominciamo a comprendere che la Vita Eterna principia in questo istante perché questa è «conoscere Te, solo vero Dio, e Gesù Cristo che Tu hai mandato» (Ioh., VI, 3). Il nostro Dio diviene il nostro Amico.


   D'altra parte Egli domanda da noi, ciò che Egli stesso ci offre. Se Egli si denuda dinanzi ai nostri occhi, può ben reclamare che da noi si faccia altrettanto. Come nostro Dio conosce ciascun istante del nostro passato in cui sviammo dalla Sua obbedienza: ma come nostro Amico aspetta che Gliela diciamo.


   È approssimativamente esatto il dire che la differenza della linea di condotta riguardo a chi si conosce e riguardo a un amico, consiste in ciò che nel primo caso si è tentati a celare noi stessi e presentare un gradevole e conveniente profilo del nostro carattere, ad usare un linguaggio falsato, a condurre una conversazione da corteggiatori; mentre nel secondo caso noi lasciamo da parte qualsiasi convenzionalità e artificio e cerchiamo di esprimerci quali realmente siamo e non come vorremmo che i nostri amici pensassero di noi.


   Questo si richiede da noi nella Divina Amicizia. Finora Nostro Signore si è contentato di ben poco; ha accettato una minima offerta della nostra ricchezza, un'ora del nostro tempo, pochi pensieri, poche emozioni offerti a lui in religiosa comunicazione e adorazione. Egli ha accettato queste cose invece di noi stessi. D'ora innanzi chiede che tutte queste convenzionalità abbiano a cessare, che noi interamente ci apriamo con Lui, che ci mostriamo quali realmente siamo, che dimentichiamo, in una parola, queste meschine parvenze e cortesie per essere del tutto reali.


   E si può asserire con verosimiglianza che ogni volta in cui l'anima si crede illusa o disingannata nella Divina Amicizia, ciò non dipende dal fatto che ella attualmente ha tradito ed offeso il suo Signore o trascurato di corrispondere alle sue richieste, ma da ciò che ella non lo ha trattato veramente da Amico; non ha avuto abbastanza coraggio per adempiere la categorica imposizione di ogni vera amicizia che consiste sopra tutto in una completa e sincera schiettezza con Lui. È molto meno ingiurioso per l'amicizia dire francamente: «Io non posso fare ciò che tu richiedi da me perché sono un codardo», che scusarsi con eccellenti ragioni onde non farlo.


 


   III. - Parlando senza ambiguità, allora; questa è la via che deve percorrere la Divina Amicizia. Noi dovremo considerare in seguito particolarmente i vari eventi ed incidenti che la caratterizzano. È un'immensa consolazione rammentare che non c'è difficoltà che non sia stata precedentemente esperimentata da altre anime. La via del Divino Amore è stata percorsa e ripercorsa ormai mille volte. Ed è utile riflettere, prima di procedere innanzi, che dal momento che esiste fra due anime un'amicizia, seguirà in sommo grado le linee regolari di ogni altra amicizia.


   Vi sono in essa dei momenti di così sorprendente beatitudine, nella Comunione o nella preghiera -  momenti in cui essa ci appare (come è realmente) la suprema esperienza della vita -; momenti in cui l'essere si agita e si trasfonde nell'amore, quando il Sacro Cuore non è più solo un oggetto di adorazione ma qualche cosa che vibra e che palpita sul nostro; quando le braccia dello Sposo sono intorno a noi e i suoi baci sulle nostre labbra... Vi sono periodi di tranquillo e perseverante fervore, di un affetto al tempo stesso potente e ragionevole, di una valutazione e ammirazione che sazia l'intelletto e la volontà, nonché le parti sensitive od emozionali della nostra natura. Vi sono periodi poi - mesi od anni - di squallore e di aridità; periodi in cui ci sembra quasi aver bisogno di pazienza con il nostro Divino Amico; circostanze in cui Egli sembra trattarci con freddezza e indifferenza. Saranno questi i momenti in cui bisognerà usare tutta la lealtà che abbiamo per non allontanarLo come volubile e ingannatore. Sorgeranno allora malintesi, tenebre, oscurità.


   Ma, passando il tempo e superando queste crisi poco a poco, noi vedremo consolidarsi questa convinzione, e torneremo per primi ad abbracciare il nostro Amico. Perché questa è l'unica Amicizia in cui una illusione definitiva è impossibile, ed Egli è l'unico Amico che non può tradire. Questa è l'unica Amicizia per la quale noi non ci umilieremo mai abbastanza, non ci apriremo mai troppo, non offriremo mai all'intime confidenze e dedizioni troppo grandi sacrifici. E sono perfettamente giustificate le espressioni di uno de' Suoi più grandi intimi, allorché parlava di quest'Amico e di quest'Amicizia: «Dinanzi a Lui bisogna calcolare ogni acquisto come perdita» e: «tutto deve essere estimato come sterco dacché io debbo guadagnare Cristo» (Phil., III, 8).


 


LA VIA PURGATIVA


 


«Mondami da ogni mia iniquità» (Ps., I, 44).


 


    La tappa iniziale dell'Amicizia con Gesù Cristo, ordinariamente è d'una sorprendente felicità; perché l'anima ha trovato per la prima volta un compagno la cui simpatia è perfetta, la cui presenza è perenne. E ciò non per il fatto che l'anima, necessariamente, in ogni istante si preoccupi di questo nuovo intimo, quanto perché mai lo può dimenticare completamente. Quantunque essa accudisca alle ordinarie faccende con quella stessa diligenza di prima, tuttavia la dolce realtà che Egli è presente nel mezzo di lei, non può mai essere totalmente obliata. Egli è come la luce del sole o la brezza che illumina, rinvigorisce e ispira tutto ciò ch'essa va esperimentando.


   A volte a Lui si rivolge con due o tre parole; a volte Egli stesso le parla soavemente. Essa valuta tutto ciò che vede dal punto di vista di Lui, o piuttosto dalla sua posizione in Lui; tutte le cose amabili si rendono ancora più amabili a cagione dell'amabilità di Lui; le cose spiacevoli sono meno tormentose perché Egli le addolcisce: nulla è indifferente, perché Egli è presente. Quand'ella dorme, il suo cuore vigila accanto a Lui.


   Questa è soltanto la fase iniziale dello sviluppo ed è tuttavia dolcissima perché è nuova. L'anima però ha già constatato un fatto sorprendente, quantunque sia ancora all'inizio. Dinanzi a lei si apre una via che ha per termine la visione beatifica. Ma prima che la méta possa essere toccata vi sono innumerabili tappe da superare. Infatti l'amicizia appena cominciata non può essere una fine in sé stessa. Perciò il desiderio di Cristo è di superare al più presto questa prima fase; ma per superarlo non basta soltanto il Suo desiderio. L'anima deve essere educata, purificata, mondata così perfettamente da poter congiungersi con Lui senza che vi sia ostacolo per la Sua grazia. Ella prima deve essere purgata, poi illuminata, prima spogliata di sé stessa poi adornata dei Suoi favori; solo così sarà resa capace dell'unione finale.


   Queste due fasi sono chiamate rispettivamente dagli scrittori spirituali la Via della Purgazione e la Via della Illuminazione; ora noi ci occupiamo della Via della Purgazione.


 


   I. - Innanzi tutto, come si è detto, l'anima trova una gioia straordinaria in quelle cose esterne che sono santificate con la presenza di Cristo e sopra tutto in quelle cose che si connettono con la Sua grazia. Per esempio, un'anima iniziata a questa Amicizia, un'anima che forse di recente è entrata nella Chiesa Cattolica, convertendosi, o che per la prima volta volutamente e pensatamente si sia risvegliata alla gloria del Cattolicismo, oppure a una forma imperfetta di Cristianesimo, qualunque insomma sia il sistema con il quale Cristo le si è avvicinato, prova un'incontenibile gioia anche nel più superficiale elemento di questo sistema. L'organamento umano della Chiesa, i suoi metodi, la sua forma di culto, la sua musica, la sua arte, tutte queste cose costituiscono per l'anima un insieme celestiale e divino.


   E spessissimo il primo indice rivelatore che la Via della Purgazione è intrapresa, riposa nella consapevolezza che si è all'inizio di quell'esperienza che il mondo chiama Disinganno. Esso può giungere per una dozzina di vie differenti.


   Ad esempio, l'anima può trovarsi faccia a faccia con qualche catastrofe del mondo esteriore, può imbattersi in qualche sacerdote indegno, in una comunità scissa, in qualche scandalo della vita cristiana, magari proprio nella sfera dove Cristo a lei sembrava sommo. Pensava che la Chiesa doveva essere perfetta, perché era Chiesa di Cristo, o il sacerdozio immacolato perché era secondo l'Ordine di Melchisedech; ed invece s'accorge, con suo spavento, che c'è un lato umano in queste cose associate sulla terra con la Divinità. Forse il disinganno può giungere sotto forma di culto. La novità comincia a scomparire, e la dolcezza dell'intimità non ha neppure tempo a formarsi; e allora l'anima trova che tutte queste cose le quali sembravano direttamente connesse con il suo Amico sono cose esteriori, temporanee e transitorie.


   Il suo amore per Cristo era così immenso che aveva impreziositi questi elementi materiali comuni a lei e a Lui; adesso, però, la doratura comincia a brunirsi, e ci si accorge che quelle cose dopo tutto erano anch'esse di terra. Ad un più bruciante e immaginoso Amore risponde ora una più acuta disìl1usione.


   Questa è ordinariamente la prima tappa della Purgazione; l'anima comincia a disingannarsi circa gli obietti terreni, e trova che comunque i Cristiani possano essere, non sono, dopo tutto, Cristo.


   Si presenta allora il primo pericolo; non c'è infatti procedimento di purificazione che non racchiuda una certa potenza dissolvitrice; e allora se l'anima è superficiale, amerà l'Amicizia di Cristo (come è stata) unitamente a quei piccoli doni ed attrattive con i quali Egli la sedusse e le piacque. Vi sono nel mondo delle anime randagie che sono cadute a questa prova; anime che hanno scambiato un romanzo umano per amore spirituale, che hanno voltato le spalle a Cristo appena Questi nascose i suoi ornamenti. Ma se un' anima ha maggior consistenza, avrà imparato la sua prima lezione: che la Divinità non si ritrova nelle cose terrene, che l'amore di Cristo è qualche cosa di più profondo dei ninnoli che Egli regala al Suo nuovo Amico.


 


   II. -  La seconda tappa della Purgazione consiste in quello che in un certo senso può essere chiamato il disinganno delle cose divine. L'aspetto terreno è mancato all'anima o piuttosto è caduto di fronte alla realtà; ora sembra che cominci a mancarle anche l'aspetto divino. Una frase brillante del Faber descrive bene un elemento di questo disinganno, la «monotonia della pietà».


   Presto o tardi accade che comincia a diventar noioso non solo il badare agli elementi esterni della Religione, -  musica, arte, liturgia - o agli elementi esterni della vita terrena - compagnia di amici, affari, relazioni - cose che all'inizio della Divina Amicizia sembravano attraenti per l'amore di Cristo, ma si comincia a trascurare anche la loro parte centrale, la loro vera essenza. Per esempio, gli attuali esercizi di preghiera diventano noiosi; il brivido della meditazione, così squisito dapprima, quando la meditazione consisteva in uno sguardo fisso negli occhi di Gesù, sminuisce le sue vibrazioni. I sacramenti i quali agiscono, (come l'è stato insegnato) ex opere operato (vale a dire conferiscono la grazia indipendentemente dall'azione dell'anima), diventano pesanti e monotoni e, per quanto essa può scorgere, non adempiono le loro promesse. Quelle stesse cose che erano intese come aiuto sembrano mutarsi in carichi addizionali.


   Oppure Essa pone il suo cuore, per così dire, in qualche grazia o favore, in qualche positiva perfezione che le deve essere conferita, ed essa lo sa bene, dalla volontà del suo Amico; prega, agonizza, si sforza, si difende e non c'è una voce, non c'è alcuno che risponda. Le tentazioni diventano quello che non erano mai state; la sua natura umana, essa se ne accorge, non è cambiata. Ha pensato che la sua nuova amicizia con Cristo avesse alterato una volta per sempre l'antica sé stessa, insieme alle sue relazioni con Lui; ed ecco!, ella è la stessa di prima. Cristo l'ha castigata, così almeno sembra, con le promesse che Egli non può o non vuole adempiere. Anche in quelle stesse cose per cui l'anima fidava completamente in Lui, in quelle stesse sfere in cui Egli deve essere ovviamente supremo, Egli non si mostra più per lei quello che era prima che lo conoscesse così intimamente.


   Pertanto questo periodo è di gran lunga più pericoloso del precedente; perché mentre è relativamente facile distinguere fra Cristo, e, sia lecito dire, la musica ecclesiastica, non è altrettanto agevole stabilire una distanza fra Cristo e la grazia, o meglio fra Cristo e ciò che la grazia dovrebbe essere e fare secondo la nostra fantastica concezione.


   Ecco il primo pericolo di perdere gradatamente la fermezza nella religione durante un lungo periodo di scoraggiamento; di rivolgerci con amari rimproveri all'Amico silenzioso che non risponderà: «Io ho avuto fiducia in Te; io ho creduto in Te; mi illudevo di aver trovato finalmente il mio amante. Ed ora anche Tu, come tutti gli altri, mi hai abbandonato». Un'anima come questa passa sovente in uno scoppio di risentimento e di sfiducia o a qualche altra religione (a qualche moderna sciocchezza che promette un facile e possibile ritorno alle cose spirituali) o ricade in quello stato in cui era prima che conoscesse Cristo. (Bisogna tener presente che l'anima, una volta che abbia conosciuto Cristo, non avrà più la calma di chi non l'ha conosciuto mai).


   Resta ancora uno stato più oltraggioso e innaturale di qualsiasi altro: lo stato di un cristiano cinico e «disilluso».


   «Sì, anch'io» egli dice a qualche anima ardente, «anch'io ero una volta come tu sei. Anche io, nel mio giovanile entusiasmo, mi pensavo di aver trovato alfine il segreto. Ma col tempo anche tu diventerai pratico. Anche tu comprenderai che non si deve confondere: un romanzo non è la fede. Diverrai ordinario e positivo come me... Sì, tutto è profondamente misterioso. Forse e dopo tutto, l'esperienza è l'unica verità che valga».


   Sì, se tutto va bene: ma se l'anima è ancora abbastanza forte da attaccarsi a ciò che ormai è solo una memoria, se confida che una iniziazione a così meravigliose bellezze com'erano le sue quando contrasse per la prima volta l'Amicizia con Cristo, non può, nel risultato finale, condurre all'aridità, al cinismo, alla desolazione; se può gettare il grido che è meglio stare inginocchiata per l'eternità sulla tomba di Gesù sepolto che tornare indietro e mischiarsi nelle vie del mondo, allora essa quando finalmente Gesù risorgerà di nuovo (come Egli fa sempre) imparerà una nuova lezione; vale à dire che essa non Lo potrà incontrare sulle vecchie vie perché Egli «non è ancora asceso al Padre» e che, in una parola, l'oggetto della religione consiste in ciò che l'anima serva il suo Dio, e non che Iddio serva l'anima.


 


   III. -  Prima che la Via della Purgazione sia completamente terminata, si deve superare ancora un terzo periodo. L'anima ha appreso che le cose esterne non sono Cristo; che le cose intime non sono Cristo; si è «disillusa» dapprima con la cornice del quadro, poi con il quadro stesso, senza che peraltro potesse toccare l'originale. Ora deve imparare l'ultima lezione, cioè divenire disillusa di sé stessa.


   Fin qui aveva ritenuto che per quanto si sentisse debole ed umile, vi era in lei tuttavia qualche cosa che attirò lo sguardo di Cristo. In seguito fu tentata a pensare che Cristo si fosse dimenticato di lei; invece adesso impara che fu lei, in grazia a quel suo infantile amore, a trascurare Cristo: essa si è liberata di tutto ciò che la ricopriva, dei suoi ornamenti e dei suoi abiti; le rimane ancora di spogliarsi di sé medesima affinché possa essere quella specie di discepolo che Egli la desidera.


   In questo terzo periodo, dunque, ella comincia a conoscere la sua ignoranza e il suo peccato ed insieme a conoscere tutto ciò che deve essere incompatibile con la sua ignoranza e col suo peccato: l'allettante egocentrismo e la compiacenza di se stessa. Finora ella ha pensato a possedere Cristo, a trattarLo come Amante e come Amico, ad afferrarLo, a FarLo tutto Suo.


   I suoi primi errori si originarono appunto da questo; adesso impara che non solo deve spogliarsi di tutto ciò che non sia Cristo, ma deve abbandonare Cristo medesimo, - lasciare cioè, un così energico possesso di Lui, e contentarsi invece di essere completamente avvinta e sostenuta da Lui. Appena possiede un brano di sé, essa tenterà di riallacciare mutue amicizie, di donare una frazione almeno di ciò che riceve. Deve perciò affrontare la realtà che Cristo deve dare tutto ed essa senza di Lui nulla, poiché non ha nessun potere se non quello che riceve da Lui. Ciò che finora le aveva recato danno, (comincia ora ad accorgersene), non era tanto che faceva o non faceva questo o quello, che si attaccava a questo o a quello... quanto che pensava più a conquistare che ad essere conquistata, ad essere sopratutto se stessa e questo essere se stessa è stata la causa principale per cui non si è perduta totalmente in Cristo. Ha cercato di superare i sintomi del male, ma non ha toccato il male con il dito. Quindi impara per la prima volta che in lei non vi è alcun bene che non provenga da Cristo, ch'Egli deve essere tutto, ed ella niente.


   Se un'anima è arrivata a tal punto è ben difficile che l'orgoglio possa essere causa della sua rovina. Quella conoscenza di sé che ha acquisito è un vero rimedio per ogni ulteriore reale compiacenza; essa semplicemente si è accorta di quanto sia dispregevole. Tuttavia ci sono altri pericoli che la ostacolano, e uno di questi può essere l'orgoglio che si presenta sotto l'insidiosa veste d'un'umiltà stravagante. «Poiché io non valgo nulla» essa è tentata a dire «non potrò mai compiere quei voli cosi sublimi e quelle aspirazioni che esige l'amicizia del mio Dio. È meglio che abbandoni, una volta per tutte, i miei sogni di perfezione e le mie speranze d'un'unione attuale col mio Signore. Devo abbassarmi al livello comune, contentarmi di essere appena tollerabile al suo cospetto. Devo tornare a prendere il mio posto nelle vie ordinarie, e non cercare un'intimità con Cristo della quale sono evidentemente indegna».


   Questa autoconoscenza può prendere anche forma di disperazione ed è un peso che ha fiaccato persino le stesse facoltà mentali: «Io ho perduto il mio diritto all'amicizia di Cristo» grida quest'anima che non ha più la scusa dell'orgoglio ma che sostanzialmente è ancora attaccata. «È impossibile che io dopo aver gustato le grazie celesti possa rinnovarmi nel pentimento. Egli mi ha scelto ed io L'ho ingannato. Egli mi ha amato, ed io ho amato me stessa. È meglio che mi allontani dalla sua presenza... Allontanati da me, perché sono uomo peccatore, o Dio» (Lc., V, 8).


   È questo il momento, a cui, se l'anima lo conobbe, condussero tutte le fasi precedenti. È lo stesso momento in cui l’anima amata, avendo appresa l'ultima lezione della Via Purgativa, è capace «di gettarsi nel mare» (Ioh., XXI, 7) per andare a Gesù.


   Ed essa lo farà, qualora abbia imparato bene la sua lezione, e sapendo che ciò è ben fatto perché essa è nulla in se stessa, e perché conosce che Cristo può essere tutto per lei.


   L'orgoglio, ferito o intatto, non potrà più trattenerla lontana da Lui, perché il suo orgoglio finalmente non è ferito, ma morto...


   La via del cammino spirituale è seminata di naufragi di anime che potevano essere le amiche di Cristo. L'una esitò perché Cristo gettò via i suoi ornamenti, l'altra perché Cristo non le permise di pensare che le sue attrattive fossero Lui stesso, la terza perché il suo orgoglio ferito ancora era vivo, e si preoccupava più di salvaguardare la sua vergogna che la gloria di Lui. Tutte queste fasi e procedimenti sono conosciuti; ogni scrittore di cose spirituali ne ha trattato da questo o quel punto di vista. La conclusione e la lezione però è sempre la medesima: che Cristo purifica i suoi amici da tutto ciò che non è Lui; che Egli non lascia sopravvivere nulla di loro affinché Egli possa essere tutto loro; giacché un'anima non potrà mai conoscere la sua potenza e l'amore di Dio finché non avrà gettato ogni suo peso in Lui.


 



[Edited by Caterina63 3/23/2017 2:45 PM]
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3/23/2017 2:46 PM
 
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IV.

LA VIA ILLUMINATIVA

«Tu illumini la mia lampada, o Signore; o mio Dio, rischiara la mia oscurità».
(Salmo XVII, 29).

Si è visto come nella Via Purgativa, Gesù Cristo, nel desiderio di unire l'Anima totalmente a Se, allontani a poco a poco da lei tutto ciò che può impedire la perfezione di quest'unione, e la elevi a un tale grado di abnegazione e di rinunzia, ch'essa, vedendo la sua indegnità, getta ogni peso in Lui che solo può portarlo.
Ma questo procedimento è in Se stesso poco più che negativo. E qualora l'anima faccia reali progressi, ne consegue per lei un graduale rivestimento di grazie, con le quali Cristo desidera adornarla. Essa si è spogliata del «vecchio uomo», ora deve rivestirsi del «nuovo». A questa fase della vita spirituale gli scrittori hanno dato il nome di «Illuminazione». E sarà bene in questa trattazione seguire le stesse linee di cui ci siamo serviti precedentemente e presentare esempi che possono chiamarsi specifici agli effetti della grazia, paralleli a quelli di cui ci siamo serviti per illustrare la Via della Purgazione.

I.  Osservammo che la prima tappa della Via della Purgazione concerne le cose esteriori alla religione attuale: l'anima è gradualmente penetrata e vagliata dopo aver capito l'essenziale inanità loro e delle emozioni che esse suscitano. Il primo passo sulla Via Illuminativa riposa, si può dire con un paradosso, in una istruzione che l'Anima riceve circa il loro valore. (Va ricordato che la Grazia è anche più paradossale della Natura). Nella Via Purgativa l'anima impara che le cose esteriori non possono portare il proprio peso e che esse quindi non valgono niente. Nella Via Illuminativa apprende ad usarle, e che esse valgono immensamente.
Per esempio: un'anima si lamenta spesso che è ostacolata nel suo progresso da alcuni fastidi evidentemente non necessari  ad es. la costante compagnia di persone dal temperamento sempre e inevitabilmente dissimile dal suo. Altre volte sopravvengono incessanti tentazioni dalle quali essa non può liberarsi; alcune occasioni di peccato, costantemente presenti, una spina nella carne, una nebbia nell'intelletto. Altre volte per qualche privazione, per una deficienza che allontana ogni luce terrena e la devia forzatamente dalla sua vita, essa sente la sua energia indebolirsi e le ali essere tarpate negli slanci verso il suo Dio.
Ora l'esordio sulla Via Illuminativa consiste in genere nel ricevere una luce da nostro Signore con la quale l'anima valuta la consistenza delle cose esteriori. S'avvede per esempio che essa non potrebbe arrivare al possesso d'una pazienza soprannaturale, d'una simpatia e dovizia di carità se non per mezzo di elementi che richiedono questo esercizio. La naturale irritabilità dinanzi a questa inevitabile compagnia è indice che essa ha bisogno precisamente di questo esercizio; e la richiesta di un continuo controllo su se stessa e di un'attuale simpatia è appunto il mezzo per cui essa può conquistare la virtù. Od anche, come nel caso delle tentazioni, è segno che non c'è altro mezzo, non c'è altra via se non il loro esercizio per cui la grazia possa essere fatta propria: non c'è altra via, ad esempio, onde la naturale ignoranza possa trasformarsi in una soprannaturale innocenza; e sopra tutto non c'è altra via per cui l'anima possa essere educata a confidare esclusivamente e perennemente in Dio.
Lo stesso S. Paolo, come Egli apertamente confessa, fu ammaestrato da questo stimolo incessante e per esso comprese che quanto più la debolezza umana si rende sensibile, tanto più la grazia Divina si rende efficace, o com'egli dice, si «perfeziona» (II Cor., XII, 7-9). Finalmente, solo un abbandono che assolutamente annienta la vita umana, che lasci un carattere malato e bisognoso d'attaccarsi al più forte, senza speranza, convulso e ferito, è il mezzo e l'unico mezzo per cui l'anima impara ad aderire esclusivamente a Dio.
Allora il primo passo nella Via Illuminativa consiste solo nell'esperimentare queste cose  poiché tentazioni e scoraggiamenti sono comuni alle anime in tutti i periodi della vita spirituale  ma nel percepire intellettualmente e interiormente il loro valore, in maniera così chiara e inconfutabile che l'anima proseguendo nel suo cammino non avrà ragione di offendersi o ribellarsi contro di loro  salvo in momenti di debolezza ; non solo, ma apprendendo il loro valore essa piega la sua volontà ad accettarle e ad usarne come Dio vuole. Ed è appunto in questa fase che l'anima cessa di preoccuparsi del problema del dolore, giacché non potendo risolverlo intellettualmente, vi risponde nell'unico modo possibile, abbracciando il dolore, oppure accettandolo con rassegnazione. Così essa lo vede particolarmente ragionevole, e d'ora innanzi si sforzerà di agire secondo questa intuizione.

