QUESTO FORUM E' CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO... A LUI OGNI ONORE E GLORIA NEI SECOLI DEI SECOLI, AMEN!
 
Innamoriamoci della Sacra Scrittura! Essa ha per Autore Dio che, con la potenza dello Spirito Santo solo, è resa comprensibile (cf. Dei Verbum 12) attraverso coloro che Dio ha chiamato nella Chiesa Cattolica, nella Comunione dei Santi. Predisponi tutto perché lo Spirito scenda (invoca il Veni, Creator Spiritus!) in te e con la sua forza, tolga il velo dai tuoi occhi e dal tuo cuore affinché tu possa, con umiltà, ascoltare e vedere il Signore (Salmo 119,18 e 2 Corinzi 3,12-16). È lo Spirito che dà vita, mentre la lettera da sola, e da soli interpretata, uccide! Questo forum è CONSACRATO ALLO SPIRITO SANTO e sottolineamo che questo spazio non pretende essere la Voce della Chiesa, ma che a Lei si affida, tutto il materiale ivi contenuto è da noi minuziosamente studiato perchè rientri integralmente nell'insegnamento della nostra Santa Madre Chiesa pertanto, se si dovessero riscontrare testi, libri o citazioni, non in sintonia con la Dottrina della Chiesa, fateci una segnalazione e provvederemo alle eventuali correzioni o chiarimenti!
 
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Chi è il PAPA? (magisteriale lezione catechetica dottrinale)

Last Update: 9/3/2009 8:06 PM
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Così insegna il Catechismo Maggiore:

192. Chi è il Papa?
Il Papa, che noi chiamiamo pure il Sommo Pontefice, o anche il Romano Pontefice, è il successore di san Pietro nella Cattedra di Roma, il Vicario di Gesù Cristo sulla terra e il capo visibile della Chiesa.

193. Perché il Romano Pontefice è successore di san Pietro?
Il Romano Pontefice è successore di S. Pietro, perché S. Pietro nella sua persona riunì la dignità di Vescovo di Roma e di capo della Chiesa; stabilì in Roma per divina disposizione la sua sede e ivi morì, perciò chi viene eletto vescovo di Roma è anche l'erede di tutta la sua autorità.

194. Perché il Romano Pontefice è il Vicario di Gesù Cristo?
Il Romano Pontefice è il Vicario di Gesù Cristo, perché lo rappresenta sopra la terra e ne fa le veci nel governo della Chiesa.

195. Perché il Romano Pontefice è capo visibile della Chiesa?
Il Romano Pontefice è il capo visibile della Chiesa, perché egli la regge visibilmente coll'autorità medesima di Gesù Cristo, che ne è il capo invisibile.

196. Qual'è dunque la dignità del Papa?
La dignità del Papa è la massima fra tutte le dignità della terra, e gli dà potere supremo ed immediato sopra tutti e singoli i Pastori e i fedeli.

197. Può errare il Papa nell'ammaestrare la Chiesa?
Il Papa non può errare, ossia è infallibile nelle definizioni che riguardano la fede e i costumi.

198. Per qual motivo il Papa è infallibile?
Il Papa è infallibile per la promessa di Gesù Cristo e per la continua assistenza dello Spirito Santo.

199. Quando è che il Papa è infallibile?
Il Papa è infallibile allora soltanto che nella sua qualità di Pastore e Maestro di tutti i cristiani, in virtù della suprema sua apostolica autorità, definisce una dottrina intorno alla fede o ai costumi da tenersi da tutta la Chiesa.

200. Chi non credesse alle solenni definizioni del Papa, quali peccato commetterebbe?
Chi non credesse alle definizioni solenni del Papa, o anche solo ne dubitasse, peccherebbe contro la fede, e se rimanesse ostinato in questa incredulità, non sarebbe più cattolico, ma eretico.

201. Per qual fine Dio ha concesso al Papa il dono della infallibilità?
Dio ha concesso al Papa il dono della infallibilità affinché tutti siamo certi e sicuri della verità che la Chiesa insegna.

202. Quando fu definito che il Papa è infallibile?
Che il Papa è infallibile fu definito dalla Chiesa nel Concilio Vaticano, e se alcuno presumesse di contraddire a questa definizione sarebbe eretico e scomunicato.

203. La Chiesa nel definire che il Papa è infallibile ha forse stabilito una nuova verità di fede?
No, la Chiesa nel definire che il Papa è infallibile non ha stabilito una nuova verità di fede, ma solo, per opporsi a nuovi errori, ha definito che l'infallibilità del Papa, contenuta già nella Sacra Scrittura e nella Tradizione, è una verità rivelata da Dio, e quindi da credersi come dogma o articolo di fede.

204. Come deve comportarsi ogni cattolico verso il Papa?
Ogni cattolico deve riconoscere il Papa, qual Padre, Pastore e Maestro universale e stare a lui unito di mente e di cuore.

205. Dopo il Papa, quali sono per divina istituzione i personaggi più venerandi nella Chiesa?
Dopo il Papa, per divina istituzione i personaggi più venerandi della Chiesa sono i Vescovi.

206. Chi sono i Vescovi?
I Vescovi sono i pastori dei fedeli, posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa di Dio nelle sedi a loro affidate, sotto la dipendenza del Romano Pontefice.



*****************************************************************

IL PAPA [SM=g27998]

Padre Stefano Maria Manelli Francescano dell’Immacolata


Casa Mariana Editrice – Castelpietroso - IS


PREFAZIONE

Conoscere il Papa per amarlo e seguirlo: è questo lo scopo del pre­sente volumetto scritto in stile sem­plice e agile, alla portata di tutti, perché da tutti sia compreso il contenuto e il valore di un bene così grande quale è il Papato.

Chi è il Papa? Rispondiamo subito: il Papa è il Vicario di Cristo, è il Successore di San Pietro, è la «Pietra» di fondazione della Chiesa, è il Maestro infallibile, è il Santo Padre di tutte le genti.

Possiamo rispondere ancora meglio con S. Bernardo: «Il Papa è assertore della verità, difensore della fede, guida dei cri­stiani, ordinatore della Chiesa, pastore dei popoli, padre dei re, martello dei tiranni, sale della terra e luce del mondo».

Vogliamo anche far nostra, qui, la bre­ve pagina dallo stile scultoreo che il filosofo Guido Manacorda scrisse a suo tempo per una dedica al Papa Pio XI:

«Io ti confèsso, o Pietro, perché tu sei la Fede: E voi, chi dite che io sia? Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.

Io ti confesso, o Pietro, perché tu. sei l'Autorità: 'Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro? Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo'. `Pasci i miei agnelli...'.

Io ti confesso, o Pietro perché tu sei la `Costruzione': 'Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa'.

Io ti confesso, o Pietro, perché tu sei il 'Magistero': Magistero indefettibile: 'Ho pregato per te, Pietro, perché non venga meno la tua fede'. Magistero universale: `Andate e ammaestrate tutte le genti'.

Io ti confesso, o Pietro, perché tu sei il `Giudizio': A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scio­glierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli'. Io ti confesso, o Pietro, perché tu sei la `Romanità': Roma, fulcro, luce, spirito del mondo; Roma, specchio terreno della divi­na eternità».



IL VICARIO DI CRISTO

Il Papa è il Vicario di Gesù Cristo sulla terra. Tra tutte le definizioni che sono state date, questa è certamente la più vera, la più santa, la più preziosa e bella, senza confronti.

Sul significato e valore spirituale del nome «Papa» è stata composta addirittura una sorta di litania secondo le lettere del­l'alfabeto, con la somma di circa 250 titoli e significati attribuiti al «Papa», specialmente da parte dei Santi.

Ad esempio, il Papa è stato definito «Angelo del gran Consiglio» da S. Ansel­mo, «Arcivescovo di tutto l'orbe» da S. Cirillo Alessandrino, «Pastore dei pastori» da S. Colombano, «Dottore e Capo di tutti» da S. Atanasio, «Firmamento della Chiesa» da S. Ambrogio, «Padre del popolo cristia­no» da S. Agostino, «Portinaio del Regno dei cieli» da S. Teodoro, «Pontefice dell'Altissimo» da S. Bernardo, «Vescovo di tutto il mondo e Padre delle nazioni» da S. Fran­cesco d'Assisi.

Questi sono soltanto alcuni dei titoli, tutti belli e significativi. Ma al di sopra di tutti resta il titolo che S. Girolamo per pri­mo attribuì al Papa chiamandolo «Vicario di Gesù Cristo».



Il «dolce Cristo in terra»

È difficile per noi pensare e capire la realtà di questa espressione, comprendere tutto il valore del contenuto di queste paro­le: Vicario di Gesù Cristo. Le pronunciamo con semplicità e con rispetto, ma senza ren­derci conto di quel che realmente esprimo­no.

Dire «Vicario di Gesù Cristo», infatti, significa dire qualcosa che trascende com­pletamente l'uomo nella sua umanità così limitata, così fragile e fallibile. Ha detto bene S. Vincenzo de' Paoli, scrivendo nelle sue «Conferenze» che «il Papa è come un'altra specie di uomo, tanto è al di sopra degli altri. Noi dobbiamo dunque riguardar­lo come Nostro Signore e Nostro Signore in lui».

Forse l'espressione equivalente più semplice e affettuosa è quella adoperata abi­tualmente da Santa Caterina da Siena, la mistica del fuoco e del sangue, la quale chiamava il Papa Dolce Cristo in terra. E un'altra santa più vicina a noi, Santa Sofia Barat, ha scritto che «Il Papa è la più per­fetta immagine di Colui del quale tiene il luogo su questa terra d'esilio».

Se S. Massimiliano M. Kolbe, con tutti gli altri Santi, sostiene che ogni superiore, rappre­sentante di Dio, è un mistero di fede simile al mistero eucaristico, nel quale dietro le apparen­ze del pane è presente Gesù stesso, quanto più ciò sarà vero per il Vicario di Cristo, per colui che si presenta anche esternamente come «l'Uomo bianco», somigliante davvero al «Pane bianco» dell'Eucaristia, e, possiamo anche aggiungere, alla «Donna bianca» che è l'Immacolata. Non può essere diversamente, del resto: se Gesù è presente in ogni autorità, tanto più sarà presente in colui che ha ricevuto da Lui stesso la somma autorità su questa terra.



«Sì, Papa», «Sì, Gesù»

San Pio X, il Papa dell'Eucaristia, con la sua sola presenza esercitava un fascino davvero straordinario su chi lo guardava con occhi di fede. Lo scrittore cattolico e accademico di Francia, Renè Bazin, così descrisse la sua impressione nel vedere il Papa San Pio X: «Nelle cerimonie pubbli­che Pio X aveva la solenne maestà del Vica­rio di Cristo; mentre i suoi occhi meravi­gliosi, sembravano penetrare nell'eternità». Un giorno il Papa San Pio X ricevette in udienza un bel gruppo di bambini di sette anni, ammessi alla Prima Comunione, grazie a quel decreto papale che concedeva la grazia di accostarsi alla mensa eucaristica già all'età di sette anni, senza più attendere i dodici anni.

Il Papa si intrattenne in affabile collo­quio con i bambini, gioiosissimi, che gli portarono i loro piccoli omaggi. Alla fine, il Papa, prima di benedirli e lasciarli andare, raccomandò a loro di fare la Santa Comu­nione almeno tutte le domeniche e le feste.

I bambini risposero tutti: «Sì, sì, sì ...». Alcuni risposero: «Sì, Papa». Qualcuno rispose: «Sì, Gesù». È la risposta dei cuori innocenti che arrivano d'intuito ai valori più alti della nostra Fede. Ed è questa Fede che dobbiamo alimentare in noi per comprende­re qualcosa della ricca messe di grazia e di luce, di forza e di sostegno che ogni Vicario di Cristo porta con sè per donarla agli uomi­ni nel loro difficile cammino.



La «Bocca di Gesù Cristo»

Il Papa, dunque, rappresenta al vivo Gesù in mezzo a noi, e lo rappresenta in maniera così speciale che nessun altro potrebbe farlo mai allo stesso modo. Se ogni cristiano, infatti, è prolungamento di Cristo, quale membro del Corpo mistico, il Papa è prolungamento di Cristo quale Capo del Corpo mistico. Gesù è il Capo del Cor­po mistico, che è la Chiesa celeste e terre­stre. Il Papa esercita anch'egli le funzioni di Capo della Chiesa con poteri sovrumani sul­la terra e nei cieli: infatti, ciò che lui scioglie o lega sulla terra, viene sciolto o legato anche nei cieli (cf Mt 16,19).

Per questo S. Alfonso dei Liguori dice­va che «la volontà del Papa è la Volontà di Dio». E San Giuseppe Cottolengo insegna­va, nelle sue catechesi, che «alla voce del Papa si deve prestare obbedienza come alla voce stessa di Dio. Riceviamo le parole del Santo Padre non altrimenti che quelle di Gesù Cristo, perché questi è che parla per la sua bocca».

E già ai primi tempi del Cristianesimo, S. Giovanni Crisostomo, con un'espressio­ne tanto breve quanto bella ed efficace dice­va che il Papa è la «Bocca di Gesù Cristo». Ed è proprio così, perché il Papa, «in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa», come dice il Concilio Vaticano II (LG 22), deve aver cura della salvezza di tutte le anime da por­tare nel Regno dei cieli.



Santi e Martiri, nobili e poveri

Se si può dire che il Papa quasi imper­sona Gesù, chi potrà mai separarli o divi­derli? Anche se un Papa lasciasse a desiderare nella sua condotta personale, l'essere «Vicario di Gesù Cristo» nel reggere la Chiesa di Dio, guidando il popolo dei redenti sulla via della salvezza, non potrà venire mai meno. E se è dolorosamente vero che alcuni Papi, nel corso di due millenni, sono stati più ombra che luce del mondo, è anche gioiosamente vero che sono davvero tanti i Papi che hanno meritato l'aureola della santità più alta, i Papi Martiri, i Papi Dottori della Chiesa, i Papi proclamati Bea­ti, i Papi Venerabili e Servi di Dio, i Papi morti in concetto di santità. Formerebbe davvero un libro stupendo la raccolta delle gesta eroiche di tanti Papi, fedeli e ardenti «Vicari di Gesù Cristo», guide illuminate e pastori santi per noi uomini in cammino verso l'eternità su questa terra di esilio.

È proprio vero, poi, che Dio non fa «eccezione di persone» (Ef 6,9), giacché da S. Pietro in poi sono stati eletti Vicari di Gesù Cristo uomini di ogni ceto sociale, di ogni popolo e nazione, di ogni formazione e livello, con pochi o molti talenti. Sono diventati Vicari di Gesù Cristo, infatti, uomini aristocratici come Papa Paolo V, Leone X, Clemente VII; uomini di ingegno eccezionale come S. Leone Magno, S. Gre­gorio Magno, Leone XIII, Pio XII; uomini figli del popolo come Sisto V, San Pio X, Giovanni XXIII. Il Signore è imprevedibile nei suoi disegni d'amore: sceglie chi vuole al sommo onore e al sommo onere del supremo pontificato.

E questa somma dignità di Vicario di Cristo non ha l'uguale nell'ordine sociale. Essa porta in sè, difatti, la presenza miste­riosa di Cristo Capo e Re dell'universo, che dona al Papa poteri divini sovratemporali ed eterni, collocandolo al di sopra di qualsiasi reame terreno. Per questo il Papa San Pio X, quando ci fu chi gli chiese quale titolo nobi­liare volesse dare alle sue tre sorelle, come era solito farsi nella corte Pontificia, rispose con la sua vivacità tutta veneta: «Che titoli e titoli! Sono le Sorelle del Papa. Vi pare poco? ...Quale titolo più onorifico di que­sto?».

E ricordiamo pure il significativo epi­sodio della lettera autografa del Sommo Pontefice Pio XII, ricevuta dalla mamma di Santa Maria Goretti, in occasione della canonizzazione di sua figlia, angelica vergi­ne e martire del nostro secolo. Sembrava incredibile una cosa del genere: una lettera autografa del Vicario di Cristo in casa di mamma Goretti !

Appena si sparse la notizia di questo fatto eccezionale, ci fu un noto collezionista di lettere autografe, il signor Hector Van Derys, miliardario olandese, il quale propo­se alla mamma di Santa Maria Goretti di accettare l'offerta di cento milioni in cambio della preziosa lettera del Vicario di Cristo.

Ma la mamma di Santa Maria Goretti, con la sua fede semplice e adamantina, rispose subito: «Mi togliereste piuttosto la pelle, ma non mi strappereste mai la lettera del Papa!».



Dodici Angeli Custodi

Santa Veronica Giuliani, la celebre mistica francescana della Passione, in una delle sue mirabili estasi vide e scrisse che il Vicario di Cristo è sempre circondato, rive­rito e assistito da uno stuolo di dodici Ange­li Custodi, quasi una sorta di Collegio Angelico che richiama quello apostolico e che gli fa costantemente da corte invisibile.

Se pensassimo a quanti uomini, che pur si dicono cristiani, non hanno nessun rispet­to per il Vicario di Cristo e prendono anche apertamente posizione contro i suoi inse­gnamenti, possiamo ben capire come Dio stesso provveda a tutelare con i suoi Angeli i Vicari di suo Figlio, confortandoli nelle tribolazioni e sostenendoli nelle lotte da affrontare per la difesa della Fede e della Morale.

Vogliamo anche noi unirci alla corte angelica che circonda e segue il Papa. Vogliamo essere sempre con lui, a lui docili e obbedienti, a lui uniti con la preghiera quotidiana. Vogliamo condividere con lui le pene e i travagli, per lui offrire sacrifici pic­coli e grandi con amore di figli verso il Padre di tutte le anime, Vicario dell'amore universale di Cristo.

E questa presenza dei dodici Angeli Custodi serve a farci meglio comprendere il peso sovrumano della missione di Vicario di Cristo. Chi potrebbe mai misurarla infatti?

A volte risulta molto difficile l'elezione di un nuovo Papa, soprattutto per questo aspet­to di immensità della missione di Vicario di Cristo. Si sa, ad esempio, che per l'elezione del Papa Pio XI ci vollero quattordici scru­tini, e alla fine, avvenuta l'elezione, il Card. Gasparri fece questo rilievo: «Sono occorsi tanti scrutini, quante sono le stazioni della Via Crucis. Noi le abbiamo percorse sino al punto in cui abbiamo collocato il nuovo Papa sul Calvario...».

E pensando al Calvario, vien da ricor­dare anche quel che disse il professore medico del Policlinico Gemelli, quando il 13 maggio 1981 vide il Papa Giovanni Pao­lo II messo sul tavolo operatorio, qualche ora dopo aver subito il terribile attentato in Piazza San Pietro: «Quando l'ho visto sul tavolo operatorio - afferma il professore del Gemelli - insanguinato, con le due braccia immobilizzate dalla trasfusione e dalla fle­boclisi, mi è sembrato l'immagine stessa di Cristo in croce. Sì, credevo di vedere Cristo Crocifisso».

Ecco la realtà più vera e più profonda della missione di Vicario di Cristo. Forse pochi la conoscono, ed è anche vero che i Papi sanno ben portare questo immenso peso di travagli e sofferenze per l'umanità con animo forte e sereno. Lo manifestò una volta il Papa Giovanni XXIII, chiamato «Papa buono» soprattutto per quel suo sor­riso così amabile e paterno che sapeva donare a chiunque lo avvicinasse. Una vol­ta egli si confidò dicendo: «Sapeste quante volte, dietro i sorrisi, il Papa sta ingoiando tante lagrime!...».



Figlio prediletto di Maria

Se il Papa rappresenta Gesù e quasi lo impersona nella sua missione e nei suoi poteri divini, egli è certamente il «figlio prediletto della Madonna», si potrebbe dire che è il «primo figlio» tra tutti i figli di Maria Santissima. È impossibile non vedere questo legame speciale che unisce insepara­bilmente il Vicario di Cristo alla Madre di Gesù e Madre della Chiesa. Come non pen­sare alla Madonna presente e vicina soprat­tutto a San Pietro agli inizi della vita della Chiesa? Come non vederla accanto a lui e tra gli apostoli specialmente nei momenti di grandi travagli per le prime persecuzioni insorgenti contro i cristiani? Se era ancora viva sulla terra, come non immaginarla pre­sente al primo Concilio della Chiesa, il Concilio di Gerusalemme, quale Madre visibile e dolcissima, tutta sapienza radiosa di Spirito Santo?

E tutti i Papi, si può dirlo, hanno ben avvertito questo legame particolare che li unisce alla Madre di Gesù e Madre della Chiesa, ricorrendo a Lei, pregandola, affi­dandosi a Lei con la fiducia dei figli più bisognosi della sua potente mediazione di grazia, necessaria alla missione di salvezza universale che la Chiesa deve svolgere sui cinque continenti, tra tutti i popoli del pia­neta terra, per «illuminare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i loro passi nella via della pace» (Lc 1,79).

Per questo i Sommi Pontefici non han­no certamente lesinato impegno e sforzi sia nel difendere le verità di fede nel mistero di Maria, sia nel promuovere, tra i fedeli, il culto e la devozione alla Madre di Dio e Madre nostra. Basterebbe qui ricordare, in particolare, tra i Papi più vicini a noi, il Papa Pio IX, passato alla storia come il «Papa dell'Immacolata» con la Bolla dog­matica «Ineffabilis Deus», il Papa Pio XII, passato alla storia come il «Papa dell'As­sunta» con la Bolla dogmatica «Munificen­tissimus Deus», il Papa Paolo VI, passato alla storia come il «Papa della Madre della Chiesa» con l'Enciclica mariana «Marialis cultus». E il diadema della «marianità» è certamente il diadema più delicato e prezio­so che un Vicario di Cristo può portare con sè nel Regno dei cieli.



«Prega Dio per noi...»

Dagli annali della storia ecclesiastica del VI secolo riportiamo questo episodio straor­dinario della vita di S. Gregorio Magno.

«Sotto il pontificato di San Gregorio Magno, la peste infieriva a Roma, spavento­samente. Il Papa indisse una solenne pro­cessione da Santa Maria Maggiore a San Pietro; ma anche in quel tragitto, e in una sola ora, perirono ancora ottanta persone. Il Papa, mosso da pietà e da viva fede, pre­se allora tra le mani l'immagine miracolosa del­la Madonna, attribuita a San Luca; e, a piedi scal­zi, con un sacco di penitenza sulle spalle, traver­sò il resto della città per raggiungere San Pietro. Giunto il Papa sul ponte che ora si chia­ma Sant'Angelo, tutti intesero per l'aria un canto angelico: Regina cali, lcetare... Regi­na del cielo, rallegrati...

Il popolo cadde in ginocchio, ascoltan­do commosso le melodie celesti. San Gre­gorio aggiunse: Ora pro nobis Deum. Alle­luia... Prega Dio per noi. Alleluja.

In quel momento, in cima al mausoleo di Adriano, apparve un Angelo, che rimette­va una spada nel fodero.

Da quel momento la peste non fece più una sola vittima».



Incoronato dall'Immacolata

Un altro episodio significativo e straor­dinario si legge riguardo al Ven.le Pio IX, il Papa che l'8 dicembre 1854 aveva procla­mato dogma di fede la verità dell'Immaco­lata Concezione, e perciò chiamato il «Papa dell'Immacolata».

Avvenne, dunque, che il giorno della morte del Ven.le Pio IX, un bambino grave­mente ammalato, in Belgio, si sollevò d'im­provviso sul letto e gridò: «È morto il Papa! Ho visto l'Immacolata togliersi la corona, e metterla sul capo del Papa.

Possiamo immaginare l'impressione dei genitori del bambino, i quali, sulle pri­me, credono che il bambino sia impazzito; ma, nello stesso tempo, vedono che il bam­bino è improvvisamente guarito. E subito dopo, arrivò infatti la notizia che realmente il Papa Pio IX era morto proprio allora. Quale non fu allora la commozione di tutti...



Il Papa «Totus tuus»

Il nostro Santo Padre, il Papa Giovanni Paolo II, si è presentato a noi, fin dall'ini­zio, come il Papa della consacrazione totale a Maria Santissima, il Papa «Totus tuus» della Madonna. L'esperienza giovanile del­la lettura e meditazione del libro di S. Luigi Grignon Maria di Montfort - il «Trattato della vera devozione a Maria» -; la cono­scenza della vita e della spiritualità del suo grande conterraneo, San Massimiliano Maria Kolbe, chiamato il «Folle dell'Imma­colata», il Santo della «consacrazione illi­mitata all'Immacolata», hanno portato il Papa Giovanni Paolo II, fin dalla giovinez­za, a quella donazione totale a Maria SS., scolpita, potremmo dire, nell'espressivo motto «Totus tuus».

È stato detto, giustamente, che mai nel­la storia degli stemmi pontifici c'è stato uno stemma come quello del Papa Giovanni Paolo II, nel quale campeggia una grande «M» (= Maria) sotto l'ala della Croce. E sul lato destro del palazzo vaticano, in alto, a vista dalla Piazza S. Pietro, tutti possono vedere l'edicola dell'immagine di Maria SS. e Gesù Bambino, con la scritta del mot­to mariano del nostro Papa, «Totus tuus». E quel Gesù Bambino in braccio alla Madon­na serve bene a ricordarci che Gesù fu «tut­to di Maria», anzi fu esclusivamente e sublimemente «tutto di Maria», e ancora più, fu «tutto Maria», per il mistero ineffabile della concezione verginale che lo rese anche geneticamente tutto e solo «Maria», perché frutto esclusivo della verginità immacolata di Maria.

Numerosissimi sono stati gli atti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II in onore di Maria Santissima, segnati dalla presenza di Maria o almeno arricchiti della delicata e preziosa sfumatura mariana. Si potrebbe anzi dire che tutto il Pontificato di Giovanni Paolo II ci appare già tutto costel­lato dalla presenza viva di Maria Santissi­ma. È impossibile riferire tutto. Qui possia­mo soltanto accennare poche cose, a rapido volo di uccello.



Il «Papa della Corredentrice»

Pensiamo ai pellegrinaggi apostolici del Papa Giovanni Paolo II nei santuari mariani più famosi nel mondo, quali, ad esempio, Loreto e Pompei in Italia, Lourdes in Francia, Fatima in Portogallo, Saragoza in Spagna, Guadalupe nel Messico, Czesto­chowa in Polonia, Aparegida in Brasile... Pensiamo alla canonizzazione di San Mas­similiano Maria Kolbe, il 10 ottobre del 1982, ossia del santo e dell'apostolo maria­no più grande nei nostri tempi, dal Papa proclamato anche «Patrono del nostro diffi­cile secolo».

Pensiamo all'Anno mariano del 1987­-1988, celebrato in tutto il mondo, e ai circa sessanta «Atti di consacrazione o di affida­mento» fatti dal nostro Papa alla Madonna pressochè in ogni parte della terra. Pensia­mo alla sua preghiera mariana «prediletta»: la preghiera del Santo Rosario. È veramen­te bello vedere il Papa con il Rosario in mano nella Cappella pontificia, nei giardini vaticani, e persino nel Palazzo dell'ONU! E il suo dono preferito a quanti lo avvicinano, di solito è una bella coroncina bianca in bustina marrò di plastica. Quante coroncine non ha egli distribuito? Forse, già per que­sto è egli un grande apostolo del Rosario. E anch'egli, forse, può ben passare alla storia come il «Papa del Rosario», a somiglianza del Papa San Pio V e del Papa Leone XIII.

Ma soprattutto, il Papa Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa della grande Enciclica mariana «Redemptoris Mater», e più specificamente come il Papa della «Mediazione Materna» di Maria, che nel suo sviluppo e coronamento significa la «Corredenzione universale» operata da Maria SS. in unione strettissima e indissolu­bile con il suo Figlio Redentore universale.