II.  Il secondo passo della Via Illuminativa corrispondente a quello della Purgativa  consiste nella luce che viene comunicata da Dio alla realtà delle cose interiori,  per es. le verità della religione.
Così un'anima che si trova alla fase primordiale della fede, aderisce a uno stragrande numero di dogmi senza che per altro n'abbia fatto interiore esperienza. Essa vi aderisce e di essi vive per il solo fatto che le sono comunicati da un'Autorità che riconosce come Divina. Quest'anima però non solamente non penetra il significato di molti, ma non arriva neppure a quello che la Scrittura chiama «discernimento spirituale» (Ioh., IV, l; I Cor., XII). Essa ha accettato la Fede, come Nostro Signore ci consiglia di accettare tutte le cose cioè «come un fanciullino» (Mc., X, 15; Lc., XVIII, 17): essa reca il cofanetto del Credo serrato strettamente fra le sue mani, a questa luce dirige la sua vita, vorrebbe piuttosto morire che separarsene, ed infine santifica e salva la sua anima per una semplice fedeltà a esso. Ma non ha sognato neppure di aprirlo: oppure se lo ha dischi uso, tutto vi è divenuto buio a lei.
Un' anima come questa lucra indulgenze adempiendo le necessarie condizioni, e può anche darne una ragione teologica; ma la spirituale transazione è ai suoi occhi impenetrabile come un gioiello in un astuccio chiuso. Potrà essere la dottrina del Castigo eterno, o le prerogative di Maria, o la Presenza reale. Essa aderisce a queste cose e vive secondo i loro effetti e conseguenze; ma da esse non riceve un barlume di luce per quanto vi si adoperi; procede innanzi per fede e non per verifica; abbraccia i dogmi della fede, fila non può paragonarli in nessun modo ai fatti naturali, oppure scorge questi numerosi punti allorché si adattano ai fatti dell'esperienza personale.
Ma quando sopraggiunge 1'«Illuminazione» allora avviene uno straordinario cambiamento. Non che i misteri cessino di essere misteri, non che l'anima riesca ad esprimerli in un esauriente linguaggio umano, o possa rappresentarli in immagini soddisfacenti,  poiché i fatti della Rivelazione sono troppo discosti dalla Ragione umana,  ma perché tutto comincia dinanzi a lei a brillare nel senso spirituale, tutto viene illuminato nella sua anima dalla «fiaccola» di Dio che piove la sua luce poco a poco su quei gioielli della fede finora opachi ed incolori. Essa non può spiegarsi meglio di prima le indulgenze o la giustizia dell'Inferno; e tuttavia meno impenetrabili sono le tenebre che li circondano. Essa comincia ad illuminare ciò che prima aveva solo toccato, a comprendere ciò che prima aveva illuminato. Constata che, per un processo inspiegabile di verifica spirituale, quelle cose che aveva trovato vere ora le appaiono vere come lo sono in se stesse; il sentiero da lei percorso in mezzo alle tenebre, diviene debolmente visibile ai suoi occhi; fino a che, raggiungendo con la grazia e la perseveranza la santità, potrà fare esperienza, per un favore di Dio, di quella chiaroveggente intuizione,  o per meglio dire di quella infusione di scienza  che è la caratteristica più delineata nei Santi.

III.  Il terzo periodo della Illuminazione, corrispondente a quello della Via Purgativa si riallaccia a codeste relazioni fra Cristo e l'anima, contenute nella divina Amicizia. Vedemmo già che l'ultima fase della Via Purgativa consisteva nell'abbandono di sé nelle braccia di Cristo e che ciò è possibile solo quando l'anima riceve con la perenne presenza di Cristo in lei o  forse sarà meglio dire  con la perenne presenza in Cristo.
La Divina Amicizia in questa fase diviene l'oggetto di attuale comprensione e contemplazione. D'ora innanzi non solo si gioisce, ma in un certo grado si percepisce e comprende consapevolmente. Non è altro che l'Ordinaria Contemplazione.
La Contemplazione Straordinaria con le sue grazie e manifestazioni soprannaturali e miracolose è un dono che Dio dispensa motu0 proprio. È qualche cosa, a pregarsi la quale, è sempre  praticamente  una presunzione; uno stato che, nei suoi primi momenti, è sempre da riguardarsi con sfiducia in noi stessi. Tanto, dunque, non è affar nostro...
Ma l'ordinaria contemplazione è non solo uno stato per raggiungere il quale si possa pregare, ma uno stato a cui ogni sincero e devoto cristiano deve aspirare dacché è raggiungibile con l'aiuto delle grazie ordinarie. Consiste in una consapevolezza di Dio così effettiva e così continua, che Dio non è mai del tutto assente dal pensiero, almeno nello stato subcosciente; e l'anima, appena iniziata all'amicizia di Cristo, gioisce con estrema intensità. La vita viene allora a mutarsi; le relazioni si alterano; Cristo comincia ad essere in realtà il raggio illuminatore d'ogni oggetto a cui l'anima tenda; Egli diviene lo sfondo e il mezzo con l'aiuto del quale si vedono tutte le altre cose. L'ordinaria contemplazione quindi consiste nel consolidare con i propri sforzi e con la grazia questo stato. Fino a che l'anima era stata purificata, fino a che fu illuminata circa le cose esteriori ed interiori, la consapevolezza dell'intima Presenza di Cristo non poteva essere uno stato continuo. Ma quando sopravvenissero gli ulteriori sviluppi, quando Cristo, cioè, ha tratto il suo nuovo Amico nei doveri e nei compensi della Compagnia Divina, l'ordinaria contemplazione diventa, si può dire, l'attenzione ch'Egli si aspetta dall'anima. In questo stato il peccato diventa di certo più imputabile: il peccato «materiale» si muta facilmente in formale. Ma, d'altra parte, la virtù è resa molto più agevole, perché è difficile peccare così oltraggiosamente quando l'anima sente la stretta della mano di Cristo.

IV.  Poiché ogni progresso nella via spirituale ha i suoi pericoli, poiché ogni passo che ci porta più vicini a Dio aumenta la profondità dell'abisso in cui possiamo cadere, un'anima che abbia raggiunto quella fase della Via Illuminativa che noi chiamammo Ordinaria Contemplazione (e che difatti è il primo punto raggiunto nello stato di unione) sente crescere enormemente le sue responsabilità. Il pericolo più grande è quello dell'Individualismo, per cui un'anima che si sia liberata dall'orgoglio raggiunge la zona dove s'incontra l'autentico orgoglio spirituale, e con l'orgoglio spirituale ogni altra forma di superbia  intellettuale od emozionale  che appartiene allo stato interiore.
V'è qualche cosa di straordinariamente inebriante ed eccitante nel conquistare un'altezza dove l'anima può ripetere con verità, «Tu illumini la mia fiaccola, o Signore». Ciò è destinato a terminare in orgoglio a meno che essa possa finire la citazione e aggiungere «O mio Dio, illumina le mie tenebre!». Ogni eresia ed ogni setta che ha lacerato l'unità del Corpo di Cristo ha avuto le sue origini primariamente nell'anima illuminata di qualche eletto amico di Cristo. Praticamente, Tutti gli eresiarchi davvero grandi han goduto un altro grado di dottrina interiore; altrimenti, non avrebbero sviato nessuno dei semplici amici di Cristo.
È assolutamente necessario, se non si vuole che l'Illuminazione termini con la separazione e distruzione, che l'incremento della vita interiore vada accoppiato con un incremento di devozione e sottomissione alla voce esterna con cui Dio parla attraverso la sua Chiesa; poiché, è notorio, nulla vi sia di così difficile a discernere quanto la differenza tra le ispirazioni dello Spirito Santo e le proprie aspirazioni o immaginazioni.
Per gli acattolici è quasi impossibile evitare questa autoesaltazione, questa fede circa l'esperienza interiore; e infatti codesti elementi tengono sempre in sospeso il Protestantesimo, dividendone indefinitamente le sue energie; dacché non calcolano alcuna voce esteriore che verifichi la loro personale esperienza. Ma è possibile (come i nostri tempi lo dimostrano) che persino educati ed intelligenti cattolici, influenzati da questo malanno esotico, pensino che la voce esteriore debba essere controllata dall'interiore, e che essi siano più competenti ad interpretare la Chiesa che non questa se medesima. Vae soli! Guai a chi si trova solo! Guai a colui che dopo aver partecipato dell'amicizia di Cristo e della conseguente Illuminazione crede di godere nella sua interpretazione d'una infallibilità che non riconosce essere stata visibilmente conferita al Vicario di Cristo.
Quanto è più salda la vita interiore e più alto il grado di illuminazione, tanto più necessario si rende l'aiuto della Chiesa e più alto deve essere l'apprezzamento che l'anima deve fare della missione di Lei.
Dobbiamo tener presente che i Giuda della storia sono sempre usciti dalla stretta cerchia degli intimi di Cristo, da coloro che conobbero i suoi segreti e che impararono a trovare l'entrata dell'Interiore Giardino dov'Egli cammina a Suo piacere, con i Suoi.


PARTE SECONDA

CRISTO ALL'ESTERNO

V.

CRISTO NELL'EUCARISTIA

«Io sono il Pane di vita».
(Joh., VI, 35)


Finora abbiamo considerato l'Amicizia interiore di Cristo con l'Anima: un'Amicizia, bisogna ricordarlo, che è possibile non solo ai cattolici, ma a chiunque conosce il nome di Gesù e quindi in un certo senso a qualsiasi essere umano.
Poiché Nostro Signore è «la luce che illumina ogni uomo», la Sua voce parla direttamente attraverso la coscienza, per quanto manchevole possa essere questo mezzo; poiché Egli è il Solo Assoluto, è Lui quell'incerta figura intravista nel buio dei cuori che Lo desiderano; è Colui che Marco Aurelio, Gotama, Confucio, Maometto e i loro convinti discepoli hanno desiderato anche se non udirono lo storico nome di Gesù, oppure avendoLo udito Lo rigettarono, qualora questo rifiuto non sia loro imputabile.
Questa è la ragione particolare che si può dare della pietà acattolica, ed anche della non cristiana. Sarebbe terribile se non fosse così; poiché allora non avremmo diritto di affermare che il nostro Salvatore sia realmente il Salvatore del mondo. Ma questo Cristo che noi cattolici sappiamo essersi incarnato e aver vissuto quella vita narrata nei Vangeli, ha vissuto sempre una vita interiore nel cuore dell'uomo. Si racconta che un vecchio Indù, dopo aver ascoltato una predica sulla vita di Cristo, domandasse il battesimo. «Ma come puoi domandarlo così subito?» gli domandò il missionario; «hai inteso tu parlare mai di Gesù Cristo prima d'oggi?». «No» rispose il vecchio, «ma io ho conosciuto Colui che ho cercato per tutta la vita». Fu in parte per convincere gli uomini della vera natura dei peccati contro coscienza  vale a dire gli uomini «che non sapevano ciò che si facevano»  che Cristo s'incarnò e morì sulla croce. «Questo» effettivamente Egli dice, «mi avete fatto voi interiormente, per tutta la vita».
Ora noi passiamo a considerare un'altra via per mezzo della quale Cristo ci avvicina e cerca la nostra amicizia, un altro mezzo, e in realtà un altro dono ch'Egli ci reca. Non è sufficiente conoscere Cristo sotto un solo aspetto. Se vogliamo conoscerLo attraverso le Sue stesse espressioni e non nelle nostre, siamo obbligati ad EsaminarLo sotto tutte quelle forme che ha scelto per manifestarsi. Non basta dire: «Interiormente Egli è il mio Amico, quindi non ho bisogno d'altro». Non è amicizia leale, per esempio, ripudiare la Chiesa o i Sacramenti come cose superflue, senza prima indagare se Egli ha istituito o no queste cose come mezzi attraverso i quali stabilisce di avvicinarsi a noi. E particolarmente, si deve tener presente che nel SS. Sacramento, Egli ci porta tanti doni a cui altrimenti noi non avremmo diritto. Egli accosta e unisce a noi non solo la Sua Divinità, ma quella stessa amabile e adorabile Natura Umana che per tale finalità ha assunto sulla terra.
Se noi volgiamo uno sguardo alla storia, il primo pensiero che si presenta per ciò che riguarda il SS. Sacramento è quello della Maestà con cui Cristo si è manifestato, poiché si è servito della sacramentale Presenza a dimostrare apertamente e luminosamente la Sua Reale Sovranità nel mondo. Chi ha visto i monarchi della terra seguire, a capo scoperto, Cristo nell'Eucarestia, chi, anche ai nostri giorni, fu testimone di quelle tremende scene quando in Londra, per esempio, Cristo benedisse il suo popolo dal balcone della cattedrale cattolica, o quando in Montreal fu sollevato in piena luce all'adorazione di centomila persone; chi abbia mai assistito, in più ridotte proporzioni, forse in qualche villaggio italiano, alla processione del Corpus Domini, ha visto pubblicamente dispiegati gli emblemi dovuti non solo alla Divinità, ma anche ad una sovranità terrena; nessuna meraviglia quindi che questo Sacramento istituito nelle più ristrette misure di esteriorità in una disadorna sala da pranzo, dinanzi agli occhi di pochi ed impreparati individui, ha cominciato ad essere il mezzo con cui non solamente la Sua umiltà e condiscendenza, ma anche la sua inerente Maestà è resa visibile al mondo.
Ma ciò non ci riguarda. Noi ci preoccupiamo piuttosto del modo meraviglioso col quale Cristo si abbassa al livello della nostra materia e dei nostri sensi; e in termini che sono inconfondibili da parte di coloro che lo avvicinano in semplicità, ci offre la sua Amicizia.

I.  L'esplicita devozione al Prigioniero del Tabernacolo, ha avuto uno sviluppo relativamente tardo; è tuttavia uno sviluppo inevitabilmente certo, perché fissato dal Volere divino, così come gli splendori della terra che man mano si sono raccolti intorno a questo Sacramento, come le conclusioni dogmatiche che quantunque non formulate in modo esplicito nei primi secoli, si contenevano tuttavia irrefutabilmente nella parola di Cristo, ed erano presenti implicitamente nella mente dei Suoi primi amici. Anche in questo, come in molti altri punti, la vita eucaristica di Gesù offre un meraviglioso e suggestivo parallelo con la sua vita naturale vissuta sulla terra. Egli che era la stessa Sapienza e Potenza, «progrediva in sapienza ed età» (Lc., II, 52) manifestava gradualmente, cioè, le caratteristiche della Divinità  Vita e Saggezza  fin dall'inizio inerenti alla Sua Personalità. Egli che lavorava nella bottega d'un falegname, era Dio fin dall'Eternità. Così nella Sua Vita Eucaristica, in questo Sacramento, intorno al quale si elaborò fedelmente tutta l'odierna dottrina cattolica, accrescendo a poco a poco le sue espressioni, poco a poco svolgendo meglio quello che era sempre stato.
Gesù dimora oggi nei nostri tabernacoli come allora dimorava in Nazareth, e nella stessa natura umana; e vi dimora con lo stesso fine di rendersi accessibile a chiunque Lo conosca interiormente e desideri conoscerLo ancor più perfettamente.
Questa Divina Presenza ha causato quella sbalorditiva differenza di atmosfera, ammessa anche dagli increduli, che esiste fra la Chiesa cattolica e tutte le altre. Così marcata è questa differenza che le mille ragioni date per spiegarla sono naufragate. E' la suggestività di un piccolo punto che illumina tutto! E' il préternaturale e artistico rivestimento che addobba le chiese! E' il profumo d'antico incenso! E' tutto e niente, eccetto ciò che noi Cattolici sappiamo essere, l'attuale e corporale Presenza del più incantevole tra i figli degli uomini che attrae a Se i Suoi amici!
Dinanzi a questa miracolosa Presenza la sposa di ieri consacra la nuova vita che si apre dinanzi a lei; il defunto del domani offre la vita che è fuggita. Il dolente e il felice, il filosofo e il pazzo, il vecchio e il fanciullo, individui di ogni temperamento, di qualsiasi levatura intellettuale, di qualunque nazionalità, tutti si uniscono in un elemento che solo può unirli, l'amicizia dell'Amante delle loro anime.
Vi può essere alcunché di più caratteristico nel Gesù dell'Evangelo che questa Sua accessibilità  per cui Egli sta aspettando tutti quelli che desiderano di andare a Lui  che questa universale tenerezza per tutti, per cui nessuno è da Lui cacciato? Vi può essere niente di più caratteristico nel Cristo dimorante nei cuori, del fatto che Egli, mentre è così semplice interiormente, mentre sta pazientemente dentro «la camera» dell'anima, Egli, dico, sta anche nel reame, al di fuori, e desidera che noi lo riconosciamo non solo in noi stessi, ma fuori di noi stessi, non solo nella coscienza interiore, ma in quello stesso regno di spazio e di tempo che sembra così spesso offuscare la Sua Presenza nel mondo?
È così che Egli realizza questa dote essenziale della vera Amicizia che noi chiamiamo Umiltà. Si mette a disposizione del mondo che vuole attrarre a Se. Si presenta in una veste ancor più misera che «ai giorni della sua carne» (Hebr., V, 7); eppure la fede e l'insegnamento della Sua Chiesa, le cerimonie con le quali Ella onora la Sua Presenza, il riconoscimento dei Suoi Amici, rivelano a chiunque si tormenti nel ricercarLo, a chiunque L'ami con passione ch'Egli è lì, Lui stesso, il Desiderio di tutti i popoli, l'Amante di tutte le anime.

II.  Egli però non entra direttamente nel Tabernacolo. Diviene presente dapprima sull'altare in forma di vittima alle parole del Suo Sacerdote. Nel sacrificio della Messa Egli si presenta dinanzi al mondo, così come dinanzi agli occhi del Suo Eterno Padre, in quello stesso significato con cui pendeva dalla Croce, compiendo quello stesso atto già da Lui compiuto una volta per sempre, quell'atto con cui rivelò la Sua passione per l'amicizia, in nome della quale vanta il diritto sui nostri cuori, mostrando così l'ampiezza del Suo Amore immensurabile con cui «diede la Vita per i Suoi Amici» (Ioh., XV, 13).
Per coloro che conoscono poco o nulla del Gesù vivente, e che confinano la conoscenza di Lui entro la copertina d'un libro stampato, questa di certo è una concezione inverosimile. Però, anche per colui che meglio conosce Gesù e sa che Gesù vive una reale vita interiore dentro il suo cuore, anche ad anime di elevata spiritualità, la dottrina del Sacrificio continuo della Messa sembra che deroghi in qualche modo alla Perfezione del Calvario. Per il Cattolico invece che gode dell'amicizia di Cristo, questo Sacrificio diviene una logica conseguenza  potrei dire inevitabile  della sua conoscenza di Gesù che «è stato, è, e sarà per sempre». Per costui, il finire della Croce è un nuovo cominciare. Quest'atto supremo ed inaugurale assomma in sé tutti gli altri sacrifici, e si proietta su tutte le future riproduzioni; Cristo rimane così quello ch'è stato sul Calvario, la Vittima eterna di questo e d'ogni altro altare; per cui soltanto noi possiamo «avvicinarci... al Padre».
Il Tabernacolo dunque ci presenta Gesù come Amico; l'altare ce lo presenta come Colui che compiendo quell'atto eterno, acquista alla Sua Umanità il diritto di domandare la nostra Amicizia.

III.  E c' è ancora un ulteriore passo di umiliazione ancora più profondo per cui Egli si abbassa fino a noi, quel passo che fa discendere il nostro Amico e la nostra Vittima fino ad essere nostro Cibo. Poiché, così smisurato è l'amore che ha per noi, che non Gli è sembrato abbastanza di rimanere fra noi come oggetto di adorazione, non abbastanza farsi responsabile dei nostri peccati, non abbastanza sopra tutto dimorare nelle nostre anime, in intima amicizia, in un modo percettibile solo da occhi penetranti. Ma attraverso la Comunione Egli discende per la scala del senso sulla quale noi spesso tentiamo di arrampicarci invano. Mentre abbiamo «una così aperta via» (Lc., XV, 20) dinanzi a noi, Egli corre ad incontrarci; e lasciando da parte tutti quei poveri segni di regalità con cui ci sforziamo di onorarLo, e addobbi e fiori e luci, non solamente accosta a Se stesso a noi, Anima ad anima, nella dolce intimità della preghiera, ma Corpo a corpo nella forma sensibile della Sua Vita Sacramentale...
Questo è l'ultimo e più grande segno che ci possa dare. Gesù dopo ciò non può far nulla di più. Egli che siede a banchetto con i peccatori dà Se stesso in cibo; Egli, alla cui tavola noi desideriamo assistere come servitori, si fa servo nostro; Egli che vive nel segreto dei cuori, l'Incarnato dinanzi gli occhi degli uomini, ancora una volta ripete quest' inno d'amore e si manifesta in tangibili apparenze agli occhi di coloro che desiderano vederLo. Se l'Umiltà è la dote essenziale dell' Amicizia, certamente Egli è il Supremo Amico. E tutti coloro che non «Lo riconoscono nella frazione del pane» (Lc., XXV, 35), ancorché abbiamo una vasta conoscenza di Lui, non possono tuttavia percepire un titolo delle Sue perfezioni. Se Egli vivesse solamente in cielo, nella Sua Umana Natura, alla destra della Maestà, non sarebbe il Cristo dell'Evangelo. Se dimorasse con la Sua Divina Natura solo nei cuori che lo sanno ricevere e lo sanno accogliere, Egli non sarebbe il Cristo di Cafarnao e di Gerusalemme. Ma è Lui il Creatore del mondo, che ha preso sembianza di Creatura, è Lui che abita la luce inaccessibile, e che discende nella bassura delle tenebre, è il nostro Dio che così appassionatamente desidera l'amicizia dei figli degli uomini da farsi a loro immagine e somiglianza. E' il Gesù dell'Evangelo e della vita interiore «che è risorto da morte per non morire più» (Rom., VI, 9) che ha sollevato la nostra natura umana a quella gloria donde questa stessa natura umana L'aveva fatto discendere. È Colui che è fuori d'ogni legge e che delle leggi si serve per i suoi fini, e si presenta non una volta ma diecimila volte come nostra Vittima, diecimila volte come nostro cibo, ieri ed oggi, eterno ed immutabile Amico nostro. Questi è quel Gesù quale noi Lo conoscemmo attraverso gli Evangeli e nei nostri cuori, l'Amico nostro d'ogni diritto e d'ogni esigenza.
Impariamo un pochino di Umiltà dinanzi a questo Sacramento che è Lui stesso. Come Egli si è spogliato di quella gloria che è Sua, così noi dobbiamo liberarci di quell'orgoglio a cui non abbiamo diritto, cenci e brandelli di egoismo e di compiacenza, che formano il più grande ostacolo all'attuazione del Suo Amore. Noi dobbiamo umiliarci fino alla polvere dinanzi ai Suoi divini e misericordiosi piedi che, non solo in Gerusalemme due mila anni or sono, ma oggi e nelle grandi città in cui viviamo, si affaticano tanto per venire a cercare e a salvare le nostre anime.


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3/23/2017 2:47 PM
 
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VI.

CRISTO NELLA CHIESA

«Io sono la Vite e voi siete i tralci».

(Joh., XV, 5).

Noi finora abbiamo ragionato su ciò che chiamiamo l'individuale Amicizia di Cristo con l'anima, la diretta relazione con Lui, come Dio dimorante nei cuori, come Dio­Uomo nel SS. Sacramento. Abbiamo considerato, vale a dire, la vita spirituale dell'individuo quale sviluppo dell'Amicizia individuale con il suo Signore.

I.  Nulla è così difficile ad essere esaminato, ed insieme così facile ad essere frainteso, come certi impulsi ed istinti della vita spirituale. I moderni psicologi ci richiamano alla mente ciò che tre secoli or sono insegnava S. Ignazio, riguardo alla complicata difficoltà di distinguere tra l'azione di quella occulta parte della nostra natura umana che sfugge al controllo della coscienza, e l'azione di Dio.
Impulsi e desideri sorgono entro l'anima e sembrano recare lo stigma d'una origine divina; ed è soltanto quando sono stati obbediti o assecondati che noi spesso ci accorgiamo che invece sorgono da se,  dall'associazione, o memoria, o educazione, od anche dall'orgoglio nascosto ed egoismo,  e conducono a un disastro spirituale. E' necessaria sempre una purissima intenzione ed un acuto spirituale discernimento per riconoscere la voce divina; sempre, allorché si tratti di individuare il travestimento di uno, che nelle più alte sfere del progresso spirituale, si presenta spesso «come Angelo di luce».
Ne risultano quei spaventevoli naufragi che accadono fra le anime, delle quali non si può assolutamente dire che non attendano con grande cura a coltivare la loro vita interiore.
Non c'è ostinazione così pervicace come la ostinazione religiosa; poiché l'uomo di spirito si esalta nel suo falso correre, con la convinzione di seguire una voce divina. Egli, non si ritiene un testardo o un perverso: al contrario si persuade di essere un fedele pedissequo d'un Divino Ammonitore interno. Non c'è fanatismo così stravagante come il fanatismo religioso.
Infatti da coloro che più seriamente hanno coltivata la vita interiore proviene la più serrata critica al Cattolicismo. È stato detto che i Cattolici hanno sostituito un sistema con una Persona; che sono esteriori, formalisti, burocratici. «Io posseggo Cristo nel mio cuore» dice uno di questi critici. «Che più mi bisogna? Ho Dio dentro di me. perché dovrei affannarmi a cercarLo al di fuori? Io conosco Dio e cosa importa di ciò che sta intorno a Lui? Non è il figliuolo più vicino al padre di qualunque biografo? Essere «ortodosso» non è poi cosa di capitale importanza. Ho imparato più presto ad amare Dio che a ragionare sapientemente intorno alla SS. Trinità».
Allora il sistema Cattolico viene accusato di tirannia e di goffaggine.
La coscienza illuminata della presenza di Cristo nel cuore, deve essere la guida d'ogni uomo. Qualsiasi preoccupazione di formulare un sistema, ci è stato detto, ogni sforzo di imporre all'anima una guida, di «legare e sciogliere», tutto ciò è un disconoscimento pratico della Suprema Autorità di Cristo. Cosa possiamo rispondere noi?
La nostra prima osservazione consiste nel ribadire quel punto controverso (controverso ma innegabile), per cui i Cristiani che insistono esageratamente sulla santità della vita interiore, sono i meno disposti a capir qualche cosa di materie religiose. Ogni nuova tendenza che si è manifestata ai nostri giorni, parte da questa pretesa  pretesa incessantemente avanzata fin dal decimosesto secolo  e che non è stata giustificata da quell'unità cui doveva giungere se fosse stata vera. Qualora Gesù Cristo avesse voluto fondare la Chiesa sulla base della sua Presenza nel cuore, come guida sufficiente alla fede, Egli avrebbe fallito completamente la sua missione.
Quest'ultima considerazione illustra il soggetto principale della questione.
Poiché quello stesso sistema che è accusato di usurpare le prerogative di Cristo è qualche cosa più che un sistema, è in qualche maniera Cristo stesso, che compie quel lavoro esterno ed autoritario che non può essere senza successo nella vita interiore; ed un soggetto come questo dà luogo a mille delusioni, fraintendimenti, complicazioni, che non se ne vede la via d'uscita.

II.  È fuori questione che Cristo nell'Evangelo manifesta più e più volte il suo desiderio di stringere amicizia con l'anima.
E risulta parimenti chiaro dal Vangelo, che l'amicizia non consiste semplicemente in una relazione interiore. Certo Egli si unisce al cuore di chi Lo desidera; ma è vero altresì che Egli fa delle promesse molto più ampie ed esplicite alle anime che non vivono isolate con Lui, ma cercano unirsi ad altre anime. La Sua Presenza «dove due o tre sono raccolti nel suo Nome». (Mt., XVIII, 20); la sua particolare accessibilità a chiunque «è d'accordo sulla terra circa le cose che domanderanno» (ib., 19). Le promesse fatte a coloro che collegialmente Lo cercano, sono senza confronti più espressive di qualsiasi garanzia che Egli offre alle anime singole.
Ma c'è una cosa che interessa assai di più. Nelle parole «Io sono la vite e voi i tralci» (Joh., XV, 5) Egli sottolinea una certa identità di Se stesso, e non solamente la Sua Presenza, con coloro che collegialmente Lo rappresentano; ed Egli interpreta e formula tutto ciò nei suoi tremendi statuti: «Chi riceve voi, riceve Me... Come il Padre ha mandato Me, così io mando voi... Tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato nel cielo... Andate dunque ed insegnate a tutte le genti... Io sono con voi tutti i giorni...» (Lc., X, 16; Joh., XX, 21; Mt., XVI, 19; XVIII, 18; XXVIII, 19); 36, 20).
Questa, dunque, è la posizione cattolica; ed è richiesta non solo dal senso comune, ma confermata dalle parole stesse di Nostro Signore, molto più significative che non la promessa di «rimanere» con il singolo. Non all'individuo singolo Cristo ha mai detto esplicitamente: «Io sarò con Te sempre», fuorché in un certo senso, a Pietro, Suo Vicario sulla terra.
Dunque, è possibile una sola via di riconciliazione tra il fatto che Cristo è con l'anima, e all'anima parla, e il fatto per cui è estremamente difficile che quest'anima, anche in questioni di vita e di morte, riesca sempre a discernere se è la Voce di Cristo che parla, ovvero qualche impulso puramente umano, od anche diabolico. Secondo il sistema cattolico, v'è un'altra Presenza di Cristo, alla quale partecipa anche l'anima, una presenza per cui Egli ha offerto delle guarentigie non concesse in altro modo. In una parola, Egli ha promesso la Sua Presenza sulla terra, dimorante in un Corpo mistico, ed è attraverso questo Corpo di Cristo che la Voce parla, esteriormente e autoritariamente; ed è solo con la sottomissione a questa Voce che noi possiamo controllare se le nostre private ispirazioni siano da Dio o no.
Ed è ovvio, allora, che un'anima non potrà adeguatamente trovare l'amicizia di Cristo soltanto nella sua vita interiore. Abbiamo visto quanto salda ed intensa possa essere questa vita; come le anime che la pratichino gioiscano realmente ed attualmente della personale e individuale presenza dell'Amico Divino, anche se poco o nulla conoscano della Sua azione nel mondo. Ma ben più smisurate possono divenire le possibilità di un'anima umile che conosca Cristo non solo in se stessa, e non studi il Suo carattere nell'Evangelo  i ricordi della sua vita naturale sulla terra  ma abbia gli occhi bene aperti sul fatto straordinario che Cristo vive, agisce, parla ancora attraverso la Vita del suo Mistico Corpo, che il Divino Carattere tracciato in poche pagine due mila anni or sono si elabora e si sviluppa attraverso tutti i tempi, sotto la guida della Sua stessa Personalità, nei termini di quella Umana Natura che Egli ha misticamente unito a Se stesso.
Il soggetto è troppo vasto per parlarne. A noi importa rilevare solo due o tre considerazioni.

III.  a) L'anima cattolica, considerando tutto ciò, deve sviluppare la sua amicizia con Cristo nel cattolicismo. È un fatto degno di nota che nella Religione cattolica ciò si fa quasi istintivamente anche da persone che forse mai hanno riflettuto circa il movente delle loro azioni. Per una specie di intuizione, noi sentiamo che la Chiesa è qualcosa di più che il più vasto impero della terra, che la più venerabile società della storia; più che il Rappresentante o il Vicegerente di Dio, più anche della stessa «Sposa dell'Agnello». Tutte queste metafore, quantunque consacrate, cadono dinanzi alla completa divina realtà. La Chiesa è Cristo stesso.
Onde non è difficile una certa «relazione amichevole» con la Chiesa. Nessun cattolico, che, per esempio, si è provato a praticare la sua religione, è un derelitto o un esiliato. Egli si sente,  e nel modo stesso in cui lo può sentire il cittadino d'un regno o d'un impero che è protetto dalla bandiera del suo paese,  come uno che si trova nella società d'un amico. Egli gira per le chiese, non solo per visitare il SS. Sacramento, o per riassicurarsi dell'ora della Messa, ma per trovarsi in compagnia d'una misteriosa e confortante Personalità, attratto da un istinto che non riesce a spiegarsi. Egli è perfettamente ragionevole quando agisce così; perché Cristo, suo Amico, è presente in quel centro dell'umanità i cui membri sono Suoi.
b) Ma non è tutto. Nella vera amicizia di due persone, chi è più debole, a poco a poco si adatta non solo al sistema di vita, ma si conforma anche al modo di pensare del più forte. A poco a poco il processo va fino a raggiungere quello stato di vicendevole comprensione che noi chiamiamo «perfetta simpatia».
Nell'interiore amicizia con Cristo ciò è essenziale; noi dobbiamo dimorare con lui, come dice l'Apostolo «riducendo in prigionia ogni comprensione» (II Cor., X, 5), così da perdere in un certo senso la nostra identità. Perdiamo la nostra limitata visione delle cose, abbandoniamo i nostro schemi e le nostre idee e in ultimo, dacché la nostra «vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col., III, 3) noi non viviamo più; è Cristo che vive in noi.
La stessa cosa precisamente dev'essere tenuta di vista per quel che riguarda la nostra amicizia con Cristo nel cattolicismo.
Allorché un convertito si inizia alla vita cattolica, o quando uno ch'è stato cattolico fin dalla culla si risveglia a considerare deliberatamente il significato della Religione, è sufficiente credere tutto ciò che la Chiesa espressamente insegna, e conforma la propria vita a questo insegnamento. Ma passando il tempo e diventando le relazioni più profonde, ciò non basta più. Quello che prima era cortesia, ora diventa freddezza. Allorché le relazioni diventano più profonde, è assolutamente necessario, se non si voglia venire a una rottura, cominciare a conformare, non solo le parole e le azioni, ma anche i pensieri, e più che i pensieri, gli istinti e le intuizioni. Due amici veramente intimi, conoscono, senza far questioni di parole e senza superflue spiegazioni, quale sarebbe il giudizio d'uno di loro circa una nuova situazione. Ognuno conosce i gusti dell'altro, anche se non li esprimano in parole.
Questo precisamente deve tener presente un'anima cattolica. Se l'amicizia con Cristo nella Chiesa è reale (e senza questa conoscenza di Lui, le nostre relazioni non saranno adeguate in tutto ai suoi intendimenti) ne segue che bisogna portare attenzione non solo a obbedire scrupolosamente o a formulare esattamente gli atti di fede, ma, e sopra tutto, all'interiore punto di vista delle cose; un'istintiva attitudine, un'intuitiva atmosfera  proprio come l'abbiamo osservata nel semplice e fedele cattolico, generalmente impreparato, che mentre sa poco o nulla di teologia dogmatica o morale, scopre tuttavia con una miracolosa sensibilità le tendenze eretiche o le dottrine pericolose, che forse un navigato teologo non è riuscito ancora ad analizzare.
Non c'è una via più corta per giungere a questa intima simpatia col Cattolicismo, di quella che mena all'intima, parallela simpatia interiore con Cristo.
Umiltà, obbedienza, semplicità, queste sono le virtù sulle quali la Divina amicizia, come del resto l'umana, può allignare.
E per quanto l'anima conosca bene tutto ciò, tuttavia insensibilmente comincia a sentirsi invadere come da un senso di ripugnanza per questa attitudine, che può somigliare alla servilità. «Sono stata io creata» ha la tentazione di richiedersi, «e dotata di un temperamento, di un giudizio indipendente, di personali qualità, ed anche del divino dono della originalità, solo perché abbia a disprezzare tutto ciò, a sacrificarlo, a trascurarlo, a far sì che sia riassorbito nella massa comune, donde, per la mia stessa creazione, queste qualità erano state tratte fuori?».
Oh! Considera di nuovo! Non ti è stato elargito il libero arbitrio, affinché con esso tu scelga non la tua ma la volontà di Dio? l'intelletto, affinché impari a penetrare vieppiù nella sommissione alla divina Sapienza? il cuore affinché ami ed odii tutto ciò che il Sacro Cuore ama ed odia? Nell' unione dell' anima con Dio nulla va perduto, se essa tutto rinnega a Lui. O meglio, ogni dono è trasformato, glorificato, elevato a più alta natura. Veramente, «non è più essa che vive, ma «Cristo che vive in lei».
E se ciò si verifica tra l'anima e Dio, si verifica ancora per ogni forma che Dio sceglie per manifestarsi. Non si può vivere una vita più alta di quella che è consacrata all'imitazione della vita di Gesù Cristo; nessuna libertà è più sconfinata di quella dei figli di Dio che sono strettamente legati dalla perfetta legge dell'Amore e della Libertà.
Si dimostra quindi ancora una volta che la Chiesa cattolica è l'espressione storica di Cristo stesso: nel suo occhio vibra lo sguardo Divino, sulla sua faccia «lampeggia» la faccia di Cristo; dalle sue labbra si ode ancora la voce che grida sempre «come di uno che ha potestà» (Mt., VII, 29); e si comprende bene che non vi può essere vita molto più nobile di quella che si dissolve in questa gloriosa società che è il Suo Corpo; non v'ha sapienza più grande che pensare con lei; non amore più puro di quello che brucia nel cuore di lei, che, con Cristo come Sua anima, è realmente il Salvatore del mondo.

VII.

CRISTO NEL SACERDOTE

«La Grazia e la Misericordia vennero per Gesù Cristo».

(Joh., I, 17).

Abbiamo esaminato come la Chiesa sia il Corpo di Gesù Cristo, nel senso che l'anima desiderosa dell'amicizia di Cristo deve cercarla sia nella Chiesa che in se stessa, sia esteriormente che interiormente. Alcune caratteristiche di Cristo, la conoscenza delle quali è necessaria a stabilire una reale simpatia con Lui  per esempio la Sua autorità, infallibilità, la Sua inesausta energia e tutto il resto  si possono valutare pienamente solo da un cattolico.
Ora la Chiesa è una società di tale ampiezza che per la maggioranza delle persone è impossibile formarsene un'idea adeguata. Speculativamente la conoscono; interiormente, la riveriscono; ma in pratica, la Chiesa diviene loro accessibile solo attraverso il Sacerdote. È un appunto questo che si fa contro la Chiesa cattolica. Si dice che Essa esalta la fallibilità umana nella persona del Sacerdote alla cui infallibilità neppur Essa crede, e l'esalta ad un'altezza troppo fantastica per essere sicura. Se si esaltasse la Società ideale, si potrebbe trovare qualche scusa; ma è l'individuo sacerdote, che di fatto si abbellisce agli occhi dei cattolici degli ornamenti di Cristo e si riveste delle sue prerogative. E questo è realmente vero. L'unica risposta possibile è che Cristo ha voluto precisamente così; che Egli ha creato il sacerdozio non solo perché questi Lo rappresenti e agisca per Lui, ma perché in un certo senso sia Cristo medesimo; cioè Cristo esercita i Suoi divini poteri attraverso il Suo intermediario; onde la devozione e riverenza verso il sacerdote è un omaggio che si fa direttamente all'Eterno Sacerdozio di cui il ministro umano è un partecipe. Se ciò è vero, si comprende bene che il Sacerdote, come la Chiesa, è uno di quei canali per cui l'anima devota può sviluppare la sua personale intimità con il Signore.

I.  Non è necessario dilungarsi sopra l'evidente umanità del Sacerdote. Nessun prete è così pazzo da dimenticarsene sia pure per un istante. Ed anche se la sua personale vanità lo rende cieco circa i suoi difetti, la società glielo fa ben presto ricordare con gli esempi degli altri. Spesso, qualche infelice sacerdote, che sembri innalzarsi a passo a passo nella vita spirituale, che estenda la sua influenza e riputazione, e raccolga intorno a sé ammiratori e discepoli, offre improvvisamente al mondo un doloroso ricordo della sua fragile umanità. Non è necessario che sia una caduta  nello stretto senso della parola: ciò, grazie a Dio, avviene di rado ; ma quanto spesso un subitaneo raffreddamento di zelo, un'esplosione istantanea di ridicolo orgoglio personale, scuote in un momento le anime che fidavano in lui, e dà al mondo un esempio di più della constatazione che «il prete in fondo anche lui è un uomo!». Certamente, i preti non sono che uomini. E allora perché il mondo fa le meraviglie quando li ritrova uomini, se almeno inconsciamente non fosse convinto che siano qualche cosa di più?
Poiché, innanzi tutto, essi sono gli ambasciatori di Cristo, e Cristo è presente in loro come il Re è presente nei suoi rappresentanti accreditati. Cristo espressamente li officia di ciò, quando comanda ai Suoi Apostoli di andare «in tutto il mondo a predicare il Vangelo ad ogni creatura» (Mc., XVI, 15).
Ciò implica un'enorme estensione della Presenza virtuale di Cristo sulla terra. «Come belli» grida il Profeta del Vecchio Testamento, «come belli sopra le montagne, sono i piedi di coloro che portano il bene, che annunziano la pace» (Is., III, 7); belli perché arrecano il messaggio d'amore del più Bello tra i figli degli uomini. Perciò vale la pena di notare che se il Sacerdote cerca di riuscire originale nella sostanza del mandato, egli è un funzionario infedele. Cristo non ha incaricato il suo ambasciatore di crear lui trattati di pace, ma di proclamare il Divino Trattato. È stato occasionalmente affermato che la Chiesa è notoria avversaria del pensiero, che essa non sprona, ma piuttosto contrasta gli audaci esploratori del regno della verità; che fa tacere o ripudia i suoi ministri allorquando questi cominciano a parlare o a pensare da se. Ciò è esatto nel senso che la Chiesa non può credere che il Deposito della Rivelazione possa essere perfezionato da un'intelligenza umana per quanto brillante. Essa non rigetta quei ministri che cercano di essere originali nell'esposizione del loro messaggio purché il messaggio non venga alterato dalla loro originalità; non fa tacere chi presenta un antico dogma in espressioni nuove; ma essa ripudia solamente chiunque, come alcuni recenti pensatori hanno tentato di fare, cerchi presentare nuovi dogmi mascherati con vecchie parole.
Dunque Cristo è nel Sacerdote almeno in quanto usa delle sue labbra per pubblicare il Divino Messaggio. E notiamo di sfuggita che ciò richiede grazie straordinarie nel messaggero. Non c'è nulla di così indomabile come la natura umana, niente che tanto ecciti quanto l'esporsi, ed insieme non c'è nulla di così stimolante, per cervello umano che speculi e dogmatizzi, come il campo teologico. Eppure, in certo modo, tanto sovrabbondanti sono i doni che è divenuto un rimprovero del mondo il fatto che tutti i preti insegnano gli stessi dogmi. È un rimprovero di cui bisogna ringraziare Dio.

II.  Ma tutto ciò si può fare anche senza un Sacerdozio. Ogni ministro acattolico può esser buono a tanto. È infatti evidente che avendo il Divino Maestro cessato di parlare con le Sue labbra sulla terra, debba usare di labbra umane perché la Rivelazione sia resa nota. «La fede venne per Gesù Cristo» (Joh., I, 17) e la predicazione di questa fede è continuata per bocca dei suoi ministri accreditati.
Ma anche la «Grazia» «venne per Gesù Cristo». E se l'apportare la fede per mezzo d'un istrumento umano non deroga in nulla alle prerogative di Cristo come Profeta, è ragionevole credere che il recare la Grazia per mezzo d'un ministro umano non deroghi maggiormente le prerogative di Cristo come Sacerdote. Questo è un fulcro essenziale della dottrina cattolica del Sacerdozio.
Cristo venne a portare la vita, a sostenerla, a vivificarla se perduta; poiché Egli solo, il Principe della Vita, possiede l'elixir della Vita. I farisei erano abbastanza logici alla loro premessa quando richiedevano; «Chi può cancellar peccati se non Dio?» (Lc. V, 21). «Costui può cibarci della sua carne?» (Joh., VI, 53). Ma le premesse erano errate, poiché Cristo non era solamente uomo. Solo Cristo, che è la Fonte della Vita, potrà dare la grazia; solo Cristo che è la Verità potrà dare la Rivelazione. poiché la Grazia sta alla Vita come la Rivelazione sta alla Verità. Ed è questa la idea soggiacente al Sacerdozio cattolico; che Egli dà ordine e potere, in tutti e due i campi e non in uno solo, al ministero umano, per l'esercizio delle sue divine prerogative.
E perciò il Sacerdote, come annunzia sul pulpito «Io dico a voi...», così nel confessionale mormora «Io ti assolvo» e sull'altare «Questo è il mio Corpo». Questo è il secondo, opprimente, tremendo pensiero, che tuttavia è necessario penetrare, se vogliamo rappresentarci in quale maniera Cristo sia presente nel suo Sacerdote.
Innanzi tutto Egli è presente in lui quando, più o meno meccanicamente, comunica il messaggio che gli è affidato. Il Divino Profeta usa labbra umane per comunicare la scienza, e a dichiarare la verità. Ma se noi riflettiamo che il Divino Sacerdote usa labbra umane per raggiungere i suoi fini sacerdotali, altresì rileviamo che la sua Presenza è molto più intima di quella di un Re nel suo ambasciatore. Poiché l'ambasciatore praticamente in nessun senso è il suo Padrone; egli può dettare i termini di un trattato, ma non può ratificarlo; può argomentare presso coloro a cui è inviato; ma solo in senso molto imperfetto e rappresentativo può riconciliarli col suo Re. Invece questi Ambasciatori di Cristo, in virtù d'un esplicito mandato che hanno ricevuto in termini come «Questo è il mio corpo... fate ciò in mio ricordo» (Lc., XXII, 19); «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi...» (Joh., XX, 22-3) hanno i pieni poteri di fare ciò che non è consentito agli ambasciatori terreni. Essi compiono ciò che dichiarano: questi amministrano i favori che implorano...
Possiamo allora realmente asserire che Cristo è presente nel Suo Sacerdote, come in nessun Santo per quanto grande, come in nessun Angelo per quanto vicino alla faccia di Dio. È l'altissimo privilegio del Sacerdote, ed insieme la sua tremenda responsabilità, di essere, nel momento in cui esercita il ministero, in un senso, Cristo stesso. Egli non dice «Cristo ti assolva» ma «io ti assolvo»; non «Questo è il Corpo di Cristo» ma «Questo è il mio Corpo». Cristo non usa solo della enunciazione delle labbra, ma di lui medesimo nel momento in cui manifesta la Volontà e l'Intenzione. Allora si compie un Atto Divino. Egli diviene presente nel Sacerdote, per il permesso del Suo sacerdote. Se si riguardi che il SS. Sacramento è consacrato (vale a dire la maraviglia culminante della grazia consumata di Cristo) o che il peccatore pentito s'allontana perdonato; quando in una parola, Dio, in questo o in quel luogo, in questo o in quel documento agisce come Dio, ciò si effettua non per le parole meccanicamente pronunciate dal sacerdote, ma per l'unione della sua volontà e della sua libera intenzione con quella del suo Creatore.

III.  Sembra che abbiamo divagato parecchio dal nostro tema, l'amicizia di Cristo. Eppure non ce ne siamo allontanati neppure per un istante.
Abbiamo considerato le molteplici maniere con le quali l'Amicizia di Cristo ci si rende accessibile; e vedemmo come non consista solamente in una interiore aderenza a Lui, ma in riconoscimento esteriore ed in un'esteriore accoglienza di Lui. La Sua Umana Natura viene a noi dal Sacramento dell'Altare. La Sua Divina Autorità si manifesta nella natura umana di coloro che compongono la Chiesa e che hanno diritto di parlare in Suo Nome. Queste varie caratteristiche non possono essere valorizzate  cioè la Sua Amicizia non sarà quale Egli la intende  senza considerare le ulteriori manifestazioni che accompagnano la Sua Presenza. Ed Egli si manifesta ancora nel Suo Sacerdote.
Egli dimora sulla terra, parlando per le labbra del Suo sacerdote, in quanto questo sacerdote comunica l'autoritario ed infallibile insegnamento del Suo mistico corpo, corpo di cui il sacerdote è come una bocca. Egli agisce sulla terra in quelle azioni divine del sacerdote che solo la Potenza Divina può compiere, esercita la prerogativa del culto che a Dio solo è dovuto, e si fa presente con la Sua Umana Natura sotto la forma del Sacramento ch'Egli stesso ha istituito. E, come corollario, nell'atmosfera creatasi intorno al Sacerdozio più per l'istinto dei devoti che per le precise istruzioni della Chiesa, esibisce gli attributi del Suo Divino Carattere, in relazione a quelli che costituiscono l'Amicizia di chi L'ama. E che cos'è quella dolcezza, quel distacco e purità di spirito così caratteristiche nel sacerdozio cattolico, se non l'aroma dell'irraggiungibile santità di Dio che è il Santissimo, nel Cui volto non ardiscono gli Angeli fissarsi: cos'è questo tradotto in termini della vita comune? E
che cos'è questa incredibile accessibilità del Sacerdote all'anima che lo cerca come Sacerdote più che come uomo, se non l'umano riflesso della Divina prontezza con cui vengono accolti tutti coloro che sono affaticati e addolorati? Questa eccelsa purità del Sacerdote, questo distacco dai vincoli familiari, questa abdicazione a tutto ciò che costituisca il patrimonio d'ogni uomo, non è che un lontano bagliore della luminosa Personalità di Colui che fu Figlio d'una Vergine, che scelse un Vergine per suo precursore, che è seguito anche nella divina famiglia dei cieli, «dovunque Egli vada» da uomini «che non ebbero contatti con donne: poiché sono vergini» (Apoc., XIV, 4).
Quindi, la devozione al Sacerdozio, il rispetto per l'officio, la gelosia per il suo onore, l'insistenza sopra un tipo alto di coloro che ne sono investiti, non sono che manifestazione di quell'Amicizia di Cristo di cui andiamo trattando, e il riconoscimento di Lui nel suo ministro e rappresentante. Non il riposare sul sacerdote (poiché nessuno è capace di portare il peso intero di un'altra anima) ma il riposare sul sacerdozio, è altrettanta fiducia in Cristo: perciò, quando voi vi avvicinate al Sacerdote, ben sapendo ciò che guardate in lui e distinguendo l'uomo dal suo officio, voi vi avvicinate all'Eterno Sacerdote che in lui vive, a Colui che «è Sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech» (Ps. CX, 4); e al Quale il Profeta fece la più grande lode, glorificandoLo come «il Sacerdote sopra il suo trono» (Zach., VI, 13).


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VIII.

CRISTO NEL SANTO

«Voi siete la luce del mondo»,
(Mt., V, 14).