Noi crediamo sinceramente che, per la storia futura, il Papa Giovanni Paolo II sarà in particolare il «Papa della Corredentri­ce», perché egli stesso è stato vicinissimo e legatissimo alla «Corredentrice» quale «martire vivente», da Lei salvato nell'atten­tato del 13 maggio 1981 in Piazza San Pie­tro. Che il Papa Giovanni Paolo II, «figlio prediletto della Corredentrice», porti alla definizione dogmatica la verità di fede del­la «Corredenzione mariana», è un «voto» del cuore di tanta parte della Chiesa univer­sale, è un «voto» del cuore di noi figli della Chiesa nata sul Calvario dal Cuore trafitto di Cristo e dal Cuore trapassato di Maria.

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IL SUCCESSORE DI S. PIETRO

Il Papa è il Vicario di Cristo perché è il Successore di San Pietro quale Vescovo di Roma. San Pietro, infatti, è stato il primo Vicario di Gesù Cristo sulla terra.

Egli venne scelto personalmente da Gesù e posto a capo del Collegio apostolico. Venne a Roma, visse e fu martirizzato a Roma.

Primo tra gli Apostoli nel Collegio dei dodici, San Pietro ha avuto il primato di potere e di onore su tutto il popolo dei cre­denti, come Vicario di Cristo sulla terra: è questa la nostra fede nel Primato di San Pie­tro trasmesso ad ogni Successore di San Pietro, quale Vescovo di Roma.

Nei Vangeli, infatti, San Pietro è nomi­nato 94 volte, e la sua figura appare davve­ro singolare rispetto agli altri apostoli, per ricchezza di episodi e di segni particolari che contraddistinguono la sua presenza già negli anni trascorsi accanto a Gesù.



Gesù ha cura di San Pietro

Dai Vangeli risalta chiaro che Gesù stes­so tratta S. Pietro con riguardi particolari. Se è vero che S. Giovanni evangelista, l'aposto­lo vergine, era il «prediletto» di Gesù, è anche vero che S. Pietro era l'apostolo più importante verso il quale Gesù manifesta un interesse e un'attenzione singolari.

Così, al primo incontro con «Simone figlio di Giona», chiamato dal fratello Andrea (cf Gv 1,40-42), Gesù gli cambia il nome: questo fatto ha una grande importan­za se si considera che nella storia del popo­lo eletto gli unici casi di cambiamento del nome sono stati quello di Abramo (cf Gn 17,5) e di Giacobbe (cf Gn 32,29), e ambe­due ebbero un nome nuovo per svolgere una grande missione.

Anche per S. Pietro, quindi, il cambio del nome da parte di Gesù sta a significare l'affidamento di una missione eccezionale da compiere. E ciò appare subito, fin dal primo incontro fra Gesù e Simone, e non potè certo passare inosservato agli altri pri­mi discepoli di Gesù.

Inoltre, sappiamo che Gesù, lasciata Nazaret per dare inizio alla vita pubblica di predicazione, non avendo più una dimora sua dove riposare, sceglie la casa di S. Pie­tro a Cafarnao per soggiornare durante le peregrinazioni in Galilea (cf Mc 1,29). Lo stesso, per poter predicare alla folla accorsa sulla riva, Gesù sceglie la barca di S. Pietro (cf Le 5,1 ).

Ugualmente, ricordiamo e notiamo che Gesù fa camminare S. Pietro sulle acque (cf Mt 14,29), paga il tributo anche per lui con la moneta cavata dalla bocca del pesce (cf Mt 17,27), lo sceglie per primo, insieme a Giacomo e Giovanni, per assistere alla gua­rigione della figlia di Giairo (cf Mc 5,37), per salire sul Tabor ed essere presente alla Trasfigurazione (cf Mc 9,1-8), per andare a preparare la Pasqua nel Cenacolo (cf Le 22,8), pregare nella terribile notte del Get­semani (cf Mc 14, 33).

Se è vero che in diverse occasioni Gesù non risparmiò a S. Pietro aspri rimproveri (cf Mc 14,37; Mt 14,31; 16,23; 26,31.34; Le 22,61), è anche vero, però, che Gesù prega in modo particolare per S. Pietro (cf Lc 22, 32), lo mette a parte delle rivelazioni più intime (cf Mt 17,1 ss; 26,37), a lui per primo lava i piedi (cf Gv 13,6), a lui appare per primo alla Resurrezione (cf Lc 24,25.34; 1 Cor 15,5), e nel trasmettere un messaggio per la comunità, Gesù evidenzia la singola­rità di S. Pietro con le parole: «Dite ai miei discepoli e a Pietro» (Mc 16,7).



É il primo tra gli Apostoli

Nelle liste degli Apostoli riportate dagli Evangelisti, San Pietro occupa sempre il primo posto, invariabilmente, anche quando varia l'ordine degli altri Apostoli (cf Mt 10,2; Mc 3,16; Le 6,14; At 1,13).

Di fatto, poi, nel comportamento, si rileva chiaramente che gli altri apostoli sono consapevoli della preminenza di San Pietro e la accettano senza creare alcun problema.

Per questo l'evangelista San Marco parla di «Pietro e quelli che erano con lui» (Mc 1,36), esprimendo a chiare lettere la premi­nenza di San Pietro.

Si potrebbero anche ricordare, qui, quei gesti particolari di rispetto e di adesione docile a San Pietro, che leggiamo nel Van­gelo di San Giovanni: il primo, quando all'arrivo nella tomba dove era stato depo­sto Gesù, il giovane San Giovanni, pur arri­vato per primo, non entra subito nella tom­ba, ma aspetta l'arrivo di San Pietro e lascia entrare lui per primo (cf Gv 20,8); il secon­do, quando alla proposta di San Pietro di andare a pescare, gli apostoli acconsentono subito senza esitazione (cf Gv 21,3).

Il fatto molto più importante, però, è che di solito soltanto San Pietro interviene e prende la parola a nome degli altri quando si tratta di esprimere un parere o chiedere qualcosa, come appare dai numerosi passi evangelici (ad esempio, cf Mt 14,28; 16,16­22; 26,33; Mc 10,28; 14,29; Lc 9,20; 18,28; Gv 6,68; 13,4-10,36).

A che cosa era dovuta questa preminenza di San Pietro sugli altri apostoli? Non all'anzianità, perché non risulta chiaramente che S. Pietro fosse il più anziano di tutti; non alla chiamata prima degli altri, perché non fu il primo ad essere chiamato (cf Gv 1,35-42; Mc 1,16-20); non all'ambizione personale, perché ci sarebbe stata quasi certamente una reazione da parte degli apostoli, come ci fu per le pre­tese di Giacomo e Giovanni che ambivano ai primi posti nel Regno dei cieli (cf Mt 20,24).

L'unica spiegazione chiara e convin­cente, quindi, resta la volontà di Gesù che ha voluto San Pietro al primo posto tra gli apostoli con la missione di pastore e guida della sua Chiesa che già aveva il suo primo abbozzo nel gruppo dei dodici.



Gesù annuncia il Primato

S. Pietro ha ricevuto il Primato da Gesù, e l'ha ricevuto, si può dire, in tre tem­pi o in tre fasi diverse: all'inizio, con l'an­nuncio; nel corso della vita pubblica, con la promessa; alla fine, con il conferimento.

Ricordiamo qui, rapidamente, i testi e gli episodi dei tre tempi in cui San Pietro ha ricevuto da Gesù il Primato, partendo dal­l'annuncio dato da Gesù stesso nel primo incontro con lui.

Scrive S. Giovanni, che Andrea, cono­sciuto Gesù, andò a prendere il fratello Simone «e lo condusse da Gesù. Gesù, fis­sando lo sguardo su di lui, disse: `Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)» (Gv 1,42).

L'annuncio del Primato è legato diret­tamente a questo primo incontro di San Pie­tro con Gesù. Questo incontro, infatti, è sta­to veramente eccezionale per un elemento particolare che l'ha caratterizzato in modo tutto singolare. Si tratta, in realtà, del cam­bio del «nome», operato da Gesù: Simone di Gloria non si chiamerà più così, ma si chiamerà «Pietro», Cefa.

Se si tiene presente l'importanza annes­sa al nome proprio secondo la mentalità ebraica, si comprende bene l'eccezionalità della cosa, che in tutto l'antico Testamento ha riscontro solo in due personaggi di pri­missimo piano per la missione straordinaria affidata a loro per il popolo eletto: si tratta del Patriarca Abramo, il «nostro Padre nella fede» (dalla Liturgia romana), e del Patriar­ca Giacobbe con la sua discendenza (cf Gen 17,5; 32,29).

Appare chiaro, quindi, che già dal pri­mo incontro, Gesù, cambiando il nome a «Simone figlio di Giona» e chiamandolo Cefa, vuol presentare San Pietro quale figu­ra eccezionale, con una missione straordina­ria da compiere per il nuovo popolo dei redenti.

Questo è l'annuncio, appunto, del Pri­mato di San Pietro, e c'è da credere che que­sto fatto abbia subito colpito gli altri apo­stoli, ai quali non poteva sfuggire l'eccezio­nalità della cosa che rendeva San Pietro sin­golare rispetto a tutti gli altri discepoli chia­mati da Gesù.



Gesù promette il Primato

Durante la vita pubblica di Gesù, in un giorno di cammino, Gesù portò con sè gli apostoli nella regione di Cesarea di Filippo, e qui si rivolse a loro chiedendo espressa­mente: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qual­cuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché nè la carne nè il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non pre­varranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,13-19).

Due sono le domande di Gesù, una più generale, che vuole preparare la seconda domanda, più personale e impegnativa per gli apostoli, chiamati a manifestare pubbli­camente il loro animo e la loro fede in Lui, a tu per tu con Lui.

San Pietro risponde a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16); e alla fede esplicita di S. Pietro nel­la divinità del «Figlio del Dio vivente», risponde la solenne promessa del Primato che Gesù fa a San Pietro in termini chiari e con linguaggio immaginoso tipicamente semitico: la carne e il sangue, la pietra e le fondazioni, le porte degli inferi e le chiavi del Regno, legare e sciogliere, terra e cieli: sono espressioni di colore semitico che ser­vono a rendere più viva l'idea del Primato di San Pietro posto a fondamento della Chiesa, a garanzia della sua stabilità. San Pietro verrà investito personalmente del potere supremo di governo e di giudizio espresso simbolicamente dalle metafore delle chiavi, del legare e dello sciogliere che avvengono tra terra e cielo.

A queste solenni parole di Gesù gli apostoli hanno dovuto ben comprendere la portata di quell'annuncio che Gesù aveva già dato del Primato proprio cambiando il nome di Simone in quello di Cefa, ossia Pietro. Ora, in questa solenne promessa del Primato, appare chiaro il significato del cambio del nome: San Pietro è la pietra di fondazione e di sostegno della Chiesa, con un potere di governo e di giudizio che verrà ratificato anche nel Regno dei cieli.



Gesù conferisce il Primato

S. Giovanni evangelista è il privilegia­to testimone oculare che riferisce nel suo Vangelo come avvenne il conferimento del Primato a San Pietro da parte di Gesù, dopo la Resurrezione. Egli non racconta per sen­tito dire, ma trasmette direttamente quel che ha visto con i suoi occhi e ha sentita con le sue orecchie, essendo presente di persona alla scena del conferimento del Primato a San Pietro.

«Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: `Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?'. Gli rispose: `Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene'. Gli dis­se: `Pasci i miei agnelli'. Gli disse di nuovo: `Simone di Giovanni, mi vuoi bene?'. Gli rispose: `Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene'. Gli disse: `Pasci le mie pecorelle'. Gli disse per la terza volta: `Simone di Giovanni, mi vuoi bene?'. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: `Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene'. Gli rispose Gesù: `Pasci le mie pecorelle'» (Gv 21, 15-17).

Per poco che si rifletta, è facile notare subito che nel conferimento del Primato a San Pietro, Gesù si serve di una metafora nuova, agile ed espressiva, quella del «Pastore» che governa e guida il suo gregge ai pascoli della vita, richiamandosi ai Profe­ti che avevano già presentato il Messia Sal­vatore come «Pastore» del popolo di Dio (cf Mi 4,6-7; Sof 3,19; Ger 23,3; Is 40,11; Ez 34,7-24; Zac 11,7-9).

Ma Gesù stesso, del resto, non si era forse presentato come il «buon pastore che dà la vita per le sue pecore?» (Gv 10,11). Questo riferimento è importante perché illu­mina bene il significato del termine «Vica­rio di Cristo». Se Gesù, infatti, «buon Pasto­re», affida a San Pietro il suo gregge, e costituisce San Pietro quale «Pastore» del gregge come Lui, ciò equivale a costituirlo suo diretto «Vicario» in terra, proprio quale «Pastore» con gli stessi poteri di governo e di giudizio, di giurisdizione e di ordine sul popolo dei redenti.

L'annuncio e la promessa del Primato trovano qui il loro compimento, e San Pie­tro, dopo l'Ascensione di Gesù, si trovò subito, di fatto, impegnato nell'esercizio del Primato, presiedendo all'elezione del nuovo apostolo in sostituzione di Giuda Iscariote (cf At 1,15-26) e dando inizio alla predica­zione subito dopo la Pentecoste (cf At 2,14).

Sappiamo, inoltre, che San Pietro ebbe il dono dei miracoli, e operò il primo mira­colo proprio alle porte del Tempio di Geru­salemme (cf At 3,6), e molti altri miracoli avvenivano anche al solo suo passaggio, o addirittura bastava la semplice ombra di San Pietro ad operare prodigi di guarigioni (cf At 5,15).

Quando il Sinedrio si scagliò contro i cristiani, fu San Pietro a rispondere al Sine­drio (cf At 4,8), e in seguito proprio lui ven­ne arrestato da Erode quale capo del movi­mento religioso (cf At 12,3). Quale giudice della comunità, inoltre, egli punì Anania e Saffira per la loro grave trasgressione (cf At 5, 1-11). Quale primo Pastore, del resto, egli visitava le nuove chiese fondate dagli apo­stoli; a lui si recò a far visita San Paolo pri­ma di iniziare la predicazione a cui era stato chiamato e preparato da Gesù stesso (cf Gal 1,18). E così via, fino al Concilio di Gerusa­ lemme, che fu il primo Concilio della Chie­sa e che San Pietro presiedette, manifestan­do in tutto il suo valore la realtà e consisten­za del Primato ricevuto da Gesù Cristo.