Vedemmo come Cristo sia presente nel Sacerdote per il «carattere» e la missione che questi riceve. È Cristo che parla attraverso la sua bocca allorché proclama il messaggio del Vangelo; è ancora Cristo che servendosi della volontà e dell'intenzione del Sacerdote, delle sue parole e delle sue azioni, compie quegli atti soprannaturali propri del rito sacramentale e sacerdotale. Finalmente, le universali caratteristiche del sacerdozio  come la sua separazione dal mondo ed insieme la sua accessibilità  non sono altro che le caratteristiche di Cristo stesso precipitate, per dir così, in un medium umano.
Ma c'è un'altra santità nel mondo, oltre questa della esteriore consacrazione  la santità personale o santità morale. Ora noi dobbiamo considerare le relazioni di Cristo anche sotto questo punto di vista: la Sua Presenza nel Santo.
I.  Quando noi consideriamo la Religione Cattolica come attualmente ci involge, vediamo che i Santi, e sopratutto Maria, Regina dei Santi, sono vitali ed essenziali elementi nel sistema. Si dice, e si dice bene, che nessuna persona nata da genitori mortali ha esercitato ed esercita sulla razza umana un'influenza così potente come Maria, Madre di Nostro Signore  o (per dirla anche più garbatamente) a nessuno viene ascritta una influenza come a Maria. E' impossibile poter immaginarsi ciò che la sua Personalità significa per il genere umano, così come viene illustrata con le innumerevoli forme di devozione in suo onore, con i rosarii recitati a Sua lode e per ottenere la sua intercessione; le invocazioni del suo nome: in realtà, il posto che Essa occupa è un tutto complesso nell'umana coscienza. Il Suo Nome scorre traverso la storia Cristiana così inestricabilmente come il santo Nome di Gesù stesso.
Non v'ha circostanza nella vita, non c'è situazione o crisi,  e possiamo dire, non c'è gioia e dolore  a cui Maria, prima o dopo, non sia stata chiamata a prender parte. Sino a tre secoli fa, la sua Immagine stava praticamente in ogni chiesa cristiana; per tutto il mondo oggi la si ritrova nella maggior parte delle chiese e lentamente va rientrando anche nelle altre.
Nella mente cattolica il pensiero di Maria è così strettamente congiunto al pensiero di Gesù come le due nature in Cristo; poiché, dopotutto, una di quelle due nature proviene da Lei.
Si è detto dai critici Protestanti che l'errore nostro consiste precisamente in ciò, che mentre Gesù venne per chiamare a Sé tutti gli uomini direttamente, a Maria invece è stato permesso di usurpare il Suo posto. È del tutto superfluo redarguire quest'asserzione, dacché il vero Cattolico sa perfettamente bene che ogni culto e onore dato a Maria, Le viene dato con il solo intendimento di unire vieppiù il devoto con «il frutto benedetto del suo seno» (Lc., I, 42) che Ella da ogni immagine ci porge, ora come il Fanciullo della Gioia, ora come l'Uomo dei Dolori. Solo chi è dubbioso, o almeno dottrinalmente incerto, circa l'assoluta Deità del Cristo, può pensare che un Cristiano intelligente arrivi a confondere Cristo con la Sua Madre, o immaginare quasi che il Creatore e la Creatura stiano in competizione tra loro. Ma il soggetto della nostra discussione è di precisare se possiamo comprendere Gesù meglio con Maria che senza di Lei.
Innanzi tutto, se noi ci rivolgiamo al Vangelo  a questo piano fondamentale dei disegni di Dio per l'umanità  troviamo che, secondo la graduazione, per dir così, Maria occupa un posto di dignità dopo Gesù, meravigliosamente simmetrico al posto che Le viene assegnato nel più esplicito sistema cattolico: onde, ogni qualvolta il suo Figlio partecipa a un momento di crisi umana, ogni qual volta un nuovo, o impressionante e fondamentale fatto ci viene rivelato, Maria è al Suo lato, ed è presentata, per dir così, in un'attitudine molto espressiva.
«L'Angelo Gabriele venne inviato da Dio... a una vergine... e il nome della vergine era Maria» (Lc., I, 26, 27). In queste parole si descrive il primo e attuale passo dell'Incarnazione parallelo, in modo suggestivo, al primo e attuale passo nell'ordine della Caduta. In ambedue c' è una Fanciulla Immacolata, un messaggero soprannaturale e una libera elezione da cui dipenderà il futuro. Nell'un caso la disobbedienza di Eva e l'amar proprio fu preliminare al sì onde fu condannata tutta la razza umana; nell'altro l'obbedienza di Maria e l'amar di Dio fu preliminare al processo, onde la stessa razza fu redenta.
Ancora: mentre Cristo sta in Betlehem e riceve per la prima volta, come Dio fattosi Uomo, gli omaggi del genere umano, è Maria che s'inginocchia accanto a Lui; quando Cristo durante i trent' anni «impara l'obbedienza» (Hebr., V, 8) come Figlio dell'Uomo, è da Maria ch'Egli prende i Suoi ordini. Quando s'inoltra nel mondo per cominciare quella trasformazione di cose umane in cose divine, è per la preghiera di Maria ch'Egli cambia l'acqua in vino. Quando chiuse il suo ministero pubblico con quel miracolo ancor più meraviglioso, a cui tutti gli altri suoi miracoli preludevano  la Sua Morte sul Calvario  «ai piedi della Croce di Gesù stava la Sua Madre» (Joh., XIX, 25) come, secoli innanzi, Eva, madre dei perituri, stava sotto l'Albero di Morte per cui giacque il primo Adamo. Se poi ci rivolgiamo alla Tradizione  questa inesauribile memoria e mente della Chiesa, onde essa estrae continuamente «cose nuove e antiche» (Mt., XIII, 15)  o ai ricordi scritti di quella Vita, durante la quale l'intero suo tesoro fu commesso alle sue cure; in ciascun caso noi troviamo che Maria sempre fiancheggia Gesù; che allorché Lo ricerchiamo come Neonato, Lo troviamo soltanto «con Maria Sua Madre» (Mt., II, 11); quando Lo adoriamo come Uomo, obbediente come Egli ci vorrebbe obbedienti, è nella casetta di Lei che Lo troviamo: quando ci avviciniamo alla Croce per bagnarci del Suo Sangue prezioso, Maria, al Suo fianco, ci guarda. Anche storicamente dobbiamo asserire la medesima cosa: dove Maria è amata, Gesù è adorato; dove Maria, la Madre della Sua Umanità, è disprezzata o trascurata, la luce della Sua Divinità si allontana...

II.  Ciò che si verifica per Maria si verifica anche per i Santi, poiché dovunque Gesù è adorato come Dio, ivi i Suoi amici sorgono a mille come i fiori dalla terra; dove la Sua Divinità è messa in dubbio o negata, ivi il flusso del soprannaturale si smarrisce. Inoltre, ogni Cattolico ben sa che l'effetto della devozione ai Santi è la devozione verso il loro Amante Divino.
Mille e mille hanno prima imparato a conoscere e poi ad amare Gesù Cristo, dalla Sua intimità con i dilettissimi amici, dai loro sacrifici a cagione di Lui, dal modo con il quale la Sua Immagine è stata riprodotta nelle loro vite, trasportata dai termini della Sua Sacra Umanità nei confini della loro decaduta umanità. Poiché com'è possibile diventare amici degli amici di Cristo, senza scorgere la Sua Divina Amicizia quale viene ispirata da loro?
In qual modo, comunque, è possibile affermare che Cristo è presente nella Sua Madre o nei Suoi Santi? Egli non è in loro, come nella Santa Eucarestia, o nella Chiesa Cattolica, Suo Corpo, o come nel Sacerdote che amministra il Suo Eterno Sacerdozio. Essi vivono la loro vita; Egli vive la Sua. Al massimo, è possibile dire di più: che essi siano gli specchi della luce Divina su quali scorgiamo le Sue Perfezioni?
Pur tuttavia, se noi vi riflettiamo, diviene chiaro che ciò non è tutto; che Egli è in loro come una fiamma è in una lanterna; che le loro esistenze non sono semplicemente riproduzioni o riflessi della Sua, ma attuali manifestazioni di Essa. Le grazie che essi dispiegano sono attualmente le stesse grazie di cui quella Sacra Umanità era saginata; la loro ripugnanza per il peccato è la Sua; i poteri che essi esercitano sono i Suoi. Essi sono «la luce del mondo» (Mt., V, 14) dacché arde in loro la Suprema Luce del mondo. La loro «vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col., III, 3). Con l'aiuto della grazia, essi hanno sbozzato la pietra della loro umana natura, a furia di mortificazioni, di sforzi, di preghiera,  magari anche con i colpi finali del martirio  fino a che, a poco a poco, o d'un tratto per subitaneo eroismo, ha cominciato a profilarsi nel materiale greggio, non l'angelo di Michelangelo, non una copia del Modello Perfetto, ma, in un senso reale, l'attuale Modello stesso. È Lui che ha vissuto in loro, così realmente, quantunque in altra maniera, come nel Sacramento dell'altare; è Lui che appare in loro al culmine della santità, visibile a chiunque abbia occhi per vedere. Certamente non è Lui stesso, puro e semplice; poiché rimane sempre in ogni Santo qualche fibra o frammento della personale sua identità, che Dio gli ha dato e non gli potrà mai togliere. Ed è proprio per questa personale identità e per il servizio ch'essi rendono alla promulgazione di Cristo sulla terra che il Santo è stato creato e santificato. Fissare il Sole svelato significa diventar ciechi, o per lo meno rimanere abbagliati dall'eccesso di luce fino a non veder più nulla. Nei Santi perciò  attraverso il loro individuale carattere e temperamento quasi attraverso un prisma  noi scorgiamo il Carattere tutto-santo di Cristo, la candida lucentezza della Sua Assoluta Perfezione, non alterata o diluita, ma analizzata e frazionata affinché possiamo meglio comprenderla. Nel Santo della penitenza è il Suo disgusto per il peccato che viene reso visibile; nel martire, la Sua eroica passione per il dolore; nel dottore della Chiesa, ,il tesoro della Sua sapienza; nella vergine, la Sua purità. In Maria stessa  la Vergine, la Madre, la Donna del Dolore, la Causa nella nostra Letizia  nel suo Cuore trafitto, nel Suo Magnificat, nella sua Immacolata Concezione  noi scorgiamo, raccolte in una singola persona umana, tutta l'abbondanza e tutte le perfezioni di tutte le virtù e grazie di cui può essere capace un'anima. «Tu sei tutto bello, Amor mio, e non c'è macchia in te» (Cant., IV, 7).
Cristo dunque viene a noi circondato dalla Corte degli Amici che stanno intorno al suo Trono. Alla Sua Destra siede fa Regina «in aureo ammanto» la «Figlia del Re» (Ps., XLIV, 10, 14) e ai suoi lati coloro che hanno saputo chiamarLo Amico, concepiti, e ciascuno al suo posto, e nati nel peccato, ma che «attraverso molte tribolazioni» (Act., XIV, 21; Apoc., VII, 14) hanno restaurato e ricopiato quell'immagine a somiglianza della quale furono fatti, ed hanno in tal modo identificato se stessi con Cristo, tanto che di loro si può ben dire, non essere «più essi che vivono; ma Cristo vive in loro» (Gal., II, 20).
Sforzarsi di separare Cristo dai suoi amici, di allontanare la Regina Madre dai gradini del Trono del Suo Figlio, per paura che riceva troppo amore o troppi omaggi, quale via strana per cercare l’amicizia di Colui che è il loro tutto! Una meramente individuale Amicizia con Cristo, si restringe a una ben povera e isolata cosa, tenue e disamorata, (se è possibile per uno che cerchi, quantunque fiaccamente e timorosamente, l'amore di Cristo, essere disamorato) mentre, negli splendori della pratica e della fede cattolica, vediamo da rutti i lati irradiarsi sempre nuovi modi con cui possiamo imparare ad amare Nostro Signore. Egli difatti è presente in ciascuno di loro, ma secondo il modo di essere di ciascuno, così come la luce del sole è presente nella vampa del mezzodì, nelle luci tenere dell'alba, in una conca di acqua, nella gloria sfarzosa di un tramonto, nell'argento della luna, nel colore del fiore. Compreso finalmente che Cristo è tutto, e non solo una cosa fra mille, cioè che Egli è il Tutto, e che quindi non c'è grazia né gloria senza di Lui, non c'è perfezione che non sia relativa alla Sua Assolutezza, non colore che non sia elemento del suo Candore, non suono che non sia nella scala della Sua Musica,  arrivati cioè a comprendere ciò che vogliamo significare allorché Lo chiamiamo Dio ; evitato finalmente lo spirito moderno di razionalizzare la Sua Divinità con la speranza di vedere la Sua Umanità, oh! ecco, noi lo troviamo da per tutto; non temiamo più nulla fuorché ciò che ci può separare da Lui, essendo a Lui contrario; ecco! «Tutte le cose sono vostre... e voi siete di Cristo; e Cristo è Dio» (I Cor., III, 22-23).


IX.

CRISTO NEL PECCATORE

«Quest'uomo riceve i peccatori e mangia con loro».
(Lc., XV, 2).

Abbiamo considerato come Cristo si avvicini a noi, offrendoci la Sua Amicizia, sotto varie forme e travestimenti, mettendo a nostra portata di mano, per così dire, certi suoi aspetti, od anche virtù e grazie, che altrimenti non sarebbero appresi. Egli estende a noi, per es., il Suo Sacerdozio, in un Sacerdote umano, la Santità nel Santo.
Ma questi Suoi particolari travestimenti sono abbastanza semplici. Chi conosce qualcosa della Sua realtà come Dio, solo attraverso uno straordinario pregiudizio o cecità può disconoscere la voce del Buon Pastore nelle parole che il Suo Sacerdote è autorizzato a pronunciare, o la Santità del Santo dei Santi nelle vite sovrumane dei Suoi intimi più amati. Ma non è altrettanto facile riconoscerLo nel peccatore; perché sembra che il Peccatore abbia un carattere che Egli assolutamente non può assumere. Anche i suoi più cari discepoli furono tentati di abbandonarLo, allorché, sulla Croce, e ancor più nel Gethsemani, Egli che «non conobbe peccato» si era «fatto per noi peccato» (Il Cor., V, 21).

I.  Fra le più spiccate caratteristiche di Gesù, quali vengono ricordate nel Vangelo, primeggia senza dubbio la Sua Amicizia per i peccatori, la straordinaria simpatia per essi, e l'apparente agio in loro compagnia. Per ciò, e non altro, fu accusato di colpa, giacché Egli vantava il diritto di insegnare la perfezione. Se ben riflettiamo, questa caratteristica fornisce una delle supreme credenziali per la Sua Divinità: nessuno fuorché l'Altissimo può abbassarsi tanto, nessuno fuorché Dio può essere così umano. Da un lato non c'è patrocinio che provenga da maggiore altezza. «Quest'uomo riceve i peccatori» (Lc., XV, 2). Non è contento di predicare a loro: «Egli mangia con loro», come se stesse ad eguale livello. E da altra parte non una traccia della sciocca moderna posa d'immoralità: il Suo messaggio finale è sempre: «Va, e non peccare più».
Così enfatica, infatti, è la Sua Amicizia per i peccatori, che quella per i Santi relativamente sembra, in apparenza, troppo ristretta. «Io non sono venuto a chiamare i giusti», Egli dice, «ma i peccatori». Tre volte in un solo discorso dà questa lezione alle anime che si pregiudicano incamminandosi per altra via  poiché il maggior pericolo per un'anima religiosa sta nel Farisaismo  in tre tremende parabole. La moneta d'argento smarrita nella casa è più preziosa che le nove racchiuse nello scrigno; la pecora caparbia perdutasi negli anfratti è più pregevole delle novantanove all'ovile; il figlio ribelle smarrito nel mondo è più caro del maggiore ed erede, al sicuro in casa.
Osservate ancora come Egli si regola praticamente secondo quel che dice; Non è soltanto una vaga benevolenza ch'Egli nutre verso i peccatori, così, in astratto, ma è una particolare gentilezza verso i peccatori che si traduce in concreto. Egli sceglie, pare, i tre tipi di ogni peccato, e li fa partecipi in speciale maniera della sua compagnia.
All'incurante, indifferente, rozzo delinquente, Egli promette il Paradiso; all'ardente, all'appassionata, alla sensitiva Maddalena dà la assoluzione e loda il suo amore; ed anche al peccatore più ripugnante  il calcolatore, il traditore a mente fredda che preferisce trenta denari al Suo Maestro, Egli dà il suo saluto nell' istante stesso del tradimento, col più tenero dei nomi: «Amico, perché sei venuto?» (Mt., XXVI, 50).
Una lezione abbastanza chiara emerge dai racconti evangelici. Noi non potremo conoscere Cristo sotto l'aspetto più caratteristico, se non Lo troviamo fra i peccatori.

II.  E ciò, cosa significa? Anche qui il mondo si ribella. Possiamo identificare il nostro Sacerdote, quando celebra al Suo Altare; il nostro Re dei Santi allorché è trasfigurato; possiamo anche riconoscerLo quando serve i peccatori, perché allora Egli serve a noi stessi; ma in qual senso dev'essere intesa l'affermazione che Egli si identifica con loro e che quindi bisogna cercarLo in loro e non solamente fra loro?
L'esempio dei Santi è chiaro e inconfondibile. Le anime che sono intieramente unite a Cristo, non cercano se non Cristo; e se c'è una cosa evidente è proprio questa: che queste anime sia che si ritirino dal mondo per lavorare nella penitenza e nella preghiera, sia che si tuffino nel mondo per spendervi la loro energia, cercano non solamente le cose che sono lontane da Cristo per ricondurle a Lui, ma Cristo stesso, in un certo senso, lontano da se stesso...
In fondo, ciò è molto semplice; poiché Cristo è «la Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Joh., I, 9), e poiché è la Sua presenza, e questa sola, che dà un valore all'anima umana. Certamente, in un senso, l'anima perdendosi nel peccato perde Cristo, e la Sua Presenza non è più in Lei con la grazia; tuttavia in altro senso, brutalmente realistico e tragico, Cristo vi è ancora. Se un peccatore solamente cacciasse con il suo peccato Cristo, noi potremmo lasciar perdere quest'anima; ma è perché, secondo la terribile frase di S. Paolo, il peccatore tenta «crocifiggere» Cristo e «burlarsi di Lui» che non possiamo permettergli d'abbandonarsi a se stesso. Quest'anima ancora non è entrata nell'inferno, non ha perduto, irrimediabilmente e per l'eternità, la Presenza di Dio; è in uno stato di prova, e perciò avvince ancora il suo Salvatore in mistici legami e bende. Il nostro Amico allora non è impegnato solo superficialmente con l'anima, ma anche interiormente; nella voce quasi indurita di quella coscienza è la Voce di Gesù che supplica con labbra, ancora una volta colpite. Ivi sta la Luce del Mondo, ridotta a una scintillante favilla sotto un monte di ceneri; l'assoluta Verità, posta mezzo a tacere dalla Menzogna; la vita del Mondo avvenire, spinta all'orlo della morte da una vita che è ancora in questo mondo e di questo mondo.
Da quest'anima il nostro Amante grida col più amaro pathos: «Abbiate pietà di me, o Amici miei... Nella parola del mio Sacerdote io posso ancora operare azioni meravigliose e misericordiose; nell'esistenza dei miei Santi io posso vivere ancora una vita santa sulla terra; da ogni anima che si trovi in grazia io sono tollerato e lasciato in pace, anche se non ben ricevuto. Ma nell'anima di questo peccatore io sono privo di potere. Io parlo e non sono udito; mi sforzo e sono ostacolato... "Fermati, e guarda, se v'ha dolore, come il mio, grande". Ecco "Sitio"...». C'è dunque Cristo, nel travestimento di uno che lo ha respinto.

III.  Questo riconoscimento di Cristo nel peccatore è il titolo essenziale per la nostra capacità di aiutar il peccatore. Noi dobbiamo aver fiducia nelle sue possibilità. E la sua sola «possibilità» è Cristo. Noi abbiamo da riconoscere che dietro l'apparente assenza di fede v'è ancora, ad ogni modo, una scintilla di speranza; dietro la sua disperazione v'è ancora un barlume di carità. Il semplice discutere e rifiutarlo è peggio che inutile. Noi abbiamo da fare nei limiti delle nostre capacità, un po' di quello che Cristo fece nell'onnipotenza del suo amore: identificare noi stessi con il peccatore, penetrare attraverso il suo disamore e le sue tenebre all'amore e alla luce di Cristo che ancora non lo ha abbandonato a se stesso. Dobbiamo, in una parola, far di lui quanto ci può esser di meglio, e non peggio (come fa a noi nostro Signore tutte le volte, quando ci perdona i nostri peccati) perdonando i suoi trascorsi come speriamo che Dio perdoni i nostri. Riconoscere Cristo nel peccatore è non solo rendere omaggio a Cristo, ma arrecare un vantaggio al peccatore.
Tuttavia, quanto è pietosa la manchevolezza dei Cristiani, nel comprendere questo,  o, comunque, a regolarsi su questo! È molto agevole persuadere gli uomini a partecipare ad una funzione liturgica dove Cristo è evidentemente onorato; ad adorarLo nel SS. Sacramento; a riverirLo nel suo Sacerdote; a commemorare la solennità di un Santo. Ma è di un'estrema difficoltà convincerli ad intraprendere un lavoro il cui oggetto riposi nel disonore di Cristo, a sostenere, diciamolo pure, le Società di beneficenza, o le corporazioni per la salvezza degli infedeli!
Noi siamo terribilmente pronti a tenerci stretti alla nostra religione, ad abbandonare i peccatori a loro stessi, a tener le cortine chiuse, a fare piccole osservazioni ciniche, ed a dimenticare che, mancando nel riconoscere l'appello dei pagani e dei pubblicani manchiamo nel riconoscere il Signore del Quale ci professiamo servitori, e che è nella forma in cui più pressantemente desidera la nostra amicizia.
Guardiamo il Crocifisso; poi volgiamo uno sguardo sopra il peccatore. Ambedue sono repulsivi, ed orribili, agli occhi d'una perfezione fredda e senza Dio; ambedue sono amabili e desiderabili perché Cristo è in ambedue; ambedue sono infinitamente commoventi e supplicanti, perché in ambedue v'è Colui che «non conobbe peccato» e «si fece peccato» (II Cor., V, 21). Infatti il Crocifisso e il Peccatore non superficialmente, ma profondamente, si somigliano in ciò: che ambedue sono ciò che la ribelle volontà umana ha fatto dell'Immagine di Dio. Sarà questo quindi l'oggetto della più commossa devozione di coloro che desiderano vedere restaurata in quell'Immagine la luce della gloria  di tutti coloro che pretendono una simpatia da Lui che non solo è l'Amico dei Peccatori, ma volle con loro identificarsi.
Non riconoscere Cristo nel peccatore, è, dunque, non riconoscere Cristo quand'Egli è più veramente e caratteristicamente Se stesso. Tutta la devozione del mondo verso il Bianco Ospite nell'Ostensorio, tutta l'adorazione del mondo verso il Fanciullo immacolato, tra le braccia della Madre Immacolata, fallisce al suo vero fine se non è accompagnata dalla passione per le anime che lo disonorano; poiché dietro il putridume e la corruzione dei loro peccati, v'è Lui che è nel SS. Sacramento e dimora sulla mangiatoia, e invoca il nostro aiuto.
Infine bisogna ricordare, che se noi avremo pietà di Cristo nel peccatore, dovremo ancora aver pietà di Cristo in noi...


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X.

CRISTO NELL'UOMO COMUNE

«Quel che avrete fatto a uno di questi miei minimi fratelli, lo avrete fatto a me».

(Mt., XXV, 40).


Abbiamo considerato come sia relativamente facile ravvisare Cristo nel Sacerdote e nel Santo. Nel Sacerdote Egli sacrifica; nel Santo si trasfigura, o piuttosto, trasfigura l'umanità ancora una volta con la Sua gloria. E la sola difficoltà di riconoscere Cristo nel peccatore corrisponde a quella che rende arduo il ravvisarLo nel Crocifisso, difficoltà, che una volta superata, diviene luminosa per la luce che sprigiona sul Divino Carattere. Abbiamo anche veduto che chi non vede Cristo in questi tipi di umanità si lascia sfuggire incalcolabili occasioni di avvicinarsi a Lui e di apprendere la completezza e la varietà di questa Amicizia che Egli porge a noi.
Ma Cristo si presenta in forme ancora più originali di queste; e stranissimo sembra ciò ch'Egli dice, quando afferma che non solo questo e quell'individuo in particolare, ma l'«uomo comune» il nostro «prossimo» è il Suo Rappresentante e Vicario sulla terra così (sebbene in senso completamente diverso) come il Sacerdote o il Pontefice.

I.  Egli ci rivela questa verità quando descrive il suo ritorno allorché verrà a giudicare l'umanità (Mt., XXV, 31 ss.). Da un lato saranno i predestinati; dall'altro i dannati; e l'unica ragione ch'Egli dà, in questo discorso, della separazione eterna dei due gruppi è che i primi L'hanno servito nel loro prossimo; gli altri Lo hanno trascurato. «Quello che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli l'avrete fatto a me». Perciò gli uni parteciperanno alla vita; gli altri alla morte.
Ci troviamo subito imbarazzati da una apparente ignoranza  che a prima vista sembrerebbe genuina e sincera  circa il merito o il demerito delle due classi nella loro vita terrena. Ambedue obbiettano rispettivamente contro la sentenza di salvezza e di condanna «Signore, quando ti vedemmo affamato... o assetato... o nudo... o malato o in prigione? ...». «Noi mai coscientemente ti abbiamo servito», dicono gli uni. «Noi mai coscientemente ti abbiamo respinto», ripetono gli altri. Per risposta nostro Signore ribatte l'affermazione che servendo o respingendo il prossimo, essi hanno rispettivamente, servito o respinto Lui stesso. Tuttavia non dilucida come un'azione posta senza coscienza possa dinanzi a Lui assumere ragione di merito o demerito.
La spiegazione però non è molto difficile: dipende dal fatto che l'ignoranza non è completa. Perché è un fatto d'esperienza comune constatare che noi sentiamo un'attrattiva naturale verso il nostro prossimo e che non lo possiamo allontanare senza una colpa morale. Può darsi che per ignoranza o per volontario allontanamento della luce non si capisca o non si creda la Paternità di Dio o i diritti di Gesù Cristo; ma nessuno ha vissuto una vita egoistica fin dall'inizio, nessuno ha deliberatamente rifiutato l'amore al suo prossimo, o negato la Fratellanza, senza sentire, almeno in qualche periodo, che ciò era oltraggioso ai più alti istinti. Sanno bene i Cristiani che il secondo e grande comandamento trae la sua forza dal primo ed è ancora assolutamente certo che quantunque, per una ragione o per l'altra non si possa percepire la forza del primo, nessuno tuttavia può rigettare senza coscienza di colpa il secondo.
Cristo infatti è la luce che illumina ogni uomo (Gv., I, 9). Egli è attualmente la Voce dell'Eterna Parola (sebbene il suo Nome e le azioni storiche possano essere sconosciute), che parla nella voce della coscienza. Conculcando perciò i diritti del prossimo, si calpestano i diritti del Figlio dell'Uomo. Non si può addurre per scusa che la figura storica di Cristo domanda il nostro culto; non è questo il punto. Rimane sempre vero che trascurare il nostro prossimo è resistere a un impulso interiore, imperioso e giudice, a un impulso, che nonostante l'ignoranza dell'uomo circa la origine e identità di tale impulso con la Voce che parlò nella Giudea, afferma i suoi diritti attraverso il senso morale del giusto.
Pilato non fu condannato perché ignorava gli articoli del credo niceno, o perché non seppe identificare il Prigioniero che gli era stato portato dinanzi: fu condannato perché rinnegò le pretese della giustizia e del diritto che ha l'innocente per esser rilasciato libero. Egli oltraggiò la Fede Incarnata perché oltraggiò la Giustizia.
Dunque questo è un fatto innegabile. Chi non accetta il Secondo comandamento, implicitamente non può accettare il primo. Chi rigetta Cristo nell'uomo non può accettare Cristo in Dio. «Chi non ama i suoi fratelli che vede, come può amare Dio che non vede?». (I Joh., IV, 20).

II.  Abbiamo visto come sia relativamente facile riconoscere Cristo sotto ciò che chiamiamo i suoi aspetti sensazionali. La stupefatta ammirazione che noi proviamo per i sovrumani prodigi dei Santi; l'invincibile repulsione che si sente dinanzi a bestiali degradazioni, e agli eccessi spaventevoli di peccatori, sono in fondo un inconscio omaggio alla Immagine divina e alla sua presenza in loro, manifestata, nel primo caso, oltraggiata, nel secondo. Non è più facile, comunque, riconoscere Cristo nell'uomo comune che riconoscere la Divina volontà e provvidenza in noiose circostanze. Com' è possibile, ci domandiamo, che l'Unico si trasformi nell'Ordinario, che il più Bello dei fanciulli si nasconda sotto il velo dell'inattraenza, che Colui «scelto tra mille» (Cant., V, 10) si celi dietro il Comune? Tuttavia, se l'amore per il nostro prossimo ha un significato, vuol dire precisamente questo: «Cristo nel Cuore d'ogni uomo che pensa a me... (così come nel cuore di chi non mi rivolge mai un pensiero). «Cristo nella bocca di ogni uomo che parla di me. Cristo in ogni occhio che mi vede. Cristo in ogni orecchio che mi ascolta» (Cfr. il «Pettorale di S. Patrizio»). Il marito, ad es., deve veder Cristo nella moglie vanitosa che spende metà della sua fortuna e tutte le sue energie per obbedire all'etichetta di società. La moglie deve veder Cristo nel marito che non si occupa se non dei suoi affari giornalieri e dei suoi spassi domenicali. La zitella lasciata a casa deve trovar Cristo nei suoi loquaci vecchietti, e nelle faccende domestiche; i suoi genitori devono trovar Cristo nella loro figlia poco brillante e non attraente. Il Benedettino deve veder Cristo in ogni ospite che viene al monastero e lo deve accogliere come se fosse il suo adorabile Signore e Maestro. Nel nostro prossimo, e nel piano comune in cui egli e noi ci moviamo, dobbiamo sempre ravvisare Colui che inabita «nel forte, nel carro, nella nave», dobbiamo sempre ravvisare Colui che inabita l'Eternità; altrimenti non possiamo vantarci di conoscerLo com'Egli è.

III.  In fare ciò perfettamente e costantemente consiste la Santità. Trovare Lui qui, è trovarLo dovunque. Se Lo rincontriamo qui, ci sarà facile riconoscerLo, nel Santo, nel Peccatore, nel Sacerdote, nella Chiesa e nel SS. Sacramento. E non c'è scorciatoie alla Santità.
Comunque, due considerazioni s'impongono:
1) Abbiamo da ricordarci continuamente il dovere; abbiamo da rimanere insoddisfatti di noi medesimi fino a che non impariamo a praticarlo. Negli allettamenti e seduzioni che vanno comunemente sotto il nome di «religione» si nasconde l'insidioso pericolo di scambiarli con la religione stessa. Non c'è nulla di più seducente, allorché la religione chiama a suo aiuto tante bellezze di arte e di devozione. Possiamo anche procedere più oltre ed affermare che le attuali celesti consolazioni elargiteci «per nostra salute» diventano «un'occasione di peccato». Cristo accarezza 1'anima, l'attrae e l'incanta, specialmente nei primi stadii della vita spirituale, per incoraggiarla a moltiplicare i suoi sforzi; ed è una vera insidia spirituale se noi scambiamo i regali di Cristo con Cristo stesso, la religiosità con la religione e la gioia possibile sulla terra con la gioia che ci aspetta nel cielo, se scambiamo in una parola l'invocazione «Signore! Signore!» con il «fate la Volontà del Padre che è nel cielo». (Mt., VII, 21). Continuamente e costantemente noi dobbiamo controllare i nostri progressi con i risultati pratici. Io trovo sempre più facile onorare Cristo nel Tabernacolo: trovo io per ciò più facile servire Cristo nel mio prossimo? Se no, io non ho fatto alcun reale progresso. Io non avanzo, per così dire, su tutta la linea: io spingo innanzi un settore della mia vita a danno del resto: io coltivo la mia amicizia con Cristo: sviluppo piuttosto una mia particolare concezione della Sua Amicizia (che è tutt'altra cosa). Io cado così nel più fatale tranello della vita interiore.

«Io Lo trovo nello splendore delle stelle.
«Io Lo trovo nella fioritura dei campi.
«Ma nelle sue vie con l'uomo, non lo trovo».
(Morte d'Arthur, Tennyson),

E perciò io non Lo trovo come Egli desidera essere trovato.
2) Un secondo aiuto per individuare Cristo consiste in un incremento di autocognizione. La mia suprema difficoltà si riduce solo ad una superficiale e fantastica difficoltà: quella di realizzare il mezzo onde distinguere l'Unico che si presenta sotto le forme del Comune. Perciò, se io arriverò a conoscere meglio me stesso e comprenderò quanto anche io sono comune, ed insieme, scoprirò che Cristo tuttavia mi sopporta, mi tollera e dimora in me, mi sarà più facile realizzare che Cristo è nel mio prossimo. Se io vado ancora più a fondo e penetro attraverso gli strati del mio carattere, e imparo a ciascuna scoperta come l'amor proprio pervada il tutto, quanto fiacco vi sia lo zelo per la gloria di Dio, e quanto immensa la preoccupazione per me stesso, come le mie azioni migliori siano avvelenate da motivi inferiori, e che nonostante ciò Cristo scende nel Tabernacolo e splende in un cuore nuvoloso come il mio cuore, mi diventa sempre più facile capire che Egli può agevolmente nascondersi sotto l'esteriorità del mio prossimo che io trovo così antipatico, ma della cui indegnità io non potrò essere mai così persuaso come sono della mia. «Fendete il legno», guardate attraverso la stupidità delle vostre teste di legno, «e voi mi troverete. Sollevate le pietre», incidete quell'insensibile, impietrita cosa che voi chiamate cuore «ed io sono lì». (Dai «Logia» di Gesù). E allora, avendo trovato Cristo in voi stesso, potrete trovarLo anche nel vostro prossimo.


XI.

CRISTO NEL SOFFERENTE

«Io compio ciò che manca delle sofferenze di Cristo».

(Coloss., I, 24)

Noi abbiamo considerato come Cristo, la Chiave della Casa di David, è risoluzione e risposta a molte obiezioni che gli acattolici trovano difficili da intendere. Ad es., ci si accusa di predicare «la Chiesa più che Cristo», di essere superstiziosi, se non proprio idolatri, nel culto verso il SS. Sacramento e nella riverenza verso i Santi, di esaltare inverosimilmente il Sacerdozio cattolico, dimostrarci troppo condiscendenti verso i peccatori e troppo indulgenti nelle assoluzioni. Non c'è bisogno che il cervello si affanni per trovare che Cristo è la risoluzione di tutto ciò, ma le difficoltà spariscono da sole in un batter d'occhio; poiché, capito che la Chiesa è il Corpo stesso in cui Cristo dimora ed opera, che il SS. Sacramento è Lui stesso nella medesima Natura Umana con cui visse sulla terra e che ora trionfa nel Cielo, che la Santità dei Santi è la Sua, che le parole e le azioni sacerdotali sono le parole e le azioni dell'Eterno Sacerdote e che i diritti del peccatore e degli altri si collegano alla Presenza di Cristo oltraggiato e crocifisso o disconosciuto in essi, nell'istante stesso in cui queste cose si percepiscono e Cristo s'intravede come permeando questi piani e regni, in ciascuno nella propria maniera, non soltanto ogni difficoltà sfuma, ma nuove ed incredibili vie si aprono per le quali Cristo può essere avvicinato e appreso come l'Amante e l'Amico delle Anime, desideroso solo di essere amato e conosciuto.
Consideriamo dunque ancora una volta un tale tipo, un problema cioè che è più vasto del cattolicismo dogmatico poiché è d'ogni filosofia e religione, e vediamo se anche di esso Cristo sia la chiave: il problema del dolore.

I.  È il problema che rode il cuore di ciascuno che tenta risolvere l'enigma dell'Universo, il quesito del perché il dolore sia, o almeno sembri essere il compagno inseparabile della vita. Mille tentativi furono fatti per rispondervi. Una risposta è quella del Monismo, per cui non esiste un Dio attuale, di infinito amore e potere, e il dolore non è che un prestanome onde esprimere gli sforzi dell'incipiente Divinità a realizzare se stessa.
Altra risposta è quella del Buddismo: la pena è un'inevitabile conseguenza del peccato personale, e le sofferenze di ciascuno sono sanzioni di delitti commessi in una vita precedente. Doveva essere riservato a una teoria dei nostri giorni affermare che il problema non esiste perché non esiste dolore! Che tutto è illusione, che «il pensiero lo crea». Ma in codesto sistema nessuno ha spiegato perché il pensiero debba assumere una forma così infelice, perché noi dobbiamo pensare così.
Il problema esiste. Noi lo vediamo allorché imploriamo una soluzione per ogni fanciullo innocente che soffre nel suo corpo, forse per i peccati dei suoi parenti, per ogni cuore trepidante tormentato dall'amore o dal risultato di delitti dei quali non è responsabile: e sopra tutto per qualsiasi anima affaticata e ottenebrata che pensa d'aver mortalmente e irreparabilmente offeso un Dio al Quale s'è studiata di servire il più fedelmente possibile. Non è la diretta ed immediata conseguenza del peccato per il peccatore che ci fa difficoltà; noi non siamo scossi allorché l'assassino viene impiccato, o il marito che bastona la moglie, staffilato, tanto la nostra idea del Giusto e la Idea Divina sono coerenti. Ma è quanto un fanciullo che è del tutto incapace di comprendere una lezione di morale, soffre per un peccato che egli non può neanche immaginare; quando un carattere mansueto per natura è reso furioso e amareggiato per un dolore che sa di non essersi meritato; quando dispiaceri su dispiaceri si accumulano in un'anima che sembra aver diritto alla gioia, mentre d'altra parte scorgiamo «i malvagi esaltati fino al cielo» (Ps. XXXVI, 35); allora noi ci meravigliamo.

II.  Innanzi tutto è necessario notare che la ragione essenziale per cui l'intelletto non riesce ad analizzare con soddisfazione questo supremo problema dipende dal fatto che non ha mai imparato a farlo. Sarebbe una pazzia sottoporre l'amore di una madre al microscopio o scrutare l'universo con telescopio nella speranza di trovare Dio. Il dolore è uno di quei fatti fondamentali che va scrutato con tutte le forze dell'uomo, con il suo cuore, con la sua volontà, con la sua esperienza e anche con la sua testa; oppure per niente. Propriamente parlando l'intelligenza è adeguata solo alle «scienze esatte» che in altri termini significa l'astrazione intellettuale dal campo del fatto concreto. lo posso addizionare infallibilmente due più due, perché «due più due» è un'astrazione che il mio intelletto fa del mondo che lo circonda. Ma io non posso congiungere due persone insieme e calcolare con precisione gli effetti che se ne derivano sia riguardo a loro che riguardo a me stesso. Se il Problema del Dolore si deve risolvere completamente, bisogna sia risolto dall'uomo e non da una sola frazione di lui.
E quando noi ci volgiamo a Cristo crocifisso, sapendo chi e che cosa Esso sia, ci accorgiamo che il problema ci si pone dinanzi nella sua forma più saliente. Non è un uomo che lì è appeso, comunque innocente; ma è Uomo senza sua colpa. Non è uomo non caduto che lì è appeso, ma è il Dio Incarnato. Certamente ciò non costituisce una risposta del come possa giustificarsi la sofferenza di uno per i peccati di un altro; ma ci si spiega con evidenza come uno possa soffrire in tal modo, con la coscienza del fatto, e che possa tuttavia rassegnarsi; e, inoltre, si comprende come la Legge dell'Espiazione è di un'estensione e di un effetto così vasto e fondamentale che lo stesso Legislatore può sottomettersi a lei. Ne proviene allora a noi Cristiani una certezza di cui abbiamo bisogno; perché ci viene dimostrato che il dolore non è una infelice condizione della vita, non un capriccio d'una trascuratezza selvaggia, non un sforzo tormentoso da parte di un Dio embrionale, ma un episodio della vita così augusto e così elevato che, per il fatto stesso che il Creatore vi si sottomette, è necessario schierarsi sotto il Divino Gagliardetto della Giustizia all' ombra del quale devono propagarsi le nostre personali idee di giustizia. Ciò non spiega il problema; egli si afferma ancora, forse più meravigliosamente di prima; tuttavia per i Cristiani produce almeno l'effetto di dimostrare il totale elaborato e «prescritto» (la frase è di S. Paolo) dinanzi ai nostri occhi.
Accettando questo principio, sia come ipotesi di lavori, sia come fede nell'Espiazione da Cristo sopportata secondo questa incomprensibile Legge ritorniamo ancora agli altri innocenti che soffrono, al fanciullo impotente, alla madre che agonizza, all'anima malinconica, ottenebrata.
Se isoliamo costoro dal resto del genere umano, se li separiamo dall'ambiente e li esaminiamo uno per uno, di nuovo c'è da rimanerne sconcertati. Ma se noi facciamo quello che realmente bisognerebbe fare dopo queste considerazioni, meditare cioè come sia possibile scorgere in loro Cristo, la luce torna a splendere di nuovo...
Abbiamo riflettuto poco fa su i diritti della Chiesa, l'organo santificato dell'umanità, ad essere il corpo in cui Cristo dimora poiché ciò è innegabile, allora, come noi vediamo nell'autorità della Chiesa l'autorità di Cristo, la Sua santità in lei, il Suo sacerdozio nei suoi ministri, così dobbiamo vedere nelle sue pene il Suo Calvario. Questi sofferenti sono la diramazione di Cristo crocifisso, come i Suoi Sacerdoti sono i Suoi agenti. Quel che Egli fece sul Calvario, la misteriosa espiazione dove l'Umanità unita con Dio era la vittima, Egli lo rinnova nel Sacrificio della Messa; vediamo ora di nuovo come Egli offra lo stesso Sacrificio, quantunque in maniera diversa, nel sangue e nelle lacrime di coloro che si uniscono a Lui.
«Io adempio quelle cose» dice S. Paolo, «che mancano alla Passione di Cristo».
«Io compio cioè», può dire il sofferente, « nei confini della mia umanità, quell'espiazione che Egli offrì in Se stesso. Io sono il ministro di. Cristo, come lo è in una maniera il suo sacerdote, come lo è il Suo Santo in altra, come lo è tutta la Chiesa». Non si deve far gran caso se il sofferente sia o no del tutto consapevole del suo risultato, perché è in forza dell'umanità comune a lui e a Cristo che il suo dolore si rende utile; il Sacerdote all' altare può essere un infedele o violentemente distratto, e tuttavia consacra il Corpo del Signore; il febbricitante può ribellarsi e prorompere in furiosi lamenti, e tuttavia è Cristo paziente che soffre in lui.
Allora, dove consiste il valore d'un volontario sacrificio? Riposa in questo che con esso, almeno praticamente, si risolve il problema del dolore; le parole «un sofferente volontario» formano una frase che dipinge un'anima che lo ha risolto; e non, cioè, ch'ella abbia fatto l'impossibile, ovvero coartato il problema nei limiti del suo intelletto; ma che l'anima ha conseguito in una maniera o nell'altra quello che l'intelletto da solo non poteva raggiungere ha sollevato tutto il suo essere (lanciato verso la Divinità per cui la Legge dell'Espiazione è un principio evidente) si è sollevato a quella sublime atmosfera dove Cristo consegna la Sua Anima nelle braccia del Padre, dove per sempre tace quel tremendo quesito che tortura quelli fra noi che solamente stanno lì a contemplarlo.

III.  Quanto angusta e tremenda diventa perciò la dignità dell'anima sofferente che vedendo Cristo entro di lei, desidera unire la sua sofferenza con la Sua, o, piuttosto, di offrire il suo dolore come strumento della Sua espiazione, poiché Cristo solo può portare i peccati del mondo! Questi vivi crocifissi stanno assolutamente in chiaro, circa quel rissoso mondo di controversia, in cui noi disputiamo. E noi guardando in loro e scorgendo che non sono semplicemente delle anime che si contorcono nell'agonia, ma anime in cui Cristo si mostra evidentemente crocifisso, impariamo ancora una lezione della Amicizia di Cristo, e forse l'ultima, che Egli che nel suo glorioso e mistico Corpo esige la nostra obbedienza, nel Suo Corpo sacramentato la nostra adorazione, nel Suo Sacerdote la nostra riverenza, nei Suoi Santi la nostra ammirazione e per i Suoi cari Peccatori il nostro perdono, domanda anche, a coloro che esteriormente ed interiormente si sono conformati, a Lui, vale a dire che sopportano il proprio dolore solo perché Egli lo sopporta per loro (ed in ciò consiste la più dolce fra le emozioni dell'Amicizia), la nostra tenerezza e la nostra compassione.
«Io adempio in me quelle cose che mancano alle sofferenze di Cristo».
Allora affrettiamoci ad offrire il vino, invece dell'aceto, al nostro Amico che lo domanda ad alta voce.



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3/23/2017 2:51 PM
 
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PARTE III.

CRISTO NELLA SUA VITA STORICA


XII.

LE SETTE PAROLE.

CRISTO IL NOSTRO AMICO CROCIFISSO


Abbiamo considerato finora l'Amicizia di Gesù Cristo e i vari modi con i quali Egli ce la offre, sia interiormente che esteriormente, negli abissi della nostra coscienza, o nella Sua rappresentanza sulla terra, a ciascuno in vari gradi. Oggi ritorniamo al Vangelo per ricordare quel supremo pegno d'amicizia che ci ha dato una volta per sempre, quella manifestazione del più smisurato fra tutti gli amori che gli fece dar via la Sua vita per i Suoi Amici.
Quando noi gettiamo lo sguardo su di Lui crocifisso, vediamo una favolosa ricchezza di funzioni ch'Egli esercita sulla Croce a nostro vantaggio; come un Imperatore Egli reca sul Suo Petto ferito tutte quelle insegne e decorazioni ch'Egli solo può conferire. Lì è il Sacerdozio, la Regalità, la Missione Profetica, il Sacrificio, il Martirio, tutti i gioielli insomma ch'Egli conferisce a coloro che Lo seguono, ciascuno nelle sue possibilità. Ma, sulla maggior parte di essi, noi non ci fermeremo; Lo considereremo piuttosto da quello stesso punto di vista da cui L'abbiamo considerato finora, cioè come il nostro Amico familiare che si fidò di noi, e che è stato ricompensato da noi con una corona di spine e che pure si contenta di sopportare tutto questo e anche altre mille passioni, purché infine riesca a persuaderci che Egli ci ama. Appeso sul Calvario Egli pronuncia Sette Parole e ciascuna di esse ci parla della Sua Amicizia.
«Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc. XXIII, 34). Il Nostro Amico ha salito il Calvario, è stato denudato dei Suoi vestiti e disteso sulla Croce che ha trasportato fin dal Pretorio. I carnefici preparano e scelgono i chiodi...
Coloro dei quali Egli ricerca l'Amore, stanno intorno e guardando la Sua faccia rivolta in alto. Egli, disteso, li guarda, e guarda dietro di loro tutti quelli che essi rappresentano, tutto l'infinito numero di anime ciascuna delle quali Egli vuoi attrarre a Sé. E quando il martello è sollevato e cade, Egli pronuncia la sua prima Parola: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno».

PRIMA PAROLA: Padre, perdona loro perchè non sanno ciò che fanno.

I.  Ma è possibile una tale parola?
È possibile anche per la Carità Divina dichiarare che «essi non sanno quello che fanno»? Egli è vissuto tre anni in pubblico, come loro Amico e Servitore ha aiutato tutti quelli che andarono a Lui, sanato gli infermi, cibato gli affamati, consolato i tormentati. Nessuno che è andato a Lui fu rigettato. Persino quelli che il mondo qualifica come abominevoli, i naufraghi dell'umanità, il pubblicano e la meretrice, persino quelli che si alienarono la facile amicizia del mondo, trovarono in Lui un Amico. Tutto ciò era innegabile; tutto ciò era notoriamente pubblico. Era impossibile esigere che il mondo Lo rigettasse quasi che Egli avesse rigettato il mondo, impossibile addurre che il mondo ignorava la Sua carità prodiga, la Sua larghezza di cuore. Per tutti Egli era stato un Amico. Solamente una eccezione fu addotta: Egli non fu amico almeno di Cesare.
Ma ciò che essi non conobbero  e su ciò la Divina Carità si attacca, come all'unico pregio per il quale essi possano sfuggire  fu il loro Dio che fece tutte quelle cose; il Creatore che si mostrò così tenero per le sue creature; il Signore della Vita che ora essi tenevano sotto le loro mani. Pensarono di toglierGli la Sua Vita e non capivano che Egli la deponeva da Sé; pensarono che avrebbero spento per sempre un torrente di grazia da loro non amata; e non s'accorgevano di cooperarvi in una sfera suprema di grazia. Essi non sapevano ciò che si facevano.
Sapevano allora di oltraggiare un amico umano, ma non di massacrare un Amico Divino. Sapevano di tradire un compagno mortale, di peccare contro ogni codice di elementare convenienza, di gratitudine, di giustizia; sapevano come Pilato di uccidere un uomo giusto, di chiamare sopra le proprie teste il sangue d'un innocente. Ma non s'accorsero che crocifiggevano il Signore della Gloria, che attentavano così a ridurre al silenzio l'Eterna Parola.
Si può dunque dire in loro favore: «Essi conoscono l'orrore, ma non tutto l'orrore di ciò che commettono. Perciò, o Padre, perdona loro».

II.  «Com'era nel principio, è ora, e sempre sarà».
Il mondo, come Gesù Cristo, è lo stesso, ieri, oggi sempre. C'è una società nel mondo dove Gesù dimora permanentemente; e questa Società, come Gesù Cristo, è, insieme, umana e divina. Questa Società, la Chiesa Cattolica, è incessantemente impegnata in opere umane e divine; e, come Gesù Cristo stesso, (e come ogni attività di bene) s'incontra in una sorprendente ingratitudine. Ancora una volta ai nostri giorni,  come in Inghilterra tre secoli or sono, in Roma sedici secoli fa,  questa Società è sul punto di essere crocifissa da quelli la cui salvezza e liberazione costituisce il suo più acuto desiderio. Questa è una realtà di cose che rimarrà perpetuamente così, fino a che il mondo rimarrà quello che è; per quanto questo o quel periodo possa esibire il fenomeno più spaventosamente.
È impossibile affermare che gli uomini non sappiano, almeno in parte, quello che fanno.
Conoscono che l'incivilimento dell'Europa è dovuto alle fondazioni cattoliche; poiché la Chiesa ha nutrito gli affamati, istruito gl'ignoranti, accolto i diseredati, resa tollerabile la vita agli angustiati, molti secoli innanzi che gli Stati pensassero a farlo; prima infatti, che ci fosse qualcosa che si chiamasse Stato, per far questo. Sanno che Ella è stata la madre degli ideali, delle più nobili arti, della più pura bellezza. Essi usano oggi in ogni paese d'Europa, per secolare e consacrata tradizione, edifici che essa innalzò per onorare il suo Dio. Sanno bene che le leggi morali degli uomini trovano unicamente sanzione nel suo insegnamento  che dove decresce il dogma, cresce il delitto. E anche per lei, l'unico carico che le si fa è di non essere amica di Cesare, non amica, di alcun sistema che tenti organizzare una società separatamente da Dio.
Ma sia ringraziato Dio! La Divina Carità può ancora patrocinare per gli uomini, giacché essi non conoscono l'abisso dell'orrore che commettono, e ancora pensano che mutilare e torturare la Chiesa di Dio, è rendere un servizio a Dio poiché essi non conobbero che Ella è la Sua Diletta, la Sposa del Suo Figlio; l'eterna Città che scende da Dio, dai cieli, che, nelle sue sofferenze completa ed applica la Divina Espiazione per i peccati di coloro che La crocifiggono.
Essi sanno di vilipendere la giustizia umana, che si comportano con una comunità universale in tale maniera che non oserebbero con nessuna nazione; che tentano di tagliare il ramo che li sostiene. Ma essi non sanno che in questo caso la giustizia umana è un Diritto Divino; che in questo caso la Società è un corpo che riunisce non solo le vite degli uomini, ma la Vita Incarnata di Dio; che essi uccidono non un Profeta o un Ministro, ma un Figlio Unigenito.
Questa preghiera, quindi, può stare sulle nostre labbra. Abbiamo ingiuriato abbastanza, tutti: la Repubblica Francese, i rivoluzionari del Portogallo, i liberi pensatori d'Italia, gli anarchici spagnoli, i protestanti irlandesi. Sul punto della nostra agonia dobbiamo imparare a pregare.
Perdona loro perché essi non sanno quello che fanno.