Perennità del Primato

Il Primato di San Pietro è una missione di guida e di assistenza, di unità e di peren­nità della Chiesa, che è stata così voluta da Gesù quale novella realtà organica e gerar­chica, a carattere monarchico. Il Primato pontificio ha quindi una funzione sociale costante per tre motivi soprattutto:

1) per la crescita omogenea del corpo, di cui San Pietro è il Capo quale «Vicario di Cristo Capo»;

2) per la stabilità della casa, di cui San Pietro è la «pietra» di fondazione che non verrà mai meno;

3) per il retto cammino del popolo di Dio, di cui San Pietro è il Pastore e guida con il compito di impedire lo sbandamento e la dispersione delle «pecore senza pasto­re» (Mc 6,34).

Non è difficile capire, ora, che senza il Primato di San Pietro la Chiesa si sarebbe presto dissolta nella sua organicità, così come qualsiasi organismo che venga priva­to del capo; sarebbe crollata al primo urto di persecuzioni e lotte, così come una casa crolla al primo urto, se è priva del fonda­mento che la rende stabile; si sarebbe dispersa nella confusione, così come si disperde un gregge senza pastore.

Orbene, se Gesù ha promesso la stabi­lità, la perennità e l'indefettibilità della sua Chiesa edificata sul fondamento del Prima­to di San Pietro («le porte degli inferi non prevarranno»: Mt 16,18), e d'altra parte non ha dato a San Pietro l'immortalità per­sonale, predicendogli anzi la morte e il genere di morte (cf Gv 21,18), ciò significa con chiarezza che il Primato di San Pietro deve continuare nei suoi successori, i Vescovi di Roma, nei quali «fino a oggi, e sempre, vive e giudica», come dissero appunto i legati papali inviati al Concilio di Efeso.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, insegna che il Papa è «Vescovo di Roma e Successore di San Pietro» (n. 882); e uno dei grandi storici della Chiesa, il Pastore, ha così sintetizzato la perennità del Primato di San Pietro, scrivendo che «per quanto siano differenti le persone dei Papi, è sempre lo stesso Pietro che noi veneria­mo». Ma già San Leone Magno, ai suoi tempi, aveva scritto con frase scultorea: «Pietro è presente e vive nei suoi successo­ri». E S. Roberto Bellarmino così sintetizza storia e teologia del primato romano: «Il Papa è il successore di S. Pietro, perché S. Pietro eresse l'episcopato di Roma in pri­mato su tutta la Chiesa; e, poiché morì vescovo di Roma, chiunque viene eletto vescovo di Roma, con ciò stesso viene elet­to nel primato di Pietro su tutta la Chiesa (De Rom. Pont.; lib. II, c. I).



Non c'è Chiesa senza il Papa

Senza il Primato di San Pietro che uni­fica e rinsalda la compagine, dove troverà mai la Chiesa la sua compattezza e stabilità, la sua organicità e unità? Senza la presenza e l'azione direttiva del Capo, tutto il corpo della Chiesa cade nel disordine e nel caos, prima o poi.

Nella vita di Napoleone Buonaparte si possono leggere episodi ben tristi, ma istrut­tivi, su questo punto in modo speciale. Si possono leggere, ad esempio, tutti gli oltraggi a cui egli sottopose i Sommi Ponte­fici Pio VI e Pio VII; e in particolare leg­giamo che quando tenne prigioniero il Papa Pio VII, volendo un giorno Napoleone risol­vere alcune questioni riguardanti la Chiesa, decise di radunare egli stesso a Parigi i Vescovi della Francia, e voleva imporre loro di deliberare sulle questioni proposte.

La risposta dei Vescovi fu il silenzio assoluto, nonostante le pressioni imperiose dell'imperatore che arrivò anche alle minacce contro i Vescovi, se non avessero deliberato. Il più anziano dei Vescovi allora prese la parola e disse con voce sofferta, ma ferma: «Sire, aspettiamo il Papa. La Chiesa senza il Papa non è la Chiesa». È proprio così, infatti. S. Ambrogio aveva già detto in sintesi scultorea: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia: Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa».

Ancora, si legge che in un'altra occa­sione, Napoleone fece chiamare l'Arcive­scovo di Tours, suo parente, e andandogli incontro gli chiese a bruciapelo: «Cugino, non è forse vero che la Chiesa può fare a meno del Papa?».

«Sì, Maestà - rispose l'Arcivescovo con perfetta presenza di spirito - può fare a meno del Papa così come l'esercito può fare a meno di Napoleone».



Ragioni della perennità del Primato

S. Tommaso d'Aquino, il Dottore uni­versale, così ha riassunto le ragioni e i moti­vi della perennità del Primato di San Pietro per il governo della Chiesa, Maestra delle genti:

«Dal momento che il Signore Gesù sta­va per lasciare corporalmente la Chiesa, - scrive il Santo Dottore - fu necessario che affidasse ad un altro la cura della Chiesa intera. Per questo, prima dell'Ascensione, così disse a Pietro: Pasci i miei agnelli... le mie pecore... Non si può dire, però, che, conferita a Pietro questa dignità, essa non si trasmetta da lui ad altri. È chiaro, infatti, che Cristo fondò la Chiesa in modo che per­durasse fino agli ultimi tempi. Appare manifesto, quindi, che Egli costituì i suoi ministri con un potere da trasmettere ai posteri per l'utilità della Chiesa, fino alla fine dei tempi» (Contra Gentiles, IV 76).

E il Concilio Ecumenico Vaticano II ha confermato a chiare lettere questa trasmis­sione del Primato di San Pietro ai vescovi di Roma suoi Successori, affermando che «il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema, universale, che può sempre eserci­tare liberamente» (LG 22).



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LA «PIETRA»

Tra i suoi insegnamenti, una volta Gesù parlò della costruzione di una casa, che può essere fatta sulla sabbia o sulla roccia, esortando a non costruire mai la casa sulla sabbia, altrimenti all'arrivo dei venti impetuosi e delle tempeste violente, la casa non reggerà, ma crollerà miseramente, mentre la casa costruita sulla roccia resi­sterà impavida a tutte le furie degli elemen­ti atmosferici in tempesta (cf Lc 6, 47-48). Applicando questo stesso insegnamen­to all'edificazione della Chiesa, Gesù ha voluto, appunto, che la sua Chiesa venisse edificata sulla roccia e non sulla sabbia. E questa roccia è Pietro-Cefa: «Su questa pie­tra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18).

La pietra è ferma, la roccia è stabile e compatta. Per questo si ha l'immagine della solidità e dell'unità. La Chiesa è stata volu­ta così dal divino Fondatore. E così resterà, salda e compatta, fino alla fine dei tempi, grazie al Primato di San Pietro, grazie a quella «Cefa» (Pietra), posta a suo fonda­mento, contro cui nulla potranno le forze avverse, neppure le stesse potenze infernali (cf Mt 16, 18).



«Pietra angolare» della Chiesa

C'è stato chi ha avanzato la difficoltà di conciliare l'insegnamento sul valore di que­sta Cefa (pietra) a sostegno della Chiesa, con la verità che unico fondamento della Chiesa è Cristo (cf Gv 2,19; 1 Cor 3,11). Ma la difficoltà non ha ragione di sussistere, perché se è certamente vero che Gesù è la «pietra angolare» scartata dai costruttori (cf 1 Pt 2,7), ciò non contrasta con le parole stesse di Gesù che ha voluto Simone quale Cefa (pietra) di fondazione della Chiesa, così come le parole con cui Gesù si è pro­clamato «Luce del mondo (Gv 8,12; 9,5) non contrastano con le altre parole di Gesù stesso che chiama anche gli Apostoli «luce del mondo» (Mt 5,14).

Leggiamo nel Catechismo della Chiesa cattolica che «del solo Simone, al quale die­de il nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa» (n. 881). E su que­sta «Pietra» si basa tutta la saldezza della Chiesa, perché il Vicario di Cristo, il Suc­cessore di San Pietro, oggi e sempre, «è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitu­dine dei fedeli», come insegna il Vaticano II (LG 23).

La saldezza che Gesù assicura alla Chiesa fondata su San Pietro è tale che nep­pure le potenze sovrumane dei demoni - «le porte degli inferi» - potranno mai distrug­gerla, come vorrebbero; e anzi, qualsiasi potenza nemica voglia scagliarsi contro, si abbatterà invano su questa «Pietra», perché il Vicario di Cristo e Successore di San Pie­tro «resterà la roccia incrollabile della Chie­sa», come insegna ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 552).

Perciò scrive molto bene San Tommaso d'Aquino ammonendo che per salvarsi è necessario non mettersi mai contro nè mai separasi da questa «roccia incrollabile».



«Non toccate il Papa!» [SM=g28002]

Tra le memorie storiche della vita di Napoleone Bonaparte viene riportato anche questo breve episodio molto istruttivo per comprendere la verità delle parole di Gesù sulla incrollabilità della «Pietra» di fonda­zione su cui è costruita la Chiesa.

Sul finire della sua vita, Napoleone, esiliato dagli inglesi nell'isola di Sant'Ele­na, in mezzo all'oceano atlantico, un giorno chiese all'amico, il conte Giuseppe de Ritrel, venuto a visitarlo:

- C'eri tu a Fontaineblau, quando il Papa Pio VII mi predisse la fine?

- Sì, c'ero, e ricordo bene le parole che il Papa ti disse in quell'occasione, ossia: «Il Dio d'altri tempi vive ancora. Egli ha sem­pre stritolato i persecutori della Chiesa: lo stesso farà con vostra Maestà, se continue­rete a opprimere la Chiesa».

- Sì, adesso ricordo anch'io. Egli mi disse proprio così... - confermò Napoleone. E aggiunse: «Ah, perché non posso ora gri­dare, da qui, a quelli che hanno qualche potere sulla terra: `Rispettate il rappresen­tante di Gesù Cristo! Non toccate il Papa, altrimenti sarete annientati dalla mano ven­dicatrice di Dio. Anzi, proteggete la Catte­dra di Pietro!».

Un episodio analogo si legge nella vita di Bismark, il quale, al sommo della sua potenza militare e politica, diceva, nel 1870: «Bisogna schiacciare senza pietà il papato e il cattolicesimo. Dobbiamo festeggiare la Sèdan del Vaticano, la Sede papale». E di fatto, uscirono realmente i decreti del Kul­turkampf contro i vescovi e i sacerdoti da perseguitare e mettere in prigione. "

Ma da Roma, dalla Sede di Pietro, arri­vava un monito al tracotante sovrano tede­sco: «Dite a Bismark - così il Papa Pio IX - che egli è una potenza che passa; noi siamo una potenza che resta!».

Queste sono parole della «Roccia» che non può mai venir meno. Pochi anni dopo, infatti, il possente Bismark fu costretto a ritirarsi a vita privata nell'oscurità della sua fine, mentre al grande e santo Papa Pio IX succedeva il Papa Leone XIII, accolto e venerato dalla cristianità come «una luce nel cielo».



«Non prevarranno mai»

Dalla vita del Papa Pio XII, definito «Pastore angelico», viene riferito questo episodio molto semplice e bello nel suo significato di grazia e di forza in rapporto alla «Roccia» che sostiene la Chiesa ren­dendola indefettibile e vittoriosa su tutti i nemici visibili e invisivili, esterni e interni. Nel 1946, usciti appena fuori dalla catastrofe bellica mondiale, nel mese di novembre vennero beatificati 29 martiri cinesi, e la basilica di San Pietro fu invasa dai pellegrini venuti da ogni parte del mon­do per assistere alla solenne celebrazione.

Lo squillo delle trombe d'argento annunciò l'arrivo del Sommo Pontefice, il Papa Pio XII, che procedeva lentamente nella basilica vaticana, tra la folla osannan­te. Ad un certo punto, un pellegrino, dalla voce tonante, gridò al Papa: «Santità, San­tità, le porte dell'inferno non prevarranno mai...».

Il Vicario di Cristo, a quel grido tonan­te si voltò di scatto, guardò il pellegrino, gli sorrise, e ripetè anche lui con voce ferma e con uno sguardo sovrumano: «Sì, non pre­varranno mai!».

A quelle parole del Pontefice fece eco immediata un coro possente di voci che tut­te insieme gridarono con forza e passione di fede: «Non prevarranno!..Non prevarranno mai!..», riempiendo le volte maestose del tempio michelangiolesco.

Molti occhi allora si inumidirono e si riempirono di lagrime, mentre, guardando in su, potevano anche leggere, scritte a caratteri cubitali, le parole di Gesù a San Pietro: «Tu es Petrus, et super hanc petram azdificabo Eccle­siam meam, et portte inferi non prcevalebunt».



«È morto l'ultimo Papa»

Un giorno, durante un'udienza, il Papa Pio IX domandò a un giovane seminarista: «Quali sono le note caratteristiche del­la vera Chiesa?»

«Sono quattro: - rispose il seminarista - unità, santità, cattolicità, apostolicità».

«E quale è la quinta nota?» - chiese ancora il Papa.

Il seminarista non aveva mai sentito parlare di una quinta nota della vera Chiesa, e rimase in silenzio.

Allora il Papa gli disse: «È la persecu­zione, è la Chiesa perseguitata, come disse Gesù stesso: «Hanno perseguitato Me, per­seguiteranno anche voi».


Ma anche nelle persecuzioni e nelle lot­te, sotto accuse e calunnie, tra gli assalti e le minacce, la «Pietra» non viene mai meno, non può venir meno, perché essa porta in sè un'energia vitale che le viene da Gesù Cri­sto stesso, «Pietra viva» (1 Pt 2,4), «testata d'angolo, roccia contro cui si sbatte e pie­tra di rovina. Difatti, contro di essa andran­no a urtare coloro che non hanno voluto credere al Vangelo...» (Ivi, 7-8).