III.  Gesù prega, infine, ancora per noi: poiché anche noi e ciascuno nella propria misura ha peccato, in una ignoranza frenetica.
Infatti a noi Cattolici furono affidati i tesori della fede e della grazia; e intorno a noi c' è il mondo a cui non li abbiamo comunicati. Confessiamo una piccola pigrizia, un indolente letargo; una piccola deficienza di generosità.
«Sappiamo quello che facciamo» in parte; sappiamo di non corrispondere alle più sublimi ispirazioni, di non aver fatto tutto ciò che potevamo, di essere stati un po' egoisti, un po' maligni, qualche volta sensibilmente collerici. Confessiamo queste cose e ne diamo una facile assoluzione. E tuttavia non sappiamo quello che facciamo. Non conosciamo quanto sia stimolante il bisogno di Dio, quanto tremende siano le responsabilità che Egli ci ha affidate, quanto immenso sia il valore di un'anima, di un atto, di una parola, di un pensiero che può regolare i destini di un'anima. Non conosciamo quanto sia cocente l'attesa con cui il Cielo spia i nostri umori: non conosciamo come in quelle impercettibili opportunità di tutti i giorni si nascondono i germi di nuovi mondi che possono rinascere a Dio, e rimanere embrionali per la nostra trascuratezza. Noi tocchiamo i gioielli ch'Egli ci ha dato, e dimentichiamo che ciascuno vale il riscatto di un Re; scherziamo, come fanciulli, nell'aiole d'un paradiso, calpestando i fiori che Dio può sostituire, ma non richiamare in vita.
È una Causa Divina che noi Cattolici crocifiggiamo ogni giorno; è un Onore Divino che noi insultiamo. Se lo potessimo scorgere, è proprio Gesù in mezzo a noi, con le stigma della agonia, che « attende uno che Lo conforti» e «non lo trova» (Ps. LXVIII, 21).
Egli sta qui, e noi ci perdiamo in pettegolezzi e sciocchezze, e procediamo per la nostra strada onde si compie la tragedia, mentre Egli pende fra cielo e terra, disceso da quello, rigettato da questa, il nostro Dio che stimiamo nostro schiavo, che desidera essere nostro Amico.
Padre, per la preghiera del Tuo Figliuolo crocifisso, perdonaci; non sappiamo quello che facciamo.
Ma sopratutto questa ignoranza è ancora più spaventosa per quanto concerne la nostra vita spirituale. È una costante esperienza dei Cristiani quella d'incontrarsi d'improvviso con Gesù che s'accompagna a loro come un Amico. Non c'è Cristiano per quanto poco istruito, o almeno, nessuno che, nella giovinezza, generalmente, e più di raro nell'età matura, non si risvegli al fatto che Cristo desidera qualcosa di più che una semplice obbedienza, o fede, o adorazione; vuole una Amicizia tale che il suo inizio non sia meno di una morale conversione. È uno spettacolo sorprendente e meraviglioso osservare un'anima che in tal modo diviene consapevole  come una fanciulla che s'avveda d'essere amata  del fatto commovente che il suo Dio è il suo Amante. Egli viene al Suo, e il Suo Lo riceve.
E tuttavia, come nell'amore umano, cosi nell'Amore Divino, il romanzo si cancella poco a poco; e l'anima che pochi anni innanzi si accentrava tutta su Gesù Cristo, un'anima che riformava tutta la sua vita e adattava i suoi dettagli con l'unico obbietto di crescere più e più conforme al Suo Amico, che abbracciava la devozione come la preoccupazione essenziale, che concentrava tutte le sue capacità, i suoi istinti per la bellezza, i suoi interessi, le sue emozioni, il suo intelletto, unicamente intorno a Lui, che prese un nuovo inizio e un nuovo centro per agire; che si spogliava dei suoi peccati quasi senza sforzo, alla luce solare della Sua Presenza  un'anima come questa, allorché è trascorso un po' di tempo, allorché il travaglioso processo della Via Purgativa comincia a scrutarla, o quando l'immaginazione diventa pesante, o la maturità cancella le ingenue emozioni dell'adolescenza, o quando i tristi avvenimenti del mondo cominciano a reiterare le loro pretese di essere gli unici fatti degni di considerazione,  a poco a poco un'anima come questa, invece di serrare vieppiù la stretta intorno al Suo Amico, invece di attaccarsi (sia pure con una fede che salga quasi a una virtù di disperazione) a quello che è stato in realtà la più reale e vitale esperienza della sua vita, invece di sforzarsi a trasferire l'immagine di Gesù dal romantico capriccio, che forse già è passato, allo stato maturo che ora le è proprio, invece di cercare di abbracciarLo con la sua debolezza che ha preso il posto della forza naturale che è andata via,  abbandona la tremenda realtà fra le belle storie della sua giovinezza, e colloca Lui e la Sua Amicizia fra le illusioni che col crescere degli anni devono fatalmente morire per lo sviluppo dell'esperienza. Forse, Ella ancora si contenta di trattarLo come Dio, come l'ideale della razza umana, come il Salvatore degli uomini; ma, non altrimenti come l'Amante che la desidera fra mille, come il Principe che l'ha risvegliata con un bacio, al Quale, d'ora innanzi essa deve completamente appartenere. E tuttavia quanto raramente accade ch'ella s'accorga di ciò che ha fatto! Può darsi che anche se ne dispiaccia; vede ciò che sarebbe stato più perfetto se avesse perseverato; fors'anche invidia coloro che perseverarono. Conosce d'essere stata troppo leggera; ma non lo conosce appieno. Non conosce che si è sbarrata la possibilità della santità, che ha lasciato sfuggirsi mille opportunità che non torneranno più; o non conosce, che se non fosse per la grazia di Dio, perderebbe certamente anche la probabilità della sua salvezza.

SECONDA PAROLA: Oggi sarai con me in Paradiso.

Un'ora forse è passata... Le urla e le bestemmie dei due ladri giustiziati muoiono in gemiti, e i gemiti nel silenzio della consunzione e nel silenzio la Grazia di Dio e le abitudini del passato hanno operato insieme.
Uno di loro, a lato, è ancora attanagliato dal suo dolore, e lo riacutizza, e lo contrasta, e si adagia in questo modo e in quest'altro, cercando di lenirlo; l'altro invece comprende che oltre il suo dolore c'è qualche cos'altro nell'universo, che il suo dolore non può essere il principio e la fine di tutte le cose.
Di volta in volta riesce ad afferrare qualche sguardo, torcendo in qua e in là il capo, attraverso il sangue accecante e le lacrime, attraverso la nuvola di polvere sollevata dalla folla, di un Altro che pende nel mezzo. Anche il suo compagno Lo ha veduto, ma ha veduto la Sua pazienza solo come un rimprovero al Suo tormento... «Se tu sei Cristo, salva Te stesso e noi» (Lc., XXIII, 39). Ma lui vede qualche cosa di più che un fallimento e una tragedia: egli forse ha udito la prima Parola che gemette quando i chiodi lo perforarono; e per questo dettaglio, e quello, e l'altro, la sua mente ottenebrata  mente di ragazzo selvatico  cominciò penosamente a lavorare.
Ed anche la Grazia cominciò a lavorare nelle sue misteriose operazioni, su questo cervello piccolo e rachitico, come un raggio di sole in un vicolo cieco... Con tutta la nostra teologia noi non conosciamo quasi nulla dei procedimenti divini; noi conosciamo solo alcune condizioni, una frazione dei suoi effetti; abbiamo balbettato qualche cosa delle sue opere e niente più. Questo, comunque, noi conosciamo: che l'uomo a cui la Grazia venne non era del tutto egoista, che c'era in lui abbastanza ricettività perché la Grazia potesse penetrarvi.

I.  Così, a poco a poco, la verità (non osiamo dire tutta la verità esplicita) cominciò a filtrarvi. Quella ottenebrata intelligenza cominciò a ricevere barlumi, che venivano, andavano e ritornavano, del supremo Fatto che i colti Farisei trascurarono... cominciò a comprendere che il Criminale non era solo un Criminale, che la corona di spine non era solo un dileggio, che l'iscrizione della Croce nascondeva qualche cosa oltre l'irrisione... Il Dolore è mago strano quando la Grazia vi sta di dietro, un iniziatore ai segreti, un Sommo Sacerdote che regala e dispensa misteri sconosciuti a chi non ha sofferto...
Almeno conosciamo che il ladro parlò (un miracolo più grande che l'asina di Balaam), che un assassino riconobbe il Signore della Vita, che un mentitore disse la verità, che un fuorilegge si sottomise al Re. «Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno».
Egli domanda, la minima cosa che si poteva domandare, cioè che un Re il quale tra qualche giorno entrerà nel regno non si dimentichi d'una creatura come Dismas, che una volta soffrì al Suo lato.
Né vi soggiunge dubbioso «Se tu sei il Cristo» ma esplicitamente Lo chiama «Signore». Né domandando sottolinea «Salva Te stesso e noi», ma solo un futuro ricordo: Un giorno, quando sarà, ricòrdati di me...
E, dopo la parola, avviene il miracolo che accade sempre quando l'anima comincia con umiltà a prendere il posto più basso.
Appena avremo imparato ad essere servi, riceveremo il posto e il nome di Amici. «Amico, ascendi più alto...» (Lc., XIV, 10). «Io non vi chiamerò più servi... poiché vi ho chiamato amici» (Joh., XV, 15). Egli, difatti, è l'unico cui servire regnare est, il cui servizio è perfetta libertà. «Oggi stesso tu sarai con me in Paradiso» (Lc., XXIII, 43).

II.  Siamo dinanzi ad una delle più profonde leggi della vita spirituale, una delle più ardue ad intendersi, poiché, come ogni legge fondamentale della grazia, e anche della natura, si presenta come un paradosso «Se desideri di essere grande, bisogna che ti fai piccolo...». «Chi si umilia, sarà esaltato» (Lc., XIV, lI).

1) Ora, fino a che l'Io regna nell'anima, il nostro istinto è naturalmente orientato in qualche modo verso il proprio farsi valere, quantunque ciò possa essere travestito nei termini dell'Amor di Dio. Certamente un'anima si può accaparrare il paradiso col continuo desiderarlo effettivamente; ma è egualmente certo che un'anima non potrà occupare nei cieli il più alto posto, e tanto meno la posizione di chi fu un intimo amico di Cristo sulla terra, per un motivo come questo. Cioè, fino a che l'Io regna, fino a che l'Io non sia stato rinnegato e crocifisso, l'anima non può divenire, nel più alto senso, discepolo di Cristo. Generalmente si comincia nella vita spirituale coll'aver di mira di fare profitto, di procedere, di effettuare qualche cosa per Dio, di renderci, in qualche modo, indispensabili alla causa Divina. Noi apportiamo, vale a dire, nell'ambito spirituale le stesse ambizioni ed emulazioni che servono a rendere un uomo eminente negli affari di mondo. Proviamo, in certo senso, a forzare la nostra amicizia su Cristo, ed insistere su quella relazione che ci sta tanto a cuore. Cerchiamo di legare la Divina volontà alle nostre, di effettuare un'unione con Dio col proposito di cambiare piuttosto Lui che noi.
E noi manchiamo, di certo, vergognosamente e deplorevolmente, ogni volta. poiché nelle cose spirituali ci deve essere un rivoluzionamento dei metodi usuali. Certamente «beati quelli che hanno fame», beati quelli che sono «ambiziosi»; ma 1'ambizione può coltivarsi non con l'autoaffermazione, bensì con l'autoumiliazione; poiché «beati sono i mansueti»; «beati sono i poveri in ispirito »; «beati sono quelli che piangono».
Così, ancora una volta, attraverso una mancanza di senso cristiano, anche se noi teniamo a una vita cristiana, diventiamo scorati e scoraggiati. Non facciamo nessun progresso, e, anche se noi non arriviamo a buttar via la ricerca, cominciamo di già a tentennare in essa.

2) Ma, d'un subito, l'anima arriva a un'abbagliante scoperta; per la prima volta, forse, Ella scorge l'Umiltà a faccia svelata; e nei suoi occhi percepisce la propria immagine. Allora, in continua successione, passa di scoperta in scoperta. Comprende, per esempio, che il proprio Io in cui ha riposto il suo cuore non è cosa degna di considerazione, comprende che per il passato, non c'è stata buona azione che sia stata completamente buona, dacché è stata fatta per pura naturale generosità, originata dall'amore di se stessa; capisce che il suo «progresso» in massima parte, è stato condotto su falsa direzione, che ha accumulato meriti che hanno ben poco di meritorio, che in fondo ha servito a se stessa con quelle azioni con cui si diceva di piacere a Dio; in breve comprende, che il suo sviluppo consisteva in un accrescimento di egoismo, che il controllo su se stessa appreso con i suoi sforzi altro non era dopo tutto se non «una vittoria viziata» (come la chiama S. Agostino); Ella ha messa tutto in azione per conquistare Dio invece di abbandonarsi a Lui.
Allora, infatti, un grido prorompe da lei spontaneamente: «Signore, ricòrdati di me quando Tu sarai nel Tuo regno... Signore, ricòrdati di me... non dimenticarmi tale quale io sono, in quel lontano giorno che nel mio orgoglio consideravo già passato, quel giorno quando Tu assumerai il Tuo potere e il Tuo regno anche in questo cuore che così a lungo è stato a Te ribelle. Ricòrdati di me, quando la suprema conquista dell'Amore è stata fatta, e l'Umana natura conformata alla Divina... Caro Gesù, in quel giorno non essermi Giudice ma Salvatore!».
Ed allora, per un paradosso ancor più sorprendente, tutto è fatto; e l'anima in quell'istante ha ciò che desidera. Essa pregò perché imparasse a servire, e con il pronunziare questa preghiera trova che le fu insegnato a regnare. poiché apprese da Colui che si fece in forma di servo che Egli governa i Re; Colui che era mite ed umile di cuore, ed essa ha trovato riposo accanto a se stessa.
Le Sue braccia in questo istante sono intorno a Lei, il Suo bacio sulle sue labbra, la Sua parola nel suo orecchio: «Oggi tu sarai con me in Paradiso!». «O anima che io ho plasmato ed amato, che hai imparato finalmente ad essere mia ancella, ascendi più in alto, dai miei piedi sul mio cuore, o amica mia! Ora finalmente che tu ti getti in mia balìa, in questo istante io mi abbandono a te. Prendi la mia mano e cammina con me, ora che tu vuoi seguirmi; poi, guarda, camminiamo insieme in Paradiso!».
Oh! questa Amicizia di Gesù per il Penitente! Giusto ora vi erano tre intimi di Cristo intorno alla Sua croce: l'Immacolata Maria e il Discepolo senza macchia che Gesù amava, da un lato, la Maddalena purificata che piange, dall'altro. La quaterna de' Suoi amanti ora è al completo, poiché il Ladro convertito si è unito a loro, egli che desiderava servire e perciò meritò di regnare... Ed anche lui, già pende in Paradiso.

III.  Due delle persone che stavano allato della Croce, sono per tutti i Cristiani, per tutti i tempi, i supremi tipi dell'Amore umano e divino. Vi è Maria, amata nell'essere immacolato dall'Eterno Padre, Madre essa stessa dell'Immacolato Amore, e Giovanni il discepolo eletto che ebbe il privilegio di posare la sua testa sul petto dell'Immacolato Amore. Certo, questi due, Maria e Giovanni, sono già così interamente «una cosa sola», come l'Amore li può fare. Questi che amano Iddio tanto perfettamente, non sanno amarsi l'un l'altro meno perfettamente... Or Gesù, tra le sue sette parole sulla Croce, ne consacra una per renderli ancora più uniti.

TERZA PAROLA: Ecco la tua madre. Ecco il tuo figlio.

I.  Nostro Signore desidera non solamente formare l'amicizia fra Lui stesso ed ogni anima umana, ma unire gli amici, l'uno all'altro, nella Divina Carità. Del legame di carità fra gli uomini Egli fa la prova definitiva della carità verso Se stesso. «Chi non ama il suo fratello che vede, come può amare Dio che non vede?». (I Joh., IV, 20). «Quello che non avrete fatto al più piccolo, non l'avrete fatto neanche a me» (Mt., XXV, 45). Il secondo comandamento è «simile al primo». «Ama il tuo prossimo come te stesso» (Lev., XIX, 18). Se metà delle energie della Sua vita terrena furono impiegate a trarre gli uomini a Sé, l'altra metà fu impiegata ad avvicinare gli uomini l'uno all'altro. «In questo conosceranno gli uomini che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri» (Joh., XIII, 35). Egli pronuncia le Sue benedizioni non solo su quelli che «sono affamati e assetati di Giustizia», della Divina Fonte di Giustizia, ma anche su i pacifici e i mansueti; coloro che non si perdonano a vicenda le offese (coloro che non stringono il divino legame più fortemente delle divisioni umane che tentano separarli) non avranno a loro volta perdonate le attese, non potranno, cioè, fare assegnamento sul Divino legame che essi stessi hanno rifiutato.

II.  L'unione degli uomini fra loro, in un certo senso, è il fine d'ogni società umana. Si è gradualmente verificato, anche nelle più alte sfere mondane, quel fatto già sempre propugnato dalla Cristianità, che l'unione è la forza, che la cooperazione è più efficace della competizione, che «perdere se stesso» in una società di qualsiasi genere è l'unico mezzo per salvare se stesso; che l'individualità può essere sostenuta solo col sacrificio dell'individualismo. Infatti, praticamente per tutte le società che sono esistite il legame dell'unione è stato considerato mezzo di prosperità. «Se possiamo gioire insieme, vincere insieme, trionfare insieme, noi potremo amarci a vicenda».
Gesù, ora, fa qualche cosa che prima non era mai stato fatto. La sofferenza per Lui è il supremo legame dell'Amore. «Amatevi gli uni e gli altri» Egli grida dalla Croce «perché sarete forti abbastanza per soffrire insieme». «Madre», grida il morente Amico di noi tutti, «ecco il tuo figlio. Figlio, ecco la Madre tua!».
Questa parola accenna ad un immenso principio spirituale. Maria e Giovanni si sono amati perfettamente  così perfettamente, cioè, quanto l'ha reso possibile una gioia comune . Insieme Essi hanno atteso il Suo trionfo; Maria, L'ha veduto, Fanciullo della Gioia, al suo petto; Giovanni sul Suo petto L'ha visto letiziato in ispirito. Ma da oggi in poi, il loro comune amore si elevò a più grandi altezze: essi ora si amano reciprocamente, non solo nel Sacro Cuore, ma nel Sacro Cuore piagato e traforato. Fin qui erano stati perfetti amici; d’ora innanzi le relazioni si fondano sul Sangue  sangue più connaturale a loro del loro medesimo  un Sangue versato per la remissione dei peccati. Non dice «Amico, ecco il tuo Amico»; ma, «Madre, ecco il tuo figlio. Figlio, ecco la tua Madre!».

III.  1) Ed ecco allora il primo legame che ci unisce a Maria; non sarà perché Ella ha cantato il Magnificat, ma perché ebbe il cuore trafitto dalla spada. Il dolore, sofferto ingiustamente, è una forza più potente di tutte le ordinarie affezioni umane; il dolore originato dal risentimento e dall'amarezza, isola l'anima non solo da Dio ma anche dai suoi compagni. Il cervo ferito fugge per morire in solitudine. Ma d'altra parte se il dolore è bene accolto e ben ricevuto, se diviene, con lo stesso sforzo con cui lo si riceve, un legame di unione con quelli che soffrono, forgia un anello che tutte forze dell'inferno non spezzeranno. Se Maria ci fosse stata data come madre in Betlehem, se essa si fosse avvolta nell'unica sua gioia, se per noi non fosse stata altro che un'immagine di felicità incarnata; allora, quando l'orrore dell'oscurità ci incombe, anche noi ci saremmo allontanati da Lei per soffrire in solitudine.
Una religione che ci presentasse Maria col suo Fanciullo palpitante fra le sue braccia, e non Maria con il Suo Figlio morto adagiato sulle Sue ginocchia, non sarebbe una religione a cui saremmo ricorsi con fiducia allorché tutto il resto ci inganna. Di più, essa non sarebbe stata nostra Madre fuorché in senso improprio se il suo aspetto non avesse assunto rispetto a noi un'espressione di dolore. Ma Ella che generò il Suo Figlio immacolato senza dolore, generò il resto della sua Umana famiglia caduta nell'agonia e nel dolore. Essa, infatti, è la Madre dei redenti, perché Essa era la Madre di Redenzione: Essa stette in piedi sotto la Croce di Gesù, come s'inginocchiò presso la Sua culla.
Ed essa è nostra Madre per quello stesso sangue onde noi e lei fummo egualmente redenti. La «Madre dei dolori» è più vicina al genere umano che la «Causa della nostra Gioia».

2) È molto facile, quando si comincia a progredire nella religione spirituale, dimenticarsi degli elementari doveri coi quali quella religione comincia. Oppure, in altri termini, vi è sempre molto facile, allorché noi abbiamo cominciato ad esperimentare un'intima e personale relazione con Gesù Cristo, dimenticare, o ridurre al minimo le relazioni che ci legano agli altri. Nostro Signore, perciò, con quella Parola orienta la nostra attenzione al fatto elementare che «colui che non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede», per quanto fervide ed estatiche possano sembrare le sue emozioni. Noi quindi dobbiamo testimoniare la realtà della nostra devozione verso di Lui con la pratica devozione dell'uno verso 1'altro.
Se c'è tempo più propizio per rivolgerci gli uni verso gli altri, e verificare la nostra carità, è quando ci troviamo sotto la Croce; poiché è la suprema gloria della Croce quella di fare della sofferenza il più profondo vincolo delle relazioni umane. Maometto e Budda vissero per unire gli uomini. Budda perfino, è stato detto, ritornò alla vita terrena per compiere ciò. Ma solo Gesù Cristo morì per unirli. Ogni regno terreno è turbato da sedizioni e fazioni appena comincia a vacillare: solo il Regno di Dio rafforza i suoi legami quanto più si approssima alla estinzione del Calvario.
E allorché l'anime nostre sono più esaltate nel veder morire il Salvatore, è il momento di rivolgerci da questa vista alle più ordinarie e semplici relazioni della vita d'ogni giorno, e di domandare a noi stessi se abbiamo dato la finale prova della nostra fedeltà alla disciplina di Gesù, amandoci gli uni gli altri. È un fatto spaventevole che coloro i quali continuamente si vantano di essere uniti con la più intima amicizia a Dio, si distinguono per l’egoismo e per la mancanza di carità verso il prossimo e sono coloro che vivono al disopra di tutti gli altri e che si fanno chiamare «esseri incompresi», che attualmente avanzano la loro «Regola di Vita» o i richiami della loro devozione come argomenti contro quelli che trovano tempo od energia di essere gentili con i loro servi o le loro conoscenze. «Essa attende ora alle sue preghiere, perciò non deve essere disturbata. Egli si prepara a ricevere i Sacramenti; quindi è naturale che sia un po' bisbetico e preoccupato»...
Andate a casa, e smettete una volta per tutte quella stupida divergenza; andate a casa, e scusatevi semplicemente e sinceramente per la parte vostra in quell'impiccio, in cui forse un altro è forse più degno di biasimo che non voi. È una cosa intollerabile che gli amici del Crocifisso  ed anche quelli che aspirano ad essere amici del Crocifisso  pensino di poter conciliare l'essere in pace con Dio, e non esserlo con la moglie, o il marito, o i parenti.
«Ecco vostra Madre... vostro figlio!». Quell'anima con cui voi siete volubile ha un legame con voi più grande di quello della comune creazione. Il fatto che l'Eterna Parola morì per voi sulla Croce, costituisce un anello di congiunzione infinitamente più forte del fatto che l'Eterna Parola vi ha chiamato all'essere. E mentre la Caduta ha spezzato l'armonia della Creazione, la Redenzione l'ha rinnovellata; e questo rinnovellamento è una maraviglia molto più grande della Creazione stessa.
Nessuno può essere un amico di Gesù Cristo, se non è amico del suo prossimo.


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3/23/2017 2:53 PM
 
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QUARTA PAROLA: Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?

Le tenebre del Calvario, spirituali e fisiche, si fanno profondissime. Cristo ha pregato la Sua Amicizia; Egli che è stato sempre l'Amico dei Peccatori, ne ha aggiunto un altro per coloro che hanno oltraggiato e ripudiato alla schiera; Egli che è stato sempre l'Amico dei Santi, ne ha congiunti due indissolubilmente nello sposalizio del Dolore. Ora Egli si volge dal mondo per cui ha fatto tanto; Egli concentra la Sua consapevolezza nella Sua sacrosanta Umanità; e in una Parola, dinanzi alla quale tremano i cieli e la terra, ci rivela che quella Sacra Umanità, come parte del processo da Lui scelto per «gustare la morte per tutti» (Heb., II, 9) e per imparare «l'obbedienza attraverso le cose da Lui sofferte» (Heb., V, 8), ha da sperimentare il dolore dell'abbandono. Egli che venne ad offrire questa Sacra Umanità come legame d'Amicizia fra Dio e l'uomo, vuole che questa medesima Amicizia con Dio si ottenebri. Egli si è fatto Amico dell'uomo caduto, poiché scelse di identificarsi con l'orrore della Caduta. La visione beatifica, perduta dall'uomo per la Caduta, e che Cristo non può mai perdere, si oscura agli occhi di Lui che venne a dischiuderla con la Redenzione.