Quando il Papa Pio VI, depredato e trattato in maniera indegna, morì in esilio forzato a Valenza, alla veneranda età di 82 anni, l'operaio che chiuse la cassa con il corpo del Pontefice, disse sghignazzando: «È morto l'ultimo Papa!».

Napoleone e soci, nemici della Chiesa, credevano davvero di averla spuntata elimi­nando il Papato dalla storia del mondo. E invece dovettero restare sbalorditi quando sei mesi dopo veniva proclamata al mondo intero la notizia dell'elezione del nuovo Papa, Pio VII, avvenuta in un Conclave tenuto a Venezia, nonostante tutte le traver­sie e i travagli dell'ora che la Chiesa stava vivendo tra lotte e persecuzioni.

È rimasto anche celebre nella storia della seconda guerra mondiale l'episodio dell'alto gerarca nazista, il quale, in una riu­nione ad alto livello politico e militare, sca­gliando a terra una coppa di cristallo, esclamò con furore: «Così frantumeremo la Chiesa Cattolica!».

Ma la coppa, scagliata a terra, rimase intatta, sotto gli occhi di tutti! Non sapeva il gerarca nazista che la Chiesa non è di cri­stallo, ma di roccia infrangibile?



Una dinastia ... escatologica

Il Papato è stata e resterà l'unica dina­stia che non conoscerà tramonto fino alla fine dei tempi. Se leggiamo e pensiamo la storia, scopriamo ad occhio nudo che la Chiesa vive immortale e avanza tra i secoli e i millenni con una sicurezza che nulla può avere di umano.

Eppure, sappiamo bene che sono stati in tanti, di volta in volta, a credere di poter­le cantare il Requiem ceternam, in questa o quell'occasione di persecuzione e oppres­sione, di poter proclamare la fine del Papa­to per questo o quell'evento di travaglio o di caos nel mondo e nella Chiesa stessa.

Ricordiamo che già nel primo secolo lo storico e proconsole Plinio scriveva: «Fra poco, grazie alla persecuzione, la Chiesa sarà soffocata e non si sentirà più parlare del crocifisso». E da allora sono passati venti secoli.

Ricordiamo poi Giuliano l'Apostata, il quale, nel secolo quarto, si vantava di pre­parare - e con quale furia satanica - la tom­ba alla Chiesa di Cristo. E da allora sono passati sedici secoli.

Nel secolo decimo sesto, in seguito, Lutero malediceva il Papa predicendo, come un forsennato: «O Papa, io sarò la tua morte!... Sì, io, papa Lutero I, per comanda­mento di Nostro Signore Gesù Cristo e dell'Altissimo Padre, ti mando all'inferno!». E da quando Lutero è morto sono passati quat­tro secoli.

Nei secoli seguenti, inoltre, Voltaire, prima, e Napoleone, dopo, assicuravano la fine del Papato e della Chiesa, seguiti da Francesco Crispi, il quale proclamò che il Papa Pio IX sarebbe stato l'ultimo Papa, fino a Lenin, il quale promise il finimondo dell'era marxista...

Sono tutti passati, inesorabilmente. Solo la Chiesa rimane, pur tra lotte e trava­gli esterni e interni. Il Papa vive e opera. Egli è davvero «il Vecchio che torna sem­pre», come lo definì lo scrittore e filosofo cattolico che fu Giuseppe De Maistre. Con la barca di Pietro, con la sua Chiesa, il Papa avanza nel tempo fino al terminale della sto­ria, perché egli, come scrisse lo scienziato Guglielmo Marconi, «è il Navigatore che ha superato le burrasche della storia, che porta i soccorsi della Verità, e che dell'universale mondo dello spirito è il Sovrano».



«Per tutti i secoli dei secoli»

Il celebre predicatore francese, Padre Monsabrè, nei suoi scritti ha lasciato anche la descrizione della celebrazione del diciotte­simo centenario del martirio del primo Papa, San Pietro Apostolo, che si tenne nella basi­lica vaticana nel 1867. Così egli scrive:

«Cinquecento vescovi erano presenti all'augusta cerimonia nella basilica vatica­na, riboccante di una folla immensa venuta da tutte le parti della terra. Presso la tomba del Principe degli Apostoli, un vegliardo, Pio IX, salutò quella moltitudine, dicendo: - Il Signore sia con voi!

Ad un tratto voci infantili, simili a quel­le angeliche, dall'alto della cupola fecero scendere, in artistiche modulazioni, queste parole di Cristo: - Tu es Petrus, et super hanc petram tedificabo Ecclesiam meam, et portce inferi non prtevalebunt adversus eam.

Il coro e il clero, l'uno dopo l'altro rispondevano: - Non prevalebunt adversus eam.

Quando ebbero finito, il Vegliardo, appoggiando sull'altare le due mani, cantava a piena voce: - Per omnia scecula scecu­lorum... E così per tutti i secoli!

Avevo gli occhi bagnati di lagrime, il cuo­re mi martellava nel petto, dicevo a me stesso: - È dunque vero che Pietro vive ancora!...».



La leggenda dell'eternità

Amiamo riportare qui, a conclusione di questo capitolo, una graziosa e significativa leggenda sul Papato.

«S'innalzarono, ad Eliopoli, mille obe­lischi, che sembrano frecce di sfida lanciate al cielo: odoravano di balsamo le sale della reggia. Ma un giorno si presentò al Faraone un vecchio e disse: - Cedimi le armi, lascia la reggia ed il regno, abbatti gli obelischi, distruggi i templi e le città, e vattene.

Rise il Faraone. - Vattene tu, pazzo! Tutti i vicini hanno ceduto le armi a me, ho incendiato i loro palazzi, ho distrutto le loro città ed i templi e tu t'imponi a me? Sei tu più forte? Chi sei tu?

Tentennò il capo il vecchio e disse: - Io sono più forte di te poichè sono il tempo.

Impallidì il Faraone e chinò la testa, lasciò il regno, venne abbattuta la reggia, e le armi furono rose dalla ruggine.

E si presentò il vecchio a Babilonia, a Ninive, ad Atene, a Cartagine, a Roma, e tutti obbedirono. E passò e ripassò e tutto giacque.

Ma un giorno nel suo vagabondaggio ritornò a Roma e salì in Vaticano. Diede lo stesso comando: ma il Papa restò nella pace e non volle obbedire. - Ma io sono il tem­po: disse il vecchio. A lui il Papa rispose: - Ed io sono l'e­ternità!».


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L'«INFALLIBILE»

Il Papa è il maestro universale della Fede e della Morale; è il maestro che insegna a tutti gli uomini a credere secondo verità e a operare rettamente per raggiunge­re il Regno dei cieli.

Ma il Papa è un maestro di verità unico al mondo, veramente eccezionale, perché è un maestro che non può mai sbagliare nel suo insegnamento di fede e di morale al Popolo di Dio: è un maestro, cioè, «infalli­bile».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che il romano Pontefice, il Papa, è infallibile «quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che conferma nel­la fede tutti i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale» (n. 891) o «quando, pur senza arrivare ad una decisione infallibile e senza pronunziarsi in `maniera definitiva', propone, nell'esercizio del Magistero ordi­nario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi» (n. 892).



Il Concilio Vaticano

Ci fu un Concilio Ecumenico che definì l'infallibilità del Romano Pontefice. Fu il Concilio Ecumenico Vaticano I, indetto dal Papa Pio IX, il Papa dell'Immacolata, che ebbe il Pontificato lungo ben 32 anni.

Il 18 luglio 1870, presenti 533 vescovi venuti da ogni parte del mondo, nella basi­lica di San Pietro a Roma, venne definita e proclamata l'infallibilità pontificia, quale «dogma rivelato da Dio».

Quale grazia e quale dono fu questo dogma di fede per tutta la cristianità, per tutta l'umanità! La Chiesa intera con il Papa ha proclamato questa verità di fede che ci dona tanta certezza di verità, superiore a qualsiasi altra certezza o sicurezza che pos­sa venire da qualunque uomo sulla terra e neppure da tutti gli uomini insieme.

San Tommaso Moro, gran cancelliere del Regno, fu martire della fede cattolica in Inghilterra per non aver voluto aderire alla Chiesa nazionale anglicana di Enrico VIII. Quando venne portato in tribunale, dinanzi al Concilio della Chiesa nazionale, per esse­re condannato, egli pronunziò queste nobili parole: «Il grande Concilio d'Inghilterra è contro di me; ma io ho dalla mia parte il gran Concilio della Cristianità, dove Pietro è redivivo nel suo Successore».

Come insegnava San Giovanni Bosco, infatti, soltanto «dov'è il successore di San Pietro, là è la vera Chiesa di Gesù Cristo», perché «il Papa e la Chiesa - afferma S. Francesco di Sales - sono una cosa sola».



Infallibilità non è impeccabilità

Si fa confusione, a volte, tra infallibilità e impeccabilità, che sono due cose ben diverse, anche se stanno ottimamente bene insieme.

L'impeccabilità, infatti, è immunità dal peccato, sia pur minimo, ed è stata prerogativa solo di Gesù Cristo e di Maria sua Madre. Nessun Papa, come nessun Santo, ha avuto mai l'impeccabilità, ossia l'immu­nità da qualsiasi peccato.

L'infallibilità pontificia, invece, è immunità dall'errore in materia di fede e di morale, e riguarda l'insegnamento che il romano Pontefice rivolge al Popolo di Dio per guidarlo sulla via della salvezza eterna. Lo Spirito Santo assiste personalmente il Papa in questo compito e lo rende fedele custode del deposito della Fede e della Morale. Per questo egli non può errare nel guidare i fedeli sulla via sicura della salvez­za e della santificazione, nonostante le insi­die e le trame delle forze del male.

Si può anche dire, e meglio, con il Catechismo della Chiesa Cattolica, che l'infallibilità «si estende anche a tutti gli elementi di dottrina, ivi compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono essere custodite, esposte o osservate» (n. 2035).

Ma l'infallibilità del Papa come Pasto­re universale non esclude che egli possa errare come persona privata, così come, e ancor più, non esclude la debolezza nei comportamenti personali. Basti pensare proprio a San Pietro, il quale arrivò a «rin­negare per tre volte», e pubblicamente, il suo divin Maestro, nelle ore buie della Pas­sione e Morte (cf Lc 22, 55-62).

Fu lo stesso Gesù, del resto, a presenta­re a San Pietro il dono dell'infallibilità pro­prio in un contesto di debolezza e di fragi­lità: «Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, confer­ma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31).

L'infallibilità, quindi, è dono dell'intel­letto, a differenza dell'impeccabilità, che è dono della volontà. Perciò, anche se un Papa agisse male nei suoi comportamenti personali, resterebbe sempre intatta e salda la sua infallibilità nell'insegnare agli uomi­ni la verità secondo la pura Fede e la retta Morale cristiana.

Il dotto Padre Ventura così conferma questa verità: «La storia ci attesta che... anche in quei secoli in cui i costumi di alcu­ni Pontefici non furono santissimi, le loro decisioni dommatiche però furono infallibi­li...; le passioni che alcune volte circondaro­no le cattedre eterne, non poterono però mai oscurarne la verità...»

Inoltre, a differenza della Chiesa, che è anch'essa infallibile - ma soltanto se è in comunione con l'insegnamento del Papa -, il romano Pontefice è infallibile anche da solo, senza il consenso della Chiesa, e magari contro il parere della Chiesa. È lui solo, dunque, la vera «Pietra» della verità in tutto ciò che riguarda la Fede e la Morale. Diceva bene, quindi, quel grande difensore dell'infallibilità pontificia che fu S. Alfonso de' Liguori: «Dopo Dio, non abbiamo che il Papa».



Fermezza contro l'errore

Per il dono dell'infallibilità personale, il romano Pontefice, qualora volesse devia­re dalla retta fede e morale ne sarebbe impedito dall'assistenza speciale dello Spi­rito Santo. E in più occasioni, per resistere alla tentazione o al pericolo di cedimento, egli deve armarsi di fortezza anche intrepi­da ed eroica contro l'errore.

Ne abbiamo avuti esempi mirabili lun­go i due millenni di storia della Chiesa, dai primi tempi fino ai nostri giorni. Molte vol­te i Papi si sono trovati di fronte all'aut-aut, all'alternativa estrema: o negare una verità o perdere la vita, o affermare un errore o prendere la via dell'esilio, o concedere ciò che è male o essere imprigionato e perdere magari masse intere di popolo.

Contro l'antico Ario, ad esempio, che negava la divinità di Cristo, convincendo e tirando dalla sua parte un gran numero di vescovi della Chiesa d'oriente, il romano Pontefice rispose opponendosi risolutamen­te e fermamente, appoggiando il grande Padre della Chiesa, S. Atanasio, con S. Eusebio, invitti campioni antiariani.

Contro Dioscoro ed Eutiche che nega­vano l'esistenza dell'umanità reale in Cri­sto, il Papa S. Leone Magno inviò al Conci­lio IV di Calcedonia una lettera di aperta condanna dell'eresia. Allora si disse in Con­cilio: «Pietro ha parlato per bocca di Leo­ne!», e un grido eruppe dal petto dei Padri conciliari: Questa è la fede degli Apostoli. Questa noi crediamo fermamente!».

Nelle controversie contro i Pelagiani che negavano la realtà della grazia e della reden­zione dell'uomo, S. Agostino si batteva da gran maestro nel presentare le verità di fede secondo l'insegnamento della Tradizione e gli approfondimenti della speculazione teologica più alta. Ma era sempre in attesa della senten­za che doveva arrivare da Roma, dal Pontefi­ce romano, Zosimo. Quando difatti arrivò la sentenza del Papa, S. Agostino coniò la famo­sa espressione: «Roma ha parlato, la causa è finita» (Roma locuta est, causa finita est).



Perdite di popoli interi

La difesa della verità a volte è costata davvero grosse perdite che hanno lacerato la Chiesa, mettendo i fratelli contro i fratelli. Ma non si può transigere sulla verità, perché la verità è vita, l'errore è morte. La storia della Chiesa attesta con vigore questa dife­sa della verità, da parte dei romani Pontefi­ci, anche a costo di sofferenze incalcolabili.

Contro Fozio e Cerulario, ad esempio, che da Costantinopoli chiedevano al Papa di abolire una sola parola del Credo («filio­que») per poter andare d'accordo e salvare l'unità fra Oriente e Occidente, la risposta del romano Pontefice fu sempre ferma e inflessibile: la verità non si tocca neppure per un punto.

Contro Enrico VIII, che minacciava di staccare l'Inghilterra da Roma, se non gli veniva concesso il divorzio, i Papi Clemen­te VII e Paolo III furono irremovibili nel ribadire l'insegnamento di Cristo: «L'uomo non separi ciò che Dio ha unito» (Mt 19,6), perdendo di fatto gran parte del popolo inglese.

Contro Lutero, deciso a spaccare l'Eu­ropa per far valere le sue dottrine ereticali, la risposta del Papa fu sempre ferma e deci­sa, anche se ripetuta con l'angoscia più profonda del cuore per la perdita di interi popoli e nazioni cristiane.

Anche ai nostri tempi, contro i tentativi di coinvolgere la Chiesa nelle lubriche vie della contraccezione praticata ormai ovun­que sul pianeta terra, ecco alzarsi le voci accorate e ferme dei romani Pontefici Paolo VI con l'Enciclica Humance vitcu e del Papa Giovanni Paolo II con l'Enciclica Familia­ris consortio.

Lo stesso si dica dei problemi ango­sciosi dell'aborto, dell'eutanasia, dell'ingeg­neria genetica con le nascite in provetta: la voce più sollecita e potente, la voce più alta e paterna viene ancora dal romano Pontefi­ce, dal Papa, unico difensore della vita con­tro tutte le violenze e sopraffazioni, le oppressioni e manipolazioni di morte.

È proprio vero ciò che affermava San Pierdamiani quando scriveva che «la Sede Apostolica è quella che riforma tutto ciò che è erroneo e malvagio».



Infallibilità per l'unità

L'unità dell'insegnamento sostiene l'u­nità della Fede. Un insegnamento infallibi­le, poi, garantisce al massimo l'unità della fede tra i credenti e non può ammettere divi­sioni dal momento che elimina ogni possi­bile questione secondo le opinioni personali. Con l'insegnamento infallibile, in effetti, ci si ritrova tutti uniti intorno alla «verità che fa liberi» (Gv 8,32) e fa crescere nella «carità» (cf 1 Ts 3,12).

Per convincersi subito di ciò, basta dare un'occhiata rapida al Protestantesimo, fran­tumato in più di quattrocento gruppi (o set­te), molto spesso contrapposti. È difficile fare un conto esatto. La contraddizione sta soprattutto nel fatto che i protestanti, pur sostenendo che la Bibbia è infallibile, ammettono poi il libero esame, ossia la libe­ra ispirazione e interpretazione della Sacra Scrittura; e siccome non c'è nessuno fra di loro che sia infallibile - essi negano l'infal­libilità pontificia - bisognerà ammettere che tutti ... hanno ragione. Di qui le centinaia e forse migliaia di chiese protestanti piccole o grandi, con una vera babele di verità di fede, quanti sono i singoli magisteri personali o di gruppo...

Senza la presenza del Papa, interprete infallibile della Parola di Dio, noi ci trove­remmo sempre nella totale incertezza riguardo alla verità del Vangelo, riguardo al vero contenuto del messaggio di Cristo, riguardo alla via stessa della salvezza. Vie­ne da chiedersi: poteva mai il Signore Gesù lasciarci in questo stato di confusione babe­lica?

Ascoltare il Papa, quindi, essere in comunione con il Papa: significa trovarsi in comunione con lo Spirito Santo, anima del­la Chiesa, che lo ispira e lo assiste nel discernimento della verità dall'errore. «Io sono unito alla cattedra di Pietro; - scrive­va S. Girolamo - se qualcuno è unito alla Cattedra di Pietro, noi siamo fratelli».

Oggetto dell'infallibilità del Papa, in­fatti, sono anche l'interpretazione del vero senso della Sacra Scrittura e della Tradizio­ne, la condanna degli errori contrari alla fede e ai costumi, le canonizzazioni dei Santi, le approvazioni delle Regole per la vita consacrata.

È bene precisare, inoltre, che il Papa esercita il suo magistero infallibile in due modi:

1) con il magistero solenne, attraverso le bolle dommatiche con cui si definisce la verità rivelata (ad esempio, la Bolla Ineffa­bilis Deus per definire l'Immacolata Concezione, e la Bolla Munificentissimus Deus per definire l'Assunzione di Maria in anima e corpo al Cielo);

2) con il magistero ordinario universa­le, attraverso Encicliche, Esortazioni apo­stoliche, Lettere, Discorsi e ogni altra forma di comunicazione con cui trasmettere il patrimonio di fede della Chiesa.

Possiamo anche noi ripetere con S. Girolamo, che per il dono dell'infallibilità «la Chiesa Romana è inaccessibile all'ere­sia». Con il Papa, vero Maestro universale, primo e sommo teologo, noi camminiamo sicuri verso l'eternità, ricordando bene quanto l'Alighieri ha scritto nei suoi mirabi­li versi: «Avete il nuovo e '1 vecchio testamento e '1 Pastor de la Chiesa che vi guida: questo vi basti a vostro salvamento» (Par, 5,76).



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IL «PADRE DI TUTTI»

Tra i molti titoli attribuiti al Papa, ci sono quelli di «Pastore del gregge del Signore», come dice S. Ambro­gio, di «Padre del popolo cristiano», come dice S. Agostino, di «Padre della Chiesa universale», come dice S. Anselmo, di «Padre delle Nazioni», «Padre dei poveri», «Padre santo dell'umanità redenta», come dicono altri, di «Papa e Padre di tutti», come dice il Beato Umberto di Romans.

Sì, il Papa è il «Padre di tutti», perché a lui è stata ed è affidata l'umanità dei redenti, ossia di tutti gli uomini che Dio «vuole siano salvi e raggiungano la conoscenza della verità» (1 Tm 1,4). Nulla dei problemi del­l'uomo può dunque disinteressare il Papa, il «Padre di tutti», impegnato a trasmettere e donare a ogni uomo il patrimonio della Rive­lazione divina, il deposito della Fede, senza la quale «è impossibile piacere a Dio» (Eb 11,6).



Parola, Acqua, Pane di vita

Il problema dell'evangelizzazione pla­netaria - estremo mandato di Cristo prima dell'Ascensione: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) - è il problema costante e pri­mario della Chiesa sempre e dovunque «missionaria», perché tutti gli uomini cre­dano alla «Buona Novella»: ma «come potranno credere - dice S. Paolo - senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?» (Rm 11,14).

Il Papa è «Padre di tutti» principalmen­te attraverso gli evangelizzatori, i missiona­ri, gli apostoli e i consacrati che si spando­no sulla terra a portare la Parola di vita del Vangelo, l'Acqua della vita della grazia, il Pane di vita dell'Eucarestia.

La Chiesa è vita, è vita delle anime, è vita eterna, è vita anche temporale nella cura dei poveri e degli oppressi, dei soffe­renti e dei tribolati.

Il «Padre di tutti» guarda all'umanità intera e si fa carico delle preoccupazioni dell'umanità nell'affermare soprattutto i grandi valori dell'uomo e dell'umanità, ossia: la salvezza eterna dell'anima, la cre­scita della Fede, la difesa della vita, la custodia della pace nella giustizia e nella libertà, la sollecitudine verso i poveri e ver­so i sofferenti, la promozione dei popoli sot­tosviluppati e abbandonati.

E la grande scuola del Papato dei due millenni scorsi ci presenta, pur tra le ombre della Chiesa debole e «peccatrice» nel suo elemento umano, la luce sfolgorante di Papi Santi e Martiri, di Papi sapienti e generosi, di Papi poveri e miti, di Papi ardenti e intra­prendenti, di Papi pazienti ed eroici: è un quadro unico della paternità universale di ogni Papa, della paternità sempre volta sia al bene supremo ed eterno dell'uomo, ossia la salvezza eterna dell'anima, sia al bene temporale dell'uomo, ossia la difesa della vita e della pace, la salvaguardia della libertà e della giustizia, la cura dei poveri e dei sofferenti.



Chiesa, scuole, ospedali

Basterebbe pensare alla rete delle Mis­sioni sparse su tutti i continenti del pianeta terra, per capire subito come il «Padre di tutti» ha cura di tutti gli uomini e diriga e sostenga tutti i consacrati che abbandonano ogni cosa «a causa di Cristo e del Vangelo» (Mc 10, 29), per dedicarsi a prò dei fratelli da salvare e aiutare, specialmente dei più diseredati e sottosviluppati nei paesi dell'A­frica e dell'Asia, tra i popoli del Medio Oriente e dell'Est europeo, senza trascurare i bisogni soprattutto spirituali delle nazioni opulente schiavizzate dai beni terreni senza rendersi conto che «passa la scena di que­sto mondo» (1 Cor 7,31).

L'attività primaria delle «Missioni», si sa, è volta alla salvezza dell'uomo in tutta la sua realtà di anima e di corpo. La presenza e il lavoro dei missionari, infatti, si esprime soprattutto nella edificazione di Chiese, scuole e ospedali, per andare subito incon­tro alle necessità primarie dell'uomo, che sono la vita spirituale, la vita intellettuale, la vita fisica.

Il «Padre di tutti» non può che provare gioia ed esultanza di spirito quando può inviare gruppi di missionari e di apostoli - consacrati o anche laici - nelle terre lontane più bisognose della Parola di Vita, dell'Ac­qua di Vita, del Pane di Vita: ossia, la Paro­la di Dio che illumina e guida, l'Acqua del­la grazia che purifica e vivifica, il Pane del­l'Eucarestia che nutre e fa crescere «fino alla statura di Cristo» (Ef 4,13).

E se c'è una tristezza nell'anima del «Padre di tutti» è proprio quella di vedere assottigliarsi, anziché ingrossarsi, le file dei missionari e degli apostoli della «Buona Novella».

Ciò significa, infatti, diminuzione di Chiese, di scuole, di ospedali, e di conse­guenza, anche, di case e di strade, di fabbri­che e di campi di lavoro. La preghiera per­ché «il Signore mandi operai nella sua mes­se» (Mt 9,38) è sempre una preghiera urgen­te, e oggi più urgente che mai, perché, di fatto, «la Chiesa sta invecchiando - diceva il grande Servo di Dio P. Pio da Pietrelcina -, e ciò è castigo di Dio».



Il lavoro cristiano

Il lavoro è un bene, anzi è un valore pri­mordiale nella vita di ogni uomo. Per il suo sostentamento e per la sua crescita, per le sue capacità e per la sua dignità. Ogni uomo è tenuto, per questo, al lavoro giusto e pro­porzionato. E questo dovere del lavoro è tale che, secondo la massima dell'Apostolo delle genti, «chi non lavora, non mangi» (2 Ts 3,40).

Il problema maggiore fra gli uomini, tuttavia, è oggi la mancanza di lavoro, da una parte, e lo sfruttamento dei lavoratori, dall'altra; per cui, si determinano condizio­ni di disoccupazione, per un verso, a causa della scarsità di fonti del lavoro, e di oppressione, per un altro verso, a causa del sovraccarico di lavoro con cui vengono sfruttati gli operai, neppure retribuiti secon­do giustizia.

E qui conosciamo gli interventi dei Sommi Pontefici che hanno alzato la voce di «Difensori degli oppressi» contro le ingiustizie e sperequazioni sociali. E in tal modo abbiamo avuto le grandi encicliche sociali soprattutto dei Sommi Pontefici Leone XIII (Rerum novarum), Pio XI (Qua­dragesimo anno), Paolo VI (Populorum progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesi­mus annus).

Queste encicliche sociali sono testi fon­damentali per conoscere la dottrina della Chiesa sul lavoro e sul problema economi­co che riguarda l'umanità intera. Basti qui ricordare Papa Giovanni XXIII, il quale definì l'enciclica Rerum novarum di Leone XIII «una somma del Cattolicesimo in cam­po economico e sociale».

È per questo che sulla tomba del Papa Leone XIII, nella basilica Lateranense, a fianco alla figura del Papa si trova la sago­ma di un operaio che porta sulle sue braccia robuste due monconi di una catena spezza­ta, mentre guarda il Papa e, sorridendo, ten­de a lui le braccia liberate dalla catena spez­zata.

E il Papa Giovanni Paolo II, da parte sua, è così vicino al mondo degli operai da arrivare a definirsi confidenzialmente «ami­co e collega degli operai», giacché con tut­ta verità, essendo stato egli operaio, da gio­vane, in un discorso al polo industriale di Pomezia, dove lavorano 35000 operai, egli disse a loro: «Conosco bene il vostro stato d'animo e le vostre tensioni. Anch'io ho avuto l'esperienza diretta di un lavoro fisico come il vostro, di una fatica giornaliera e della sua dipendenza, pesantezza e monoto­nia....».

Se gli uomini dessero ascolto alla parola e agli insegnamenti dei Papi, l'umanità non sof­frirebbe certamente tanti dissesti nella giusti­zia sociale, tante sperequazioni nel trattamen­to degli operai, tanti sfruttamenti e oppressioni dei più deboli e meno abbienti fra gli uomini, a profitto ingiusto e disonesto di poche e stra­ricche multinazionali o gruppi di potere.



Contro la violenza e la guerra

La vita è il valore primario dell'uomo, è la base di ogni altro bene. Senza la vita si è nella morte. La morte spirituale distrugge la vita dell'anima. La morte fisica distrugge la vita del corpo.

Più preziosa, immensamente più prezio­sa è la vita spirituale, la vita dell'anima in grazia di Dio. Chi si trova con la morte del­l'anima nello stato di peccato mortale, dovrebbe ricordare le parole lucide e forti di Gesù: «Qual vantaggio, infatti, avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16,26).