I.  Or la vera felicità dell'uomo consiste in un graduale approssimarsi alla Visione Beatifica. Cristo ci offre l'amicizia Sua sulla terra,  quella Amicizia in cui consiste ogni umana felicità  come pegno e mezzo onde raggiungere la unione finale in cielo, che noi designiamo con questo nome. Perciò la gioia di Cristo sulla terra  quella gioia che volta a volta prorompe nelle parole della Sua Vita mortale, o nelle azioni di potenza e di grazia, o nel silenzio luminoso della Trasfigurazione  questa gioia sorge dalla Visione Beatifica in cui Egli perennemente vive. «Sostenne, vedendo Colui che è invisibile». (Heb., XI, 27).
È sul Calvario che ha luogo il supremo oltraggio; tutto ciò che era stato il Suo sostegno per i Suoi trenta anni di vita, il vigore di quella «vivanda» di cui i discepoli non capirono nulla (Joh., IV, 32), è diventato tenebroso ai suoi occhi, quantunque non spento completamente, con ogni altra possibile consolazione umana o divina. Il sole che si oscura sopra di lui non è che un pallido simbolo dell'oscurità della Sua Anima. Il sole s'immerge nell'oscurità, la luna nel sangue, e le stelle cadono dal Cielo, e la terra si scuote, mentre, per sua libera volontà e deliberata scelta, Egli entra non solamente nell'ombra di morte, ma nella Morte delle Morti. È questa Morte ch' Egli ha «gustato»... In quest'ora Egli allontana da sé quella sola ed unica cosa che gli poteva rendere la vita tollerabile. Il Suo Corpo piagato e straziato sulla Croce, non è che una pallida incarnazione dell'agonia della Sua Anima derelitta... «Mio Dio, mio Dio! perché mi hai abbandonato?...» (Mt., XXVII, 46).

II.  Questa Parola è più difficile delle altre, per essere applicata a noi. Poiché fu pronunciata in uno stato che è sufficientemente inconcepibile per noi che troviamo la nostra consolazione in cose che non sono Dio, per noi, ai quali il peccato significa tanto poco! Se ci mancano i conforti fisici, noi ricorriamo a quelli morali; se questi ci mancano, ricorriamo ai nostri amici. O, più comunemente, quando ci si allontanano i piaceri più nobili, troviamo riposo, con piccolo sforzo, in quelli più bassi. Quando la religione non ci consola, noi ci solleviamo con le arti; quando l'amore o l'ambizione ci disgustano, ci immergiamo nei piaceri fisici; quando il corpo rifiuta di obbedire, ci rifugiamo nel nostro indomabile orgoglio; e quando questo a sua volta si sgretola in nulla, consideriamo il suicidio e l'inferno come una soluzione più tollerabile. Non c'è abisso a cui non andremmo, nella nostra appassionata determinazione di renderci tollerabili a noi stessi.
Questa Parola, dunque, non ha senso per noi; allorché la Visione beatifica fu velata dal dolore, per Gesù Cristo non c'era più nulla in cielo o in terra... «Cerco se c'è qualcuno che voglia soffrire con me, ma non trovo nessuno; qualcuno che voglia confortarmi e non lo trovo» (Ps. LXVIII, 21). La tragedia, si compie, qui, fra le tenebre: noi udiamo il gemito; raccogliamo gli sguardi del torturato, la sua Faccia scolorata dietro la Quale pende l'Anima stessa crocifissa... noi brancoliamo, congetturiamo, ci sforziamo di formarci una più bassa immagine dell'augusta realtà; ma ciò è tutto.
Comunque, se ne possono trarre due lezioni, tradotte in termini che noi possiamo in parte comprendere:
l) Anche occasionalmente noi possiamo innalzarci nella vita spirituale al punto in cui l'Amicizia con Cristo costituisce la nostra perfetta letizia, su tutte le altre minori consolazioni che Dio elargisce. Il fatto che noi Lo conosciamo e che possiamo comunicare con Lui è calcolato da noi come abbastanza soave da rendere le sue apparenti rinunzie il più acuto di tutti i nostri dolori. (Bisogna che io dica che ciò non richiede un particolare avanzamento nelle cose spirituali. È impossibile, infatti, essere sinceri e perseveranti nella nostra religione, senza, presto o tardi, farne l'esperienza). Bene: supponiamo che questo punto sia raggiunto da noi; allora, improvvisamente, senza divenire consapevoli di nulla fuorché della abituale nostra mancanza di fede e del nostro letargo, questo piacere spirituale della religione scompare rapidamente e completamente.
E allora, qual è la nostra usuale risposta?
Come abbiamo rilevato proprio ora, un mezzo è quello di trovare subito consolazione altrove. Ci si «distrae», come diciamo; applichiamo la nostra attenzione ad altre cose. Ma un piano più comune consiste nello scoraggiarsi, nell'abbandonare la pratica di quelle cose, e frattanto nel lamentarsi amaramente della via per la quale il nostro Amico ci conduce. Certamente un grido di aiuto non è soltanto giustificabile ma meritorio; poiché anche Nostro Signore gridò così sulla Croce. La colpa non consiste nel gridare, ma nel risentirsi mentre si grida. Ci sembra, nella nostra compiacenza, come se da parte nostra esista un diritto ad insistere sul senso della presenza del nostro Amico. E tuttavia, senza tali abbandoni, è possibile progredire? Come può essere lo stringere il nostro Amico ben saldo, se Egli da un momento all'altro non sembri sfuggire alla nostra presa? Come può una fede reale gettare le sue radici, e abbarbicare le sue propaggini nella Roccia, se il vento desolante del dubbio non sembri a volte sradicarci da tutto? Più una tribolazione è cocente, e una freccia è amara e più onorevole è il soccorso. Stringere le labbra a quella Coppa che il nostro Salvatore ha sorbito,  anche se l'amarezza è stata diluita con la Sua Grazia  è un onore che certamente basta a tenerci uniti alla nostra pace, non fosse altro, per vergogna.

2) Una seconda lezione è che lo stato nel quale Dio è il Tutto per l'anima, è uno stato a cui noi siamo tenuti in ogni modo ad aspirare. Non è abbastanza che l'Amicizia di Cristo sia solamente il primo dei nostri vari interessi. Cristo non è soltanto «il Primo»: Egli è l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine. Egli non è solo, in senso relativistico, il più importante, Egli è l'Assoluto, il Tutto. La Religione non è una di quelle porzioni che integrano la vita, (questo è Religiosità), ma la Religione è qualche cosa che penetra in ogni zona, la fabbrica per cui ogni invenzione, sia arte che letteratura, sia interessi domestici, o ricreazioni, o affari, o amore umano, dev'essere abbellita. Se non è così la Religione non viene intesa nel senso proprio.
A renderla così, comunque, consiste la suprema difficoltà della vita spirituale, a renderla, cioè, non solo un elemento integrale di tutta la vita, ma l'elemento dominante d'ogni frazione, poiché i suoi diritti sono imperativi sempre e ovunque; e ancora, non nel senso che l'anima è disinteressata in qualsiasi cosa, eccetto nell' attuale forma di culto; o teologia o ascetismo, o morale  poiché questo ancora può essere chiamato religiosità, o tutt'al più un genere di professionismo  ma in quanto la Volontà, o il Potere, o la Bellezza di Dio si percepiscono subcoscientemente in ogni cosa, e in quanto che «nulla è del secolo, eccetto il peccato».
Ora ciò è quello che attualmente va inteso come vita d'ogni anima umana; e man mano che ad essa ci avviciniamo, noi più o meno realizziamo il nostro destino. Poiché questo è proprio di un'anima che abbia raggiunto quello stato in cui Dio può essere Tutto. Egli diviene «Tutto» perché non c' è più nulla che sia alieno da Lui. «Sia che mangiate, sia che beviate, o qualunque altra cosa voi facciate, tutto fate a gloria di Dio» (I Cor., X, 31). Tutta la Vita s'illumina nella Sua Presenza; tutto si vede sussistere in Lui; nulla ha più valore se non in quanto dice relazione a Lui...
Questo, dunque, è lo stato a cui un'anima cristiana è tenuta a tendere ed aspirare. Questo e questo solo costituisce la pienezza dell'Amicizia di Cristo; per un'anima in tali disposizione, e per essa sola, si può dire che Gesù sia Tutto. E questo, è il solo stato in cui un reale «Abbandono» è possibile. Perdere Gesù quando Egli occupa per nove decimi la nostra vita, senza dubbio costituisce una gran pena; ma ancora vi rimane un decimo, dove la perdita non è sentita;  un interesse frazionato a cui possiamo rivolgerci per consolazione. Ma quando Egli occupa tutta la vita, quando non c'è un momento nella giornata, un movimento dei sensi, una percezione o altro della mente di cui Egli non sia lo sfondo  anche solo subcoscientemente percepito e avvertito , allora veramente se Egli si, ritira, il sole si ottenebra, e la luna non può dare la sua luce; allora si perde il gusto della vita, e i colori si cancellano dal cielo, e la forma svanisce dalla beltà, e l'armonia dal suono. Un'anima come questa, e questa sola, può osare senza presunzione di mettere sulle proprie labbra le parole di Cristo stesso, e gridare: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? Perdendo Te, perdo tutto».

QUINTA PAROLA: Ho sete.

L'agonia dell'anima di Cristo è superata, quella del Corpo si riafferma. Fin dalla mattina Egli è appeso in un raggio di luce solare, velato solo per un certo tempo dalle tenebre che hanno tormentata la Sua Anima; e passando i minuti, poco a poco, come un torrente di fuoco, si solleva quell'arsura della Crocifissione, che, dicono alcuni, è la pena più tremenda del più violento genere di morte.

I.  1) Finora il punto culminante della Umiliazione di Cristo è stato il Suo grido al Suo Padre  invocato in aiuto dalla Sacra Umanità che per Sua Volontà fu derelitta  la Sua Confessione al mondo che la Sua Anima era fra le tenebre. Ora, Egli discende ancora in un grado più profondo di Umiliazione, e chiama in aiuto l'uomo.
Cristo invoca l'uomo in soccorso!
Durante tutta la Sua Vita Egli ha offerto aiuto; ha nutrite le anime affamate, e i corpi affamati: ha dischiuso gli occhi ai ciechi, le orecchie ai sordi; ha sollevato le mani che pendevano, e rafforzato le ginocchia dei fiacchi. Stette in mezzo al Tempio e chiamò a raccolta tutti gli assetati perché venissero a bere. Ora, a sua volta, domanda da bere e lo accetta. Così anche Davide nel fervore della battaglia gridò, «che qualcuno mi dia a bere 1'acqua della cisterna di Bethlehem!» (II Reg. XXIII, 15). Davide e il Figlio di David erano forti abbastanza per condiscendere a una debolezza.
2) Nell'annoso Calvario della storia del mondo, Gesù grida all'uomo di aiutarlo; e il Datore di tutto, si umilia a chiedere. Egli fa a chiunque il primo appello. All'anima non ancora evoluta, Egli grida nella Voce del Sinai: «Tu non farai» (p. 140). All'anima che ha fatto un po' di progresso Egli offre incoraggiamenti e promesse. «Benedetto quest'uomo, perché sarà ricompensato». Ma v'hanno ancora anime che sono sorde all'Inferno e al Cielo, per cui il futuro significa poco o niente. Anime troppo deviate per temere l'Inferno, troppo disamorate per desiderare il Cielo. E a costoro Egli fa il suo straziante ultimo appello. «Se tu non vuoi accettare il mio aiuto, offrimi il tuo. Se tu non vuoi bere dalle mie mani, offrimi almeno da bere con le tue. Ho sete».
È incredibile che gli Uomini L'abbiano ridotto in questo stato, ed è impressionante che se non vogliono rispondere per il loro interesse, alcune volte rispondono per il Suo.
«Guardate, grida Gesù, voi avete rinunciato a cercarmi; avete voltate le spalle alla porta e non avete bussato. Non volete incomodarvi a domandare. Ebbene, sono io ora che faccio queste cose; ecco, sono io ora che faccio queste cose; ecco, sono io che vado a cercando lo sperduto; io sto alla porta e picchio; sono io che domando, che sono diventato un mendico... Abbiate misericordia di me, Amici miei, perché il Signore mi ha reso afflitto! Io non offro più acqua; ma la chiedo, perché senza di essa muoio!».

II.  È bene che noi guardiamo alla vita spirituale da un altro punto di vista. Sopravvengono dei momenti ed anche periodi nella nostra vita in cui la religione diviene un peso intollerabile; ed è quando la ricerca diviene estenuante ed infruttuosa tanto da esserne ammalati; quando non c'è uscio che si apra per quanto bussiamo violentemente; quando domandiamo e non c'è Voce che risponde. Alle volte ci viene meno anche il coraggio. Ci sembra che i nostri desideri non siano degni di soddisfazione, che la religione, come ogni istinto della nostra natura, tocchi un termine oltre il quale non si può andare; che il desiderio, difatti, ci fallisce, e che noi non siamo neanche ambiziosi di raggiungere il cielo! La verità è che noi siamo esseri limitati; e che il «divino scontento», il desiderio dell'infinito, la passione senza limiti per Dio, è una grazia di Dio, è un potere che ci elargisce per raggiungerLo e guadagnarLo. Non soltanto Dio è nostra ricompensa, e nostro Signore; ma Egli attualmente deve essere la Via per la quale noi andiamo a Lui: noi non possiamo neppure formulare un desiderio per Lui senza il Suo aiuto.
Quando noi siamo stanchi del desiderio, quando lo stesso desiderio viene meno, allora Gesù pronuncia la Sua Quinta parola dalla Croce.
Abbiamo parlato della Divina Amicizia come se si trattasse d'una mutua relazione, come se noi da una parte e Cristo dall'altra, fossimo uniti da un comune legame. Ma, in realtà, tutto s'attiene da una parte sola. Non possiamo neanche desiderare Cristo esternamente, senza l'aiuto interiore di Cristo. Il Cristo deve gridare interiormente «Ho sete», (Joh., XIX, 28), prima che Cristo esteriormente possa darci l'acqua della vita.
Questo appello di Gesù, dev'essere il nostro ultimo e finale motivo, allorché tutti gli altri impulsi vengono meno. Egli è così maltrattato e rigettato ch'è dovuto giungere a ciò. Egli deve implorare grazia per Sé, prima che possa averla per noi. Se noi non troviamo in Lui il nostro Paradiso, lasciamo ch'Egli cerchi il suo Paradiso in noi. Se noi non possiamo affermare, «La mia anima è assetata del Dio vivente», ascoltiamo almeno quando il Dio vivente grida, «La mia Anima è assetata di Te». Se non vogliamo ch'Egli ci serva, almeno per vergogna siamo contenti di servire a Lui!

III.  Questo è il grido che s'innalza incessantemente da Cristo nella Sua Chiesa. Si vive in giorni pieni di terrore e di minaccia. Un tempo la Chiesa governava in Europa; era salutata come «Colei che viene nel nome del Signore». Essa venne facendo del bene, offrendo l'Acqua di Vita, e donando e distribuendo il pane della Vita. Dinanzi ai nostri occhi, ora Essa cammina per la Sua via di Dolori; Essa sale sul Colle; Essa pende dalla Croce... Il mondo ha vinto ancora una volta; ha vinto esattamente come vinse sul Calvario. Gli uomini non permettono che essa serva loro; di più non vogliono neanche che essa serva se stessa; l'hanno inchiodata agli emblemi di un governo terreno; le tolgono la sua gloria; e la beffeggiano, poiché non può essere la Salvatrice degli altri, non potendo salvare se stessa.
Che c'è più da sperare? Come possono benedire le mani che sono solidamente inchiodate? Come possono le labbra, arse e bruciate dalla desolazione, predicare gli ammonimenti della divina libertà?
Tuttavia ella grida ancora, nel dolore, dolore per sé stessa. Ella può emettere grida su grida, in Francia per rivendicare il diritto di spegnere quella sete che sarà la sua morte, se non soddisfatta; in Italia e nel Portogallo per il diritto di esistere in mezzo ad una società che Essa sviluppò e avvicinò alla maturità...
E, per nostro conforto, ricordiamo che Gesù grida così; e che quando una volta per tutte Egli emise la sua prima petizione, vicino al pozzo di Giacobbe e sulla Croce del Calvario, anche una donna Samaritana, lontana dalla ricchezza di Dio, anche i soldati di un impero ch'era in lotta col reame di Dio, ebbero misericordia di Lui, e Gli offrirono da bere.

SESTA PAROLA: Tutto è compiuto.

La luce vespertina comincia ad illuminare, in cima al Calvario, le tre Croci e il piccolo gruppo che attende la fine; e quando si posa sulla faccia di Cristo, lo sguardo dell'agonia è passato. Egli ha gridato a Dio ed agli uomini di aver pietà della Sua Anima torturata e del Corpo riarso, e ciascuno ha risposto. Ora in quella Faccia, sbiancata dalle tenebre dell'Anima, e negli Occhi affossati dal dolore, un nuovo sguardo incomincia, mentre tutta la Faccia ancora una volta si mostra radiante. I respiri si fanno più affannosi, il Corpo inchiodato per le estremità si solleva sempre più in alto fino a che riacquista forza sufficiente non solo per parlare, ma prorompere in un grido così sonoro e trionfante da meravigliare gli ufficiali che avevano visto molti uomini morire, ma mai come quest'Uomo muore. Il grido squilla come il grido di gioia di un re al momento della vittoria; e in un istante, abbattimento, stanchezza, amarezza, sono lontani da Lui per sempre: Consummatum est. È finito... (Joh., XIX, 30).

I.  Cristo venne al mondo per compire la più grande opera: più grande che l'atto assoluto della Divina Volontà per cui tutte le cose dal nulla vennero all'essere, più grande che la manifestazione della Divina Energia per cui tutte le cose sono tenute in essere, le stelle nel loro corso, gli atomi nella coesione, e i mondi di carne e di spirito nelle mutue relazioni. Perché è atto più grande restaurare che creare: ridurre la ribelle volontà all'obbedienza, che a voler nell'esistenza: a riconciliare i nemici che a creare dei seguaci, a redimere che ad operare. Che Dio faccia l'uomo è un atto di potenza; ma che lo redima è un atto di Amore...
Tutta la storia sino al Calvario, è uno sforzo incessante di preparazione per la Redenzione. Non un agnello versò il sangue invano, non un profeta parlò, non un re ha regnato, fuorché come un anello in quella catena di cui l'Agnello di Dio, il Servo del Signore e il Re dei Re, è la fine e la sommità che giustifica tutto. Abramo vide il suo giorno ed esultò; David cantò del giorno della Sua nascita, dei suoi piedi e delle sue mani ferite: Isaia parla del Suo sepolcro con i cattivi e del luogo di riposo nel giardino di un ricco signore. Dio ha portato tutto a questo punto che li corona e li comprende tutti. Ed ora, Consummatum est.
Se riguardiamo indietro al Calvario, attraverso due mila anni, vediamo che tutto quello che Dio ha fatto scaturisce da lì; che ogni impulso di grazia, ogni sacrificio e preghiera offerta, ogni momento di Spirito di Dio, ogni risposta di uomini spirituali, ogni peccato dimenticato, ogni nuova vita ricominciata, ogni morte di Giusto, ogni rinascita d'anime alla innocenza,  tutto ciò ha acquistato la sua piena vigoria, e la propria esistenza dal torrente d'amore che s'origina ai piedi del Calvario.
Ed è perciò che a questo momento, appena l'ultima goccia del Sangue prezioso fluisce dal Suo Cuore spezzato, con una forza superiore a quella d'un morituro, Gesù grida in trionfo. «È finito».
L'amicizia fra Dio e l'uomo è resa possibile ora, nel Corpo di Cristo. L'antica irreconciliabile inimicizia fra il peccato della creatura e la Giustizia del Creatore, tra la corruzione dello spirito e la Santità del Padre degli Spiriti, è tolta di mezzo. Noi possiamo essere «accettati nell'Amato».
Per prima cosa, allora: la salvezza è dischiusa al peccatore. D'ora innanzi nessun peccato è imperdonabile. La Carità, fu detto, è il perdono dell'imperdonabile, è l'amore dell'inamabile: e in questo Sangue prezioso, come cantò il Profeta, «ci sarà una fontana aperta per la purificazione del peccatore e dell'immondo» (Zach. XIII, I) e come scrisse l'Apostolo, è questo Sangue prezioso che «ci purifica da ogni macchia». (I Joh., I, 7). L'Amicizia di Dio, perciò, è un fiume aperto ad ogni anima che lo desidera.
Ma c'è ancora di più. Non è solo una mèra amicizia resa possibile per la morte di Cristo, ma un grado d'amicizia a cui neanche gli Angeli possono aspirare. Non è solo che l'Anima, per il Sangue prezioso, possa passare dalla morte alla vita, ma attraverso gli stadii, le altezze e gli strati della vita, ella può elevarsi alla perfezione della santità stessa. David può aver sete di Dio; David può guardare in alto a ciò che «si risveglia nella somiglianza di Dio» che è la suprema soddisfazione dell'anima; ma fino a che Cristo non è morto, un'anima non può raggiungere l'oggetto finale del Divino desiderio e del suo, che ora invece è dischiuso ad ogni anima preparata a fare i necessari sacrifici per guadagnarlo. Non solamente, per il Potere del Sangue prezioso e per la Grazia dei Sacramenti sprigionata dal Suo versamento, l'anima può sottomettere ogni azione, parola, pensiero, all'obbedienza di Cristo, ma può, con la stessa grazia, raggiungere un punto d'unione con Lui così vitale e così completa, da poter veramente gridare «con Cristo io sono inchiodata alla Croce, non sono io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal., II, 20).

II.  L'opera di Cristo dunque, è «finita» sulla Croce  finita, non però chiusa e conclusa, ma liberata dal processo agonizzante che l'ha posta in essere  finito come il pane è finito dalla macina e dal fuoco, pronto per essere mangiato; come il vino è finito dalla violenza e dal pressare del frantoio  finito come un corpo d'uomo è finito nell'utero materno e dato alla luce con travaglio. È finito, cioè per un nuovo e glorioso principio, poiché la corrente scaturita dalle Sue ferite può cominciar a scorrere attraverso le anime degli uomini, e la Carne che è stata spezzata può cominciare a nutrirli. Poiché ora la Passione di Cristo comincia ad agire nel Suo Mistico Corpo, ed essa «completa quelle cose che mancano alle sofferenze di Cristo» (Col., I, 24). Ora l'enorme Processo che Lo ha torturato e lacerato nella Sua assunta Natura comincia effettivamente a provocare quello stesso lavoro di Redenzione nella Natura Umana della Sua Chiesa, che, misticamente, è il Corpo nel quale Egli dimora sempre. Un sole che cade dice ordine a un altro sole, che poi è l'identico, e può cominciare a percorrere il suo cammino: «La sera e il mattino sono un giorno».
E tuttavia, noi suoi amici  noi che in virtù della Sua Amicizia siamo capaci di vivere, morire, e risorgere uniti con Lui  viviamo per la maggior parte come se Egli non fosse mai morto. Paragonate la vita d'un colto e annoiato pagano, con la vita di un colto e annoiato cristiano. Tirateli fuori dalle rispettive classi e collocateli l'uno accanto l'altro. Vi sembra che ci sia cosi grande differenza? Ci sono poche divergenze fra i loro emblemi religiosi. Quello ha un Apollo, questo un Crocifisso. L'uno ha la deità egiziana con il figlio nelle sue braccia; l'altro ha l'Immacolata Madre di Gesù con il Santo Fanciullo. Il loro parlare è diverso, i loro vestiti, le case, insomma tutti quegli elementi esterni che sono indifferenti per la vita dell'anima. Ma sono cosi differenti le loro virtù, la prospettiva nell'eternità, il loro dolore su tombe dissigillate, le loro speranze su culle recenti?... Anche prima che Cristo morisse i figli amavano i loro genitori e i genitori i loro figli. Deve dunque il cristiano innalzarsi molto più alto, più vicino a quel meraviglioso grado di amore dove l'uomo «odia suo padre e sua madre» per essere discepolo del suo Signore? Anche prima che Cristo morisse la castità era una virtù. Siamo noi cosi avanti nella purità di cuore, senza la quale nessuno può veder Dio? Anche un Imperatore Romano una volta raccomandò il dominio di sé e lo mise in pratica. Sono le nostre case migliori modelli di pace tra fratelli che coabitano in unità? Ha compiuto Cristo la Sua opera col solo fine che la società non cadesse più basso?.. Che Dio ci aiuti! Se noi gettiamo uno sguardo su ciò che si chiama «la società cristiana moderna» sembra come se Cristo ancora non fosse venuto.
Ma c'è un vasto torrente di grazia che discende dal Calvario, quel torrente che doveva far felice la città di Dio. Li è l'immensa riserva di grazia, che gorgoglia in ogni sacramento, bagna la terra sotto i nostri piedi, rinfresca l'aria che respiriamo. E noi nella nostra odiosa e falsa umiltà parliamo come se la Perfezione fosse una fantasticheria, come se la Santità fosse il privilegio di coloro che vedono Dio nella gloria.
In nome di Cristo, cominciamo noi! Perché Cristo ha «finito».

SETTIMA PAROLA: Padre, nelle tue mani affido il mio Spirito.

Nostro Signore ha gridato forte la sua sesta parola con la quale proclamava che si sono compiuti finalmente «gli interessi del Padre» di cui antecedentemente aveva parlato nel tempio. Ora Egli inchina a poco a poco la Sua testa sul petto, e con le parole che imparò sulle ginocchia di Maria  parole con cui ogni fanciullo giudeo affidava la cura della sua anima alla cura di Dio, allorché sopraggiungeva la notte  Egli affidava il Suo Spirito nelle mani del Padre. La sera è giunta, e vicino è il sabato in cui, Dio, ancora una volta, dopo aver mirato tutte le cose che fece, pronuncia il Suo «Benissimo» e si riposa dal lavoro.