Ma anche la vita del corpo è dono di Dio che ha creato l'uomo corpo e anima, ed è un valore da custodire, è un bene da valo­rizzare e mai da profanare, tanto meno da uccidere o distruggere. È perentorio, per questo, il comandamento di Dio: «Non ucci­dere»! (Dt 5,17).

Che cosa avviene, però, tra gli uomini? Da Caino in poi, purtroppo, tendenza e faci­lità a uccidere il fratello hanno segnato la storia dell'umanità con torrenti e fiumi di sangue fratricida, alla scuola e sotto la regia di satana, di colui che «è stato l'omicida fin da principio» (Gv 8,44).

Le guerre e uccisioni, infatti, hanno costellato e stanno costellando il cammino dell'umanità su questa povera terra. Da oriente a occidente, il fragore delle armi risuona, or qua or là, tra popoli e nazioni, senza risparmiare, a volte, il mondo intero già impegnato, difatti, in due cosidette «guerre mondiali».

Ci sono ancora uomini che ricordano la prima guerra mondiale con le sue stragi e devastazioni. Ma qui vogliamo ricordare soprattutto la sofferenza del Santo Padre Pio X, il quale tentò ogni via per impedire quel­l'immane flagello. E fu lui a rispondere all'ambasciatore di Francesco Giuseppe, che chiedeva la benedizione papale sopra le armate austriache: «Io benedico la Pace, non la guerra». E fu lui, quale «Padre di tut­ti», all'avanzarsi inarrestabile del conflitto mondiale, a ripetere con angoscia: «Poveri figli miei! Darei in olocausto questa povera vita mia per impedire lo strazio di tante gio­vinezze!... Ah, questa guerra in arrivo!... mi sembra di sognare un sogno pauroso... Io sento che sarà la mia morte!».

E difatti, il suo cuore non resse più allo strazio, ed egli mori all'alba del 20 agosto 1914, dopo aver detto: «Faccio sacrificio della mia vita per quella dei miei figli!».

Anche durante la seconda guerra mon­diale, il Papa Pio XII offri a Dio per l'uma­nità in guerra fratricida la sua preghiera ardente e la sua penitenza, dormendo sem­pre per terra, fino alla fine del conflitto.

Più recentemente, infine, tutti abbiamo conosciuto la passione con cui il Papa Gio­vanni Paolo II ha alzato la voce contro la guerra nell'Irak, in Bosnia Erzegovina e in altre parti della terra, trovandosi a volte pressoché solo a difendere la vita contro la barbara violenza della morte nelle guerre fratricide, e pregando tante volte, a lungo, disteso per terra con le braccia a croce, dinanzi al Tabernacolo.



Difensore della vita innocente

È stato scritto, con ragione, che «se si facesse un referendum su chi è il miglior difensore dei diritti umani, il Papa Giovan­ni Paolo II riceverebbe due miliardi e mez­zo di voti su tre miliardi di votanti».

È indiscussa ormai nel mondo intero la fama riscossa dal Papa Giovanni Paolo II quale difensore dei diritti umani e soprattut­to di quel diritto umano primario e fonda­mentale che è il diritto alla vita.

Contro l'aborto e la contraccezione, contro l'eutanasia e la sterilizzazione - vere cancrene e tragedie sociali di portata spa­ventosa - la voce di tutti i Pontefici, ma in particolare del Papa Giovanni Paolo II, si è alzata e continua ad alzarsi forte e vibrante, ammonitrice instancabile.

Sono almeno 50 milioni gli aborti che vengono provocati ogni anno sulla terra. Altro che guerra mondiale annuale! Qui è un'ecatombe di innocenti sacrificati sull'al­tare dell'egoismo, ed è ancor più tragico sapere che ormai una tragedia giornaliera così immane lascia indifferente la più gran parte dell'umanità. A quale accecamento siamo ormai arrivati? Non è forse questo «l'impero delle tenebre» (Lc 22, 53) di cui parla Gesù per sua Passione e Morte?

Intanto il Papa Giovanni Paolo II per­corre i cinque continenti e parla in difesa della vita a folle anche oceaniche, special­mente ai giovani, come è avvenuto nel gen­naio 1995, quando egli ha visto radunati attorno a sé, a Manila, nelle Isole Filippine, cinque milioni di giovani, accorsi da ogni parte del mondo per ascoltare la sua voce di «Padre di tutti» in difesa della vita di «tutti i figli», specie di quelli più inermi e inno­centi ancora racchiusi nel grembo materno e dei vecchi, degli invalidi e degli handicap­pati. Dio è sempre il «Dio dei vivi e non dei morti»: è parola di Gesù (Mt 22, 32), è paro­la del Papa Giovanni Paolo Il nella sua mirabile Enciclica sul valore e l'inviolabi­lità della vita umana: Evangelium vitae.




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IL «SANTO PADRE»

Si parla di «santità» del Papa; si dice, infatti, che il Papa è il «Santo Padre», e ci si rivolge a lui chiamandolo: «Santità». Tutto questo è vero, e ha il suo fondamento in Cristo. Basta riflettere, infat­ti, che se il Papa è il «Vicario di Gesù Cri­sto», vuol dire che c'è in lui una presenza particolare di Cristo, una presenza sempre santa e immacolata, nonostante le eventuali o inevitabili debolezze del Papa quale figlio di Adamo come tutti gli uomini.

E se pure è vero che non sono mancate le ombre della debolezza adamitica in alcu­ni Papi, lungo i due millenni di storia della Chiesa, resta molto più vero, tuttavia, che la «Santità» è stata e rimane l'eredità più pre­ziosa e ricca, trasmessa di Papa in Papa, spesso senza alcuna interruzione. Bastereb­be pensare al nostro secolo, che ha avuto un Papa già canonizzato, San Pio X, e tre Papi già Servi di Dio, in successione diretta: Pio XII, Giovanni XIII, Paolo VI.

Sia gloria a Dio e alla Santa Chiesa per ogni Papa, chiamato giustamente «Santo Padre», che ha fatto splendere nella sua per­sona e nella sua vita quella parola «Santità» con cui tutti i Papi vengono chiamati al cospetto del mondo intero.



Ritratto di un Papa Santo

Il Servo di Dio, Cardinale Merry del Val, così tratteggia, in poche frasi, l'anima del Papa San Pio X, di cui fu Segretario di Stato: «Pio X aveva un'anima che commuo­veva tutti coloro che vivevano con lui. Io stesso mi sentivo profondamente commos­so, e mi pareva quasi impossibile ch'egli fosse nato in un povero villaggio, mentre sembrava che fosse stato educato in una famiglia di Sovrani. La santità conferiva ai suoi umili natali una luce di nobiltà che sor­prendeva».

Il Beato Orione, grande amico e confi­dente del Papa San Pio X, ha lasciato anch'egli scritto che «più d'una volta mi è parso di vedere il volto del Santo Padre illu­minato da tanta luce di spiritualità, che mi pareva gli irradiasse intorno alla fronte, come un raggio di predestinazione».

Il servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina, lo stimmatizzato del Gargano, parlando del Papa San Pio X, vivente, affermava che pochi Sommi Pontefici hanno portato al Soglio di San Pietro una santità così eccelsa come quella di San Pio X.

L'ambasciatore dell'Argentina presso la Santa Sede, agli inizi di questo secolo, così testimoniava del Papa San Pio X, da lui ben conosciuto: «La prima impressione che mi fece il Servo di Dio fu di un uomo che irradia la santità. Scoppiai in pianto: cosa che mai mi era accaduta...».



L'umiltà dei Sommi Pontefici

Si sa che l'umiltà è la base di sostegno di ogni vera grandezza. Gesù stesso ha sta­bilito questa legge della dinamica spirituale, per cui chi si innalza viene abbassato e chi si abbassa viene innalzato, giacché «Dio resiste ai superbi, mentre dà la sua grazia agli umili» (Gc 4,6).

Per questo abbiamo avuto esempi bel­lissimi di Papi che hanno svelato la loro eccelsa grandezza proprio umiliandosi nel riconoscimento della loro pochezza e inca­pacità di figli di Adamo.

Si sa, ad esempio, di S. Gregorio Magno che, temendo di poter essere eletto Papa, andò a nascondersi per non essere tro­vato. E San Celestino venne eletto Papa mentre si trovava ancora nel suo eremo, e fu necessario andarlo a prelevare per portarlo all'incoronazione come Sommo Pontefice.

Sappiamo bene, ancora, il dramma vis­suto dal Card. Giuseppe Sarto, Patriarca di Venezia, quando seppe che il Conclave era deciso ormai a eleggere lui quale Successo­re di San Pietro: solo nella lunga orazione ai piedi del Tabernacolo, con la faccia per ter­ra, il Cardinale Giuseppe Sarto trovò la for­za di accettare l'elezione, e divenne Papa Pio X.

Ricordiamo ancora il Papa Paolo VI che, appena eletto Sommo Pontefice, mani­festò sentimenti di consapevolezza della propria indegnità con espressioni di grande sofferenza, richiamandosi direttamente a S. Paolo apostolo, il quale afferma che, di pre­ferenza, Dio sceglie per le sue opere chi è inetto e incapace, «perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1,29).

Nella vita del Papa Clemente XIV si legge che un giorno richiamò alcune guar­die pontificie che allontanavano il popolino tutto stretto attorno al Papa: «Lasciate stare questa povera gente - disse il Papa; - essi sono contenti di vedere eletto Papa un uomo della loro classe sociale».

E se si pensa, oggi, alla spiritualità del «servizio», presentata come una scoperta dei nostri tempi, è bene ricordare, invece, che fu proprio uno dei più grandi Papi, S. Gregorio Magno, già nel VI secolo, a firma­re i suoi documenti con l'espressione: Ser­vus servorum Dei. Servo dei servi di Dio.

È questa la grande lezione dell'umiltà che tutti dobbiamo apprendere, soprattutto perché ci viene da coloro che, innalzati al sommo fastigio del supremo Pontificato, hanno dato splendore alla loro «Santità» restando ben basati sulle solide fondamenta dell'umiltà.



La penitenza dei Papi

Vien da pensare, forse a molti uomini, che la vita del Papa sia una vita agiata e comoda, se non ricca e fastosa, priva, in ogni caso, di austerità e penitenze, di priva­zioni e disagi. Vien da pensare, possiamo dire, che al Papa non possa mancare nulla e che abbia tutto quello che vuole, senza alcu­na difficoltà.

All'apparenza, sembra sia davvero que­sta la realtà. Ma bisogna dire subito che si tratta soltanto di apparenza, e non di realtà. È facile, infatti, capire che il solo peso del Pontificato è qualcosa di tanto grande e gra­voso da costituire già esso stesso una «peni­tenza», un «giogo» che non ha l'eguale fra tutte le altre grandi realtà sociali.

Il Papa Adriano IV diceva che «nessu­no è più da compatire del Romano Pontefi­ce, perché tutta la sua felicità è l'amarezza. La cattedra di S. Pietro è circondata da pungoli e il peso è tale da opprimere le spalle più robuste».

Essere il Vicario di Cristo, essere il Maestro universale «infallibile», essere il «Padre di tutti», responsabile primario della Chiesa e dell'umanità, di ogni singola ani­ma come di ogni popolo e nazione: tutto questo è un peso che umanamente schiacce­rebbe chiunque. Come si può pensare, allo­ra, che il Papa faccia una vita comoda e tranquilla? Soltanto se si è molto superficia­li, è possibile credere ciò e magari parlare anche dei Palazzi vaticani come di una dimora per la vita tutta dorata dei Papi.

Al contrario, si sappia bene da tutti, che sono gli stessi Papi a volere una vita di sacrificio anche nel tenore di vita giornalie­ra, cosicché dietro la facciata sontuosa dei palazzi vaticani, la vita del Papa si svolge tutta nel sacrificio indefesso della lunga preghiera, dell'intenso studio, del continuo lavoro, e nella semplicità ordinaria del cibo e del sostentamento.



Alcuni esempi fra tanti [SM=g27998]

Ricordiamo, per questo, il Papa San Pio V, il quale nei palazzi pontifici praticava le stesse austerità che prima praticava nel suo convento domenicano.

E il Papa Clemente XIV, umile france­scano, volle restare e vivere da frate anche nei palazzi vaticani, scegliendo come cuoco un frate converso semplice e ingenuo. Chi faceva notare al Papa che quel regime com­prometteva la dignità papale, sentiva ri­spondersi: «Che volete? S. Pietro e S. Fran­cesco non mi hanno insegnato a pranzare splendidamente».

Ricordiamo il Papa Gregorio XVI il quale, accanto al sontuoso letto pontificio, fece collocare un povero lettino su cui cori­carsi per penitenza. Ricordiamo il Papa San Pio X, il quale andava a riposare alle 23 e si alzava alle 5 del mattino, e restò fedele al rigido digiuno («un po' di pane e alcune noci, a cena»), nonostante gli acciacchi del­l'età e della salute. Ricordiamo il Papa Pao­lo VI, il quale, secondo la testimonianza di chi accudiva alla sua persona, portava il cilicio sulla nuda carne, specie in occasioni speciali, come nel 1973, Anno Santo della Redenzione.

Tutti abbiamo da imparare e dobbiamo imparare. La santità del Papa è modello per tutti i cristiani. La penitenza del Papa è scuo­la per noi tutti, oggi in questa società del benessere, dell'edonismo, del consumismo. «Pcenitemini»: Fate penitenza (Mt 4,17): questo monito salutare di Gesù ci è stato ripetuto anche in una intera Enciclica del Papa Paolo VI. Ricordiamoci sempre, ripete il Papa, che la penitenza ci salva dall'inferno.



Esempi di carità dei Papi

La carità è la regina delle virtù e splen­de nella vita di tutti i Santi di bellezza rega­le. La carità dei Sommi Pontefici, poi, è carità universale, che non vuole dimentica­re né trascurare nessuno, pur preferendo, di solito, i poveri e i sofferenti, i più tribolati e disperati.