I.  Il pensiero di questa pace della morte ove il nostro Amico ora sta entrando, è una delle più commoventi considerazione della Passione. Egli è stato intorno alla Sua opera per trent'anni; e neppure per un istante, dacché emise il primo respiro mortale nella gelata stalla di Bethlehem, Egli si riposò. Anche quando Egli dormiva, il Suo Cuore vegliava.
Questo suo lavoro aveva di mira, fra le altre cose, di gettare le basi della riforma del mondo. Ogni civiltà, che voglia sopravvivere, come il ferreo progresso dell'Impero Romano, lo sviluppo degli istinti delle nazioni barbare, tutto deve rinnovellarsi sulle basi ch'Egli ha gettato, oppure cessar di esistere. Ancora di più; Egli ha gettato le basi della costituzione del più vasto Impero che il mondo abbia mai visto; quella Suprema soprannazionale Società dalla quale i Re derivano le loro sanzioni, e le Repubbliche il diritto di governare; poiché il Successore del Suo Vicario è «Padre dei Principi e Re, Signore del mondo». Perciò i suoi innumerevoli atti di grazia devono essere compiuti; non un'anima sofferente deve allontanarsi delusa; non un corpo malato dev'essere abbandonato senza cura; non una transitoria necessità, insoddisfatta. Ed Egli è l'Uomo che ha fatto tutto ciò. E, certo, solo Dio poteva far tutto ciò. Nessun riformatore, nessun filosofo, nessun monarca si è mai sognato di fondare un Regno come questo. Ma tutto ciò è stato compiuto attraverso la Natura Umana; sono state le labbra di un Uomo mortale che hanno detto tutto ciò; mani mortali quelle che hanno gettato queste fondamenta; un cervello mortale che ha portato a compimento e tradotto in linguaggio umano il sogno di un Dio per realizzarlo. Dio certamente non può divenire stanco; ma un Dio fatto Uomo può stancarsi mille volte.
Quanto giustamente Egli si è meritato il Suo Riposo! E infine Egli lo trova. L'anima, dopo aver superato la violenta agonia, s'immerge in quella refrigerante oasi di pace, dove le anime che hanno servito Dio, secondo le grazie ricevute, attendono il primo avvento del loro Redentore. Il corpo che ha sostenuto un peso così grande e il caldo del giorno, che era stato affaticato dalla fatica e curvato dal dolore  e, in ultimo, flagellato, traforato, spezzato dalle mani di coloro per cui quelle fatiche erano sostenute  questo Suo Corpo dev'esser riposto nel freddo sepolcro di roccia, con sindoni di soffice lino, profumato con spica e mirra, nell'attesa che il soffio della Divina Energia torni a scorrere attraverso le vene e i nervi e i muscoli, trasformando tutto di nuovo nella Divina Immagine sgualcita, dinanzi la quale, non più soggetta ad alcuna legge di limitazione o di fatica o di perdita, l'Anima che non può più dolorare, gioirà eternamente.
Il nostro Amico, finalmente, dorme.

II.  La Pace di Dio che sorpassa ogni intendimento, è senza dubbio il suo dono più grande, più che la salute e la ricchezza, più, in un certo senso, che tutte le virtù, poiché è la loro corona e ricompensa. Questa Pace di Cristo, è l'unica cosa veramente necessaria, com'Egli stesso ci dice; è la «buona porzione» migliore di tutte le energie e attività, che «non ci sarà tolta».
Ed è per lei che noi guardiamo alla morte poiché è l'unica speranza che rassicura e ci riconcilia a quella violenta cessazione di attività, che per un'anima energetica e vitale costituisce il più fantastico orrore della morte. Che anzi alcune volte (così grande è la sua attrattiva)  possiamo quasi dire che deve essere  per un'anima che realmente partecipa alla lotta della vita, essa costituisce l'attrattiva maggiore della morte poiché la vita si riduce spesso a uno sforzo insopportabile non solo per la stanchezza del corpo derivante dalla sua incapacità di rispondere alle esigenze dell'anima, ma per una stanchezza dell'anima proveniente dai suoi sforzi di rispondere sempre a ciò che deve, agli impulsi ed eccitazioni della grazia. Oh! se fosse possibile, noi gridiamo, cessare dalla lotta, riposare completamente in Dio senza alcun sforzo di volontà, abbandonarsi ed immergersi in Lui che solo è la nostra Quiete. E tuttavia non dobbiamo; questo è quietismo  strano e seducente sistema che significa rilassatezza e letargo  sistema che induce un pigro sonno in un'anima creata ad agire, in una volontà che deve attivamente aderire, affinché possa meritare o demeritare. È solo nella «divina necessità» del Purgatorio che questo stato è possibile; e allora, solamente, perché necessario.
Tuttavia anche qui, mentre viviamo, c'è la pace di Dio, ed è per questo bisogno di pace che tante anime si agitano e si dibattono entro le sbarre dei loro limiti... E questa pace deve provenire da una cosa e da una cosa sola dal perfetto equilibrio nell'ambiente che ci circonda  non come un uccello che riposa sulle acque, ma come un uccello che sta nell'aria  da una perfetta risposta, cioè, della nostra amante ed amabile Natura, a quell'unica adorabile Natura che solo può sorreggerci e comprenderci: in una parola, che la pace può solo trovarsi in ciò di cui noi abbiamo fatto esperienza: in un'intima, intelligente, affezionata e volontaria Amicizia con Cristo, che ci ha fatti per Lui, e stabilì la Sua Incarnazione perché l'unione potesse essere completa.
Le attività, quindi, sono buone e necessarie al loro proprio posto. L'opera di Dio non può compiersi senza di esse. Ma è del tutto vitale che, se queste attività realizzano i loro oggetti, l'anima che vi è impegnata, deve possedere la pace interiore. Noi andiamo avanti e indietro; riusciamo oppure manchiamo; e non è poi cosa di grande importanza, dacché non abbiamo una norma decisiva in questo mondo per cui stimare questo o quello. Ma la pace interiore è necessaria; poiché la nostra vera «vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col., III, 3), questa pace che, com'Egli stesso ci dice, il mondo non può togliere o dare, una pace cioè, che, a differenza delle altre emozioni, è del tutto indipendente dalle cose esterne. È una pace dove Cristo stesso è penetrato, anima e corpo, allorché affidò il Suo Spirito nelle mani del Padre  quella Pace Sabbatica ch'Egli per primo inaugurò e che «restò... per il popolo di Dio» (Hebr., IV, 9).
La morte non è più spaventosa, e la vita non è più insopportabile. Dietro la fredda calma della morte e la pazzesca frenesia della vita, Cristo e l'anima dimorano insieme nel segreto ricettacolo del cuore, ricettacolo scavato in ciò che è più duro d'una roccia. E non è questa la pietra che si fende quando le tombe si dischiudono, e i terrorizzati fuggono disordinatamente, e tutta Gerusalemme è in panico. Ma finalmente quando abbiamo imparato a morire a tutto eccetto che a Cristo, quando Egli è il nostro Tutto, Egli è ancora la nostra Pace.
Solleviamo lo sguardo per l'ultima volta a quel Sacro Corpo pendente dalla Croce. Il Sangue è tutto sparso, l'Anima si è separata, e il nostro Amico riposa. Allora anche noi possiamo essere seppelliti con Lui. E possano le nostre anime, e le anime di tutti i fedeli, vivi e defunti, riposare in Lui.


 

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3/23/2017 2:55 PM
 
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XIII.

CRISTO

IL NOSTRO AMICO VENDICATO.


Abbiamo assistito, durante la trascorsa settimana, alla suprema tragedia della storia del mondo, rivissuta con tutto il possibile splendore dell'arte liturgica e simbolica. Nei giorni passati abbiamo veduto il nostro Amico come la figura centrale di un dramma centrale, circondato da un coro di profeti, soldati, sacerdoti, donne, fanciulli  nemici ed amici  rappresentanti tutti l'umana famiglia di cui Egli si era fatto membro; ciascuno recitando la parte propria, ciascuno seguendo la propria linea, dapprima all'oscuro raggrupparsi intorno alla Croce, poi a quelle fuggevoli scene, accese di mistica gloria, con le quali la Chiesa cattolica ci presenta gli eterni spirituali effetti della Passione e della Morte di Cristo. Dal lato divino è la storia di un trionfo; dal lato umano di un fallimento, come, del resto, è tutta la storia del mondo nel suo completo svolgimento.
Una ad una le potenze del secolo si sono raccolte contro di Lui, ed una ad una si sono coalizzate, dapprima per interessi antagonistici, in ultimo divenute insieme amiche. Il nazionalismo, che nega l'unità della famiglia umana; l'imperialismo che nega l'unità della Famiglia Divina; in ultimo la religione mondana che nega l'appello al soprannaturale e la trascendenza di Dio. Erode, Pilato e Caifa si alleano e Cristo è il loro nemico. Questa è la tragedia del mondo, pertanto: «Egli venne fra i Suoi, ed i Suoi non lo ricevettero». Abbiamo assistito a tutto ciò, fino all'ultimo insulto del sigillo della pietra e del picchetto di guardia, non perché Cristo potesse risorgere (poiché «i miracoli non avvengono!»), ma per paura che i suoi discreditati seguaci simulassero che così fosse, perché non turbassero la pace del mondo con una frode religiosa. Bene! Lasciamoli soli! Non dobbiamo occuparci di loro quest'oggi. Essi possono emettere le loro teorie in pace. Non è nostro intento oggi di porre i nemici di Cristo sotto i piedi, ma di restituire Cristo alle braccia dei Suoi amici; di rivendicare Cristo come nostro Amico Divino in cui avemmo fiducia e siamo stati delusi; non ci occupiamo della sua finale potente manifestazione al mondo...
Osserviamo questo processo, allora, attraverso gli occhi della più umile fra i suoi amici,  ma che era ben lontana dal possedere la serena chiara visione di Maria Sua Madre, o la fiducia disperatamente calma del discepolo che Egli amava  una che almeno aveva a suo credito, nonostante i suoi peccati contro la Voce Interiore, ed anche contro la decenza del mondo, d'aver «amato molto» e d'aver «fatto ciò che poteva»: due semplici virtù a cui anche il più basso dei Suoi amanti può aspirare.
I.  Tre grandi momenti ci furono nella vita di Maria Maddalena, dopo che essa prese contatto con Gesù Cristo  momenti che per l'impressionante emozione non saranno più superati  tre sorte di relazioni con nostro Signore, in cui la sua speranza fu dapprima innalzata al cielo, poi abbassata fino al limite dell'inferno.
1) Primo, Cristo fu Colui che l'assolse. La scena è stata riprodotta più volte in arte e in letteratura. Le lunghe tavole sono poste sulla piattaforma elevata sopra le strade, e gli invitati seduti. Al posto più umile, i Suoi piedi ancora sudici della polvere delle strade, i Suoi capelli aridi e sconvolti dal vento, sta l'Amico di tutto il mondo sul Suo letto, il giovane Carpentiere del nord, invitato lì non tanto per essere onorato quanto per essere esaminato e sogguardato dacché Egli ha fatto cose che fra certo popolo Gli hanno procurato una certa notorietà... E vi sono anche i dottori della legge, prudenti, maestosi, gravi e dignitosi, che parlano cauti e seriamente ora a questo ora a quell'ospite. I servi vanno e vengono, dentro e fuori dalla porta di servizio, recando sveltamente e versando vino. Allora, dalla strada, entra l'espulsa; penitente certo, ma ancora imperdonata: i suoi lunghi capelli disciolti sulle spalle, il suo abito di zafferano disordinato, il suo cofano di profumi nelle mani. Essa è venuta pensando forse, che è la sua ultima speranza vedere Gesù, fissarsi in Lui che si è fissato amorevolmente in lei nel passato, scorgere forse un lampo di dolore in quegli occhi penetranti. La scena accade in un batter d'occhio. Prima che i servitori l'abbiano veduta, essa è già in ginocchio sul pavimento, dietro il Suo lettino, gemendo gentilmente nella sua abbiezione, conquisa ancora una volta dallo sguardo degli Occhi Divini. Un silenzio si fa attorno, mentre, inconscia di tutto, fuorché di sé e di Lui, essa china così basso la sua testa che le lacrime stillano sopra i Suoi piedi, e mentre, turbata dall'aver profanato quei sacri piedi, dapprima li rasciuga freneticamente con la sua fluente capigliatura, e quindi, quasi per compensare il contatto delle lacrime, spezza il vasetto di profumo versandone il nardo: comincia il mormorio del mondo, su ai posti d'onore.
Gesù solleva la Sua testa; e allora in una sentenza o due, tutto è finito. «Tu vedi questa donna... Essa almeno ha compiuto, ciò che tu, mio ospite, non hai fatto. Essa ha amato molto. Essa ha amato molto. E perciò i suoi peccati sono perdonati. Va, mia figlia e mia amica. Non peccar più».
2) Con il ricordo di tutto ciò nella mente, allorché si guardava indietro di pochi mesi  mesi di vita cambiata; dolce e soave ad un tempo  concepiva quei confusi e tumultuosi pensieri, agonie e speranze, seguiva, passo passo, i tormenti e le disgrazie di Colui che l'aveva assolta e le aveva ridonata la speranza. D'allora in poi ella seguì ogni particolare delle Sue sofferenze. Rimase al limite della folla vociante; ha udito i discorsi dei suoi vicini; ha udito il clamore delle risa allorché il suo Amico montò sulla scala, rivestito della clamide del soldato, con la canna nelle Sue mani legate e l'irrisoria corona di spine sulla Sua testa. Ha ascoltato, in silenzio, i sibili dei flagelli... Allora Lo ha seguito di nuovo, attraverso le vie, fuori della porta, sul pendìo scosceso. E finalmente, quando tutto è compiuto, ed Egli pende lì, irriso, insultato e tormentato e i soldati hanno rotto i cordoni, essa si spinge innanzi, s'abbatte ai piedi del tremante albero, e ancora una volta «fa quello che può»... Ancora una volta ha bagnato quei piedi con le sue lacrime; e allora, scorrendo sulla terra, fluì un torrente più dolce delle acque del Paradiso: le lacrime del peccatore perdonato e il Sangue del Salvatore.
Come ella dovette sperare contro ogni speranza, che la tragedia non finisse così tragicamente! L'aveva già visto fra le mani dei suoi nemici e tuttavia Egli era riuscito a sfuggire. Anche adesso raggomitolata ai piedi della croce pensa che forse non è ancora troppo tardi. Egli non è ancora morto! Dove, dove sono quelle legioni di Angioli di cui aveva parlato? Dove, sopratutto, quel Divino Potere che l'aveva confortata, un potere così evidentemente sovrumano che non c'era limiti al suo compimento? Allorché il vocìo cresceva ai piedi della Croce «Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce e noi ti crederemo» come avrà levato il suo sguardo, fissamente, su quella Faccia tranquilla e tormentata che pendeva contro il cielo! E sopra tutto quando il rumore cessò e dalle due croci laterali, da quei condannati che per la loro miseria avevano il diritto supremo sull'Amico dei Peccatori, salì lo stesso stridulo appello con la sua terribile aggiunta: «Se tu sei Cristo salva Te stesso  e noi» , possiamo ben immaginare com'ella balzasse in piedi, e si rafforzasse la sua interna speranza, che ora almeno Egli avrebbe risposto. Quel Supremo Potere certamente alfine si sarebbe vendicato, magari all'undicesima ora; e i chiodi avrebbero dato gemme, e la croce, fiori; ed Egli, il suo Amico, ancora radiante, scenderebbe dal Suo Trono a ricevere l'adorazione del mondo! È possibile, che essa, stando lì, guardando a Maria e a Giovanni per incoraggiamento, e poi, indietro di nuovo, a Lui, abbia mormorato nella sua agonia: «Giacché Tu sei il Cristo, salva Te stesso  e me?»... «E Gesù gridò fortemente ed emise lo spirito...».
3) Rimane ancora una cosa per lei. Colui che l'ha assolta se n'è andato, il suo Re è morto; ma il suo Amico le ha lasciato abbastanza di Sé per piangere; poiché nessun'anima può piangere, se non è capace ancora di gioire.
Essa che «ha molto amato», «fa quello che può». Lo segue, passo, passo, al quieto giardino, dopo che per l'ultima volta L'ha bagnato con le sue lacrime, e veduti gli unguenti versati; vede la pietra rotolare su l'oscurità del vano: una tenebra che nasconde quello onde per lei il giardino diverrà un santuario d'amicizia... Allora dopo una notte, un giorno, e una notte, essa tornerà di nuovo a visitare il suo reliquario.
Il mondo le ha tolto ogni cosa che poteva darle felicità. Non solo le gioie del mondo saranno d'ora innanzi impossibili per lei, ma anche la nuova fede, la speranza, l'amore si sono adombrati: dacché Colui che li aveva risvegliati non è stato capace di salvare se stesso. Tuttavia c'è una cosa che il mondo non potrà mai togliere  la memoria d'un'Amicizia, così acuta da costituire un tormento  e l'Amicizia stessa, che sopravvive ancora. Fino a che ella potrà avere il Giardino dove il Suo corpo giace, sarà contenta di vivere. Ella potrà qui venire di settimana in settimana come al reliquiario d'un Dio; potrà osservare le stagioni che vanno e vengono, e le erbe che crescono attorno la tomba; ancora possiede qualche cosa più caro a lei che non le fosse tutto il mondo.
Questa mattina ella Lo vedrà per l'ultima volta; cammina svelta e silenziosa, portando ancora una volta fra le sue mani i profumi, per ungerlo... E d'improvviso, l'ultimo e più amaro di tutti i colpi: la pietra è stata tolta, e nella pallida luce scorge che il luogo della pietra è vuoto... Cosa sono quegli angeli per lei che nelle sue accecanti e disperate lacrime non vede? Non c'è angelo che possa confortarla d'aver perduto il corpo di un umano Amico. «Hanno tolto il mio Signore» singhiozza, «e non so dove L'abbiano posto». Sfiora un passo dietro di lei; ed essa «credendo che fosse il giardiniere» versa dal cuore schiantato lo stesso lamento all'uomo che non può ravvisare. «Signore, se tu Lo hai tolto di qui, dimmi dove L'hai posto, ed io Lo prenderò».
«Maria!». «Rabboni!».

........................................

C'è ancora una lezione ch'essa deve apprendere.
Mentre ella si lancia verso di Lui, muta d'amore e di desiderio, per afferrare i Suoi piedi  per assicurarsi, toccandoli, che sono quegli stessi che baciò nella casa del Fariseo, e sulla Croce del Calvario, che è Lui medesimo e non un fantasma, Egli indietreggia.
«Non toccarmi, perché ancora non sono salito al Padre mio».
«Non toccarmi..». Quest'Amicizia non è quella usata; è situata infinitamente più in alto. Non è cosa usata, dacché i limiti di quella Sacra Umanità non ci sono più,  quei limiti per cui Egli era qui e non lì; per cui poteva soffrire, divenir stanco, affamato, piangente,  limiti che Lo rendevano caro ai Suoi amanti, poiché così Lo potevano servire, confortare, consolare. Ancora le Sue espansioni nella Gloria non sono consumate. «Io non sono ancora asceso al Padre mio»; quell'espansione dell'Ascensione e del viaggio dei nove giorni attraverso le celesti Gerarchie, da un luogo «un po' più basso di quello degli angioli» alla Sessione e Coronazione alla destra della Maestà Altissima, quell'espansione di cui la discesa dello Spirito Santo è l'espressione, e la Sacramentale Presenza di quella medesima Umanità su mille altari, il risultato.
Ed allora, o Maria, l'Amico ridarà in «buona misura, concentrata, radunata, straripante» (Lc., VI, 38). Allora ciò che tu hai conosciuto sulla terra confinato nel tempo e nello spazio, ti sarà ridato a toccare, a maneggiare ancora una volta. Di nuovo il tuo Amico sarà tuo. Il Creatore della Natura sarà presente in questa Natura, non limitata da' suoi limiti. Egli che assunse l'Umanità sarà presente nell'Umanità. Egli che parlò sulla terra «come uno che ha autorità» parlerà di nuovo nello stesso accento. Egli che guarì i malati, li guarirà sulla Porta chiamata Bella; Egli che ha risuscitato i morti. farà risorgere Dorcas in Joppa; Egli che chiamò Pietro in Galilea, chiamerà Paolo in Damasco. Sarà Egli di nuovo un Amico, come mai prima: una Creatura che esercita il potere del Creatore: un Creatore rivestito con la simpatia d'una Creatura; Dio sofferente sulla terra, e Uomo che regna nel Cielo. Ma un Amico, primo ed ultimo, Alfa ed Omega; un Amico che si spense nell'umiliazione dell'Amicizia, che è risuscitato e regna nella Sua Eterna Potenza.

***

Abbiamo finora considerato Gesù Cristo come nostro Amico.
Nel giorno della sua Rivendicazione riflettiamo un poco su ciò che questo significa.
Egli dapprima è l'Amico dell'anima interiore, luce che acceca e poi illumina gli occhi che guardano in Lui e che, essi ancora, possono splendere come la Luce del Mondo. Ma quest'Amicizia interiore è soltanto una parte di ciò che Egli offre; poiché, come una volta due mila anni or sono, Egli apparve sulla scena della storia, così, ancora oggi, Egli vive sulla stessa scena.
Il Cristo interiore grida al Cristo esteriore, che Cristo può essere tutto in tutto. Egli dapprima, quindi, vive nel Sacramento del Suo Amore  come nostro Amico, nostro Sacrificio, nostro Cibo  e tutti e tre per l'Amicizia.
Poi in altro modo Egli sulla terra vive nella Sua Chiesa; nel senso che l'anima che ascolta Lei ascolta Lui, e l'anima che disprezza Lei disprezza Lui; poiché ella è il Suo Corpo di cui Egli è l'Anima; ed avendo «la Mente di Cristo», parla (com'Egli fece) quasi «uno che abbia autorità», e compie «più vaste opere» di quello che Egli stesso fece «perché essendo andato al Suo Padre» può vivere in lei. Quindi i Suoi amici, pendono dalle labbra del Suo Capo, poiché questo Capo umano è Colui al quale il Buon Pastore ha affidato la custodia del gregge, al quale la «Porta» consegnò «le chiavi»; che l'«Unico Fondamento» chiamò: «Pietra».
Ancora, quantunque in maniera diversa, Egli vive nei Suoi Santi e in modo speciale nella Sua Benedetta Madre. È da questi amici scelti di Dio che noi dobbiamo apprendere cosa sia l'Amicizia; dalla Sua Madre, per conoscere il suo Figlio; dalla Regina del Cielo, per imparare le disposizioni del Re.
Ed Egli vive, anche, nei Suoi cari peccatori; in coloro che nelle loro tenebre c'insegnano cosa deve essere la luce; in coloro che, gridando nella solitudine del peccato, ci forniscono una chiara visione nel nostro abbattimento per l'affanno con cui ricercano il Pastore che va in traccia di loro.
Ed Egli vive ancora, rappresentato, «nell'ultimo di quei Suoi fratelli» che Egli ha officiato di chiedere e mendicare in Suo Nome; negli uomini ordinari che non sanno altro che di essere ordinari, ma che tuttavia sono fatti a Sua immagine, e che per la loro fedeltà al tipo sono veramente rappresentanti di Colui che ha dichiarato di essere il «Figlio dell'Uomo».
Egli vive nel sofferente e nel fanciullo; vive nel comune lavoro e nella sfera giornaliera; vive nella luce del sole e nella brezza, nella tempesta e nella calma, nei più remoti confini della terra, e negli infiniti splendori dello spazio; nel granello di sabbia e nel sole, nella rugiada dell'alba e nelle profondità dell'oceano.
Non c'è via di senso o di pensiero che non vi sia, dentro, la Figura di Cristo; non una attività aperta all'uomo, in cui non sia il «Figlio del Fabbro»; sotto il macigno e nel cuore del legno.
Più minuta è la nostra ricerca più delicata è la Sua Presenza; più ampia la nostra visione e più illuminata è la Sua Potenza. Così, a poco a poco, mentre procediamo nella vita, per cento infedeltà e mille mancanze, con aperti scoramenti e nascosti peccati, seguendo tuttavia, come Pietro seguiva, attraverso il bagliore del fuoco nell'atrio del Pontefice, il buio della penitenza dove brillano gli occhi di Cristo, mentre procediamo, accecati dal nostro dolore, fino all'estasi della Sua gioia, credendo di trovarLo morto, sperando di vivere in una memoria, invece di confessare ch'egli è vivo e guarda all'oggi in cui Egli è più che ieri; a poco a poco ci accorgiamo che non v'è giardino in cui Egli non cammini, non porta che Lo possa escludere, non contrada dove i nostri cuori non palpitino in Sua compagnia.
E quando noi Lo troviamo sempre più al di fuori di noi, negli occhi di coloro che amiamo, nella Voce che ci rimprovera, nella spada che ci trafigge, negli amici che ci tradiscono, nel sepolcro che ci aspetta, quando noi Lo troviamo nei Suoi Sacramenti, nei Suoi Santi, in tutte quelle anguste cose che Egli ha designato come luoghi di ritrovo con Lui; allora noi Lo troviamo sempre più dentro di noi, immedesimato in ogni fibra della nostra vita, fragrante in ogni amata associazione e memoria, sepolto nelle profondità del nostro cuore che sembra averLo totalmente trascurato.
Così, allora, Egli afferma il Suo dominio con la forza sulla forza; rivendicando uno ad uno quei diritti che noi pensammo appartenerci esclusivamente. Per la nostra intelligenza Egli è il Perfettissimo; per la nostra fantasia è il nostro sogno; per le nostre speranze, la loro ricompensa.
Fino a che, seguendo la Sua grazia verso la gloria, noi diventiamo completamente Suoi. Nessun pensiero è nostro che non sia senza la sapienza della Divina Sapienza; nessun amore è nostro eccetto quello del Sacro Cuore; nessuna volontà fuorché la Sua. «Per me» allora, «vivere, è Cristo; e morire è un acquisto» (Phil., I, 21)... poiché «Non sono io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal., II, 20). Il mio Amico, finalmente, è mio. Ed io sono Suo.




INDICE

I  L'amicizia di Cristo (in generale)

II  L'amicizia di Cristo (interiore

III - La via purgativa

IV  La via illuminativa

V  Cristo nell'Eucarestia .

VI  Cristo nella Chiesa.

VII  Cristo nel Sacerdote

VIII  Cristo nel Santo.

IX  Cristo nel peccatore.

X  Cristo nell' uomo comune.

XI  Cristo nel sofferente.

XII  Cristo il nostro amico crocefisso (Le sette parole).

XIII  Cristo il nostro amico vendicato.


   
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