Vogliamo ricordare qui, anzitutto, la carità sovraumana del nostro Papa Giovan­ni Paolo II, il quale non solo ha perdonato subito al suo attentatore, Alì Agka, in Piaz­za S. Pietro il 13 maggio 1981, ma ha volu­to anche andare a visitarlo di persona nel carcere di Rebibbia. Così come ricordiamo la sua carità verso gli ammalati, che sono oggetto preferito delle sue visite, e per i quali ha scritto anche una magnifica Lette­ra Enciclica - Salvifici doloris - ricca di dot­trina e di carità veramente paterna.

Più indietro nel tempo, ricordiamo l'e­sempio del Papa S. Pio V, il quale, pur tra tante preoccupazioni, trovava il tempo di andare a visitare i poveri e gli ammalati. E un giorno incontrò sulla strada un povero malato coperto di piaghe: il Papa si fermò subito a curarlo con paterna sollecitudine; e in quel mentre si trovò a passare di là un giovane inglese protestante, che, a quella scena, cadde in ginocchio vicino al Papa, e si convertì al cattolicesimo per quella testi­monianza di carità del Papa.

Ricordiamo poi l'esempio del Papa Cle­mente VIII, il quale ogni giorno voleva a pran­zo, accanto alla sua mensa, un numero di poveri corrispondente al numero degli anni del suo Pontificato. Ed era veramente bello vede­re il Papa che versava l'acqua sulle mani dei poveri e che benediceva la loro mensa arric­chendola ogni volta di qualche cibo in più.

Ricordiamo anche il Papa Innocenzo XII, così generoso, specialmente verso i poveri, da arrivare a destinare le rendite del suo patrimonio in loro soccorso, ospitando anche molti poveri nel Laterano, perché non voleva che mendicassero per la città. In più, diceva che i poveri erano i suoi «nipoti» e li nominò «eredi» alla sua morte. Per questo era così amato dai poveri, che una volta, tor­nando egli da Civitavecchia in lettiga, aven­dolo incontrato un gruppo di poveri, questi lo sollevarono sulle loro spalle e lo portaro­no così al Palazzo del Laterano. Passò alla storia, difatti, come «Padre dei poveri».



Esempi del Beato Papa Pio IX

Sono ben noti gli esempi di carità del Santo Padre Pio IX, già Venerabile, «Papa dell'Immacolata». Ne riferiamo soltanto alcuni, piccoli ma significativi.

Già, appena eletto Papa, il Ven. Pio IX decise subito di inaugurare il Pontificato con un grande gesto di carità, concedendo un'am­nistia generale politica per tutti i carcerati dello Stato Pontificio. Ma i Cardinali temeva­no pericoli per tale amnistia, e votarono tutti in nero. Il Papa vide bene tutti quei voti neri, ma subito li coprì con la sua Calotta bianca, e disse: «Ecco che i voti sono diventati tutti bianchi». E l'amnistia venne concessa.

Una sera, terminata la solenne funzione in una Chiesa di Roma, il Papa Pio IX, men­tre sta per salire sulla carrozza, vede un povero ragazzo che piange dirottamente vicino alla porta della Chiesa.

Il Papa lo chiama a se per chiedergli che cosa sia successo. E il ragazzo, tra i sin­ghiozzi, risponde che tra poco le guardie avrebbero preso il padre per portarlo in pri­gione, non potendo egli pagare un debito di dodici scudi.

Il Papa chiede al suo seguito chi possa prestargli i dodici scudi. Ma nessuno dei presenti, tutti in abito di cerimonia, aveva indosso tale somma. Allora il Papa torna a casa, si procura i dodici scudi, e li consegna al ragazzo per impedire che il papà sia imprigionato.

Un'altra volta, a Roma, alla morte di un signore molto ricco, aperto il testamento, vi era scritto che egli diseredava i suoi due figli, nominando erede universale dei suoi beni il sacerdote che avesse celebrato la Messa per i suoi funerali. La cosa apparve molto strana e ingiusta, ma appena il Papa Pio IX ne venne a conoscenza, volle subito celebrare lui stesso la S. Messa esequiale di suffragio, divenendo, in tal modo, legittimo erede di tutti quei beni che subito si affrettò a donare ai due figli diseredati.

Ancora. Un giorno, per una strada di Roma, il Papa Pio IX si imbattè in un pove­ro vecchio, disteso per terra, privo di sensi. Immediatamente il Papa si fermò vicino a quel povero e chiese informazioni su di lui. Ci fu chi gli disse di non curarsi di lui, per­ché era un «ebreo».

Il Papa rimase disgustato per quella risposta, e fece trasportare subito quel pove­ro sulla sua carrozza per ricondurlo a casa, mandandogli poi il suo medico personale per farlo curare.

Così è la carità, come insegna S. Paolo, tutta protesa a donare e a donarsi, cercando solo il bene degli altri (cf 1 Cor 13).



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AMARE IL PAPA [SM=g27998] [SM=g28002]

La scuola dei Santi e con il «senso soprannaturale della fede» del Popolo di Dio, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 889), tutti siamo chiamati ad amare il Papa quale Vicario di Cristo, Successore di S. Pietro, Maestro universale, Padre di tutti, «Santo Padre». La fede della Chiesa si è espressa nell'amore al Papa fin dagli inizi, fin da quando, stando S. Pietro in carcere, «una preghiera saliva incessantemente a Dio dal­la Chiesa per lui» (At 12,5), e la preghiera della Chiesa ottenne la liberazione miraco­losa di S. Pietro, primo Papa (ef At 12,6­1 1).

Certamente, è un dono di grazia aver la devozione e l'amore al Papa che hanno avu­to i Santi. Pensiamo all'amore di un S. Giro­lamo e di un S. Bernardo, di una S. Brigida e di una S. Caterina da Siena, di un S. Francesco d'Assisi e di un S. Alfonso dei Liguo­ri, e così via fino S. Giovanni Bosco, al Bea­to Orione e a Madre Teresa di Calcutta, ancora vivente.

È vero, purtroppo, che sono anche mol­ti coloro che non amano il Papa, che sono indifferenti e magari contrari. La loro fede fa cilecca su questo punto, illudendosi essi di essere nella Chiesa e di amare la Chiesa, opponendosi o rifiutando colui che è la «Pietra» di fondazione della Chiesa, che è l'unico Maestro infallibile della fede e della morale, Pastore universale del «gregge» da condurre a salvezza.

«Chi non onora il Santo Padre - scrive­va S. Clemente Hofbauer -, non onora nem­meno la Chiesa nostra Madre; chi non obbe­disce ai comandi del Santo Padre, è anche figlio disobbediente della Santa Chiesa; chi non prega per i propri genitori, è un figlio perverso; e chi non prega per il Santo Padre, è un cattivo cristiano».

Al contrario, come insegnava S. Gio­vanni Battista de La Salle, «tutti i fedeli devono riguardare il Papa come Vicario di Gesù Cristo, Capo visibile della Chiesa e successore di S. Pietro; e considerare la sua parola come la voce, di cui Dio si serve per comunicare i suoi ordini» (Médit. 206).



Pregare per il Papa [SM=g27998]

Se è vero, come è verissimo, che il Papa prega, e prega molto, per la Chiesa e per l'umanità, perché «Padre di tutti», dovrebbe essere anche vero che i figli, i fedeli, pregano per il Papa perché è loro Padre e Pastore. Così hanno fatto i Santi, infatti, con quella passione tenace e ardente che accomunava nel loro cuore l'Eucarestia, l'Immacolata e il Papa, un trinomio d'amo­re tutto soprannaturale.

È sempre la visione di fede che fa prega­re per il Papa. «Dica al Papa che per me, dopo Gesù, non c'è che lui», raccomandava P. Pio da Pietrelcina al suo Vescovo che si recava dal Sommo Pontefice; e ai figli spirituali P Pio raccomandava spesso di pregare per il Papa, «che io amo - diceva - quanto amo Gesù» e per questo sul tavolino nella sua cel­la, accanto all'immagine della Madonna, aveva sempre una fotografia del Papa, che illu­minava di sera con una piccola lampada. Pregare per il Papa! Impariamo da S. Caterina da Siena come da S. Ignazio di Loyola, da S. Francesco di Sales come da S. Massimiliano Kolbe, che soffriva grande­mente al pensiero di tanti che non amano affatto il Papa, mentre per lui, stando a Roma, ogni incontro con il Papa era una festa, una grazia speciale.



«Se mi amate, osservate...»

Si dice che la vera obbedienza e il vero amore vanno insieme, sono inseparabili. Ed è vero. Chi ama obbedisce alla persona amata, e viceversa. L'ha detto Gesù: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15). Amare il Papa, quindi, significa obbedi­re a lui, osservare le sue direttive, asseconda­re i suoi voleri e desideri. È questo il con­trassegno certo del vero amore, che non è fat­to di pii sentimenti e belle parole di fedeltà o di manifestazioni esterne delle masse che applaudono e osannano il Vicario di Cristo, come sta avvenendo particolarmente oggi nei riguardi del Papa Giovanni Paolo II.

E l'obbbedienza più vera è quella che si esercita nelle difficoltà, nei contrasti, nella sofferenza a volte anche terribile, come, ad esempio, nel caso di S. Alfonso dei Liguori che, per le brighe malvage di qualche suo figlio degenere, venne calunniato presso il Santo Padre che dovette deporlo da Superio­re Generale ed espellerlo dall'Istituto. S. Alfonso aveva 83 anni di età! Ai piedi del Tabernacolo, affranto, il Santo vecchio gemeva: «Il Papa ha ragione. Così vuole lui, così vuole Iddio!». E la sofferenza più intima era dovuta al fatto che egli nei suoi scritti aveva difeso strenuamente e magistralmente il Primato e l'infallibilità del Papa; e proprio lui, S. Alfonso, con un miracolo strepitoso di bilocazione, assistette il Papa nell'agonia, stando al suo capezzale per lunghe ore, come si legge ed è documentato nella vita.

Ricordiamo ancora gli esempi eroici di fedeltà al Papa da parte dei due martiri inglesi, S. Tommaso Moro e S. Giovanni Fischer, che non vollero rigettare l'autorità del romano Pontefice per riconoscere il re Enrico VIII quale capo della nuova chiesa d'Inghilterra, quella anglicana. Ricordiamo, poi, l'esempio dell'Arci­vescovo di Cambray, Mons. Fénelon, il qua­le, appena conosciuta la condanna della sua opera, «Spiegazione delle massime dei San­ti», salì sul pulpito per spiegare egli stesso ai fedeli di non leggere quel libro in obbe­dienza al Papa, commovendo gli uditori fino alle lagrime. Di più, pochi giorni dopo, in una Lettera pastorale alla Diocesi, scrive­va così: «Il Santo Padre, il Papa, ha condan­nato il libro che porta il titolo «Spiegazione delle massime dei Santi»... Io mi conformo sinceramente alla volontà del Pontefice, perfettamente e senza ombra di riserva... Di tutto cuore vi esorto alla perfetta sottomis­sione e obbedienza senza riserva, affinché non venga scemata la sincerità dell'obbe­dienza dovuta alla Santa Sede, di cui io voglio darne, con l'aiuto di Dio, esempio fino all'ultimo respiro della mia vita». Quanto non abbiamo da imparare tutti, soprattutto oggi?



«Obbedienza e Pace»

Crediamo sia utile, qui, ricordare anche l'esempio del Servo di Dio P Pio da Pie­trelcina, il quale venne segregato e privato per due anni anche della possibilità di con­fessare, proprio lui che è diventato il con­fessore più portentoso nella storia della Chiesa, con una «clientela mondiale», come disse espressamente il Papa Paolo VI. E durante le persecuzioni e prove ricorrenti, a cui fu sottoposto, pur con l'anima straziata, P. Pio aveva la forza di dire: «Dolce è la mano della Chiesa anche quando percuote, perché è la mano della Madre». E quando gli veniva portata e letta dal Padre Superio­re qualche lettera dell'autorità ecclesiastica con severi provvedimenti, Padre Pio, in pie­di e col capo basso, ascoltava la lettura, e alla fine diceva: «Deo gratias!». Subito dopo, pregava e piangeva.

Si sa, del resto, che egli venerava il magistero pontificio e magnificava la dottri­na del Papa Pio XII, sempre attento a non lasciar cadere nel vuoto ogni esortazione e direttiva dei Sommi Pontefici. E così, egli diede vita ai «Gruppi di Preghiera», quando il Papa Pio XII, in un discorso del 1948, esortava e spingeva a creare «gruppi di pre­ghiera» per la salvezza dell'umanità.

Infine, anche prima di morire, dopo avere affidato alla Madre Chiesa tutte le sue opere - la «Casa Sollievo della Soffe­renza» e i «Gruppi di Preghiera» - Padre Pio scrisse una lettera al Papa Paolo VI, quale estremo segno di devozione al Vicario di Cristo e alla Chiesa.

Vero figlio del Serafico Padre S. Fran­cesco, Padre Pio ha osservato fedelmente, ed eroicamente, quanto S. Francesco aveva scritto nella Regola, ordinando che tutti i frati siano «sempre sudditi e soggetti ai pie­di della Sede Apostolica». E si sa che S. Francesco d'Assisi non transigeva su que­sto, fino al punto di non volere «neppure vedere» il frate non docile alla Sede Apo­stolica, anche se solo nei riguardi di una disposizione liturgica.

Così, soltanto così si ama veramente il Papa e la Chiesa, in piena e perfetta comu­nione di gioie e di dolori, nelle consolazio­ni e nelle prove, in dedizione senza riserve di se stesso, anche fino al sangue o fino alla sfumatura, come fece anche S. Teresina, la quale, nel Carmelo, non volle leggere un libro di spiritualità appena seppe che il suo autore, un sacerdote, non era in totale comunione con il Vescovo.

Che cosa dire, invece, oggi, quando si sa da tutti che molti - teologi e scrittori, pre­dicatori e confessori, consacrati e laici, in occidente e in oriente - non solo non accet­tano, ma contestano e si oppongono aperta­mente al Magistero del Papa, alla dottrina della Chiesa e agli insegnamenti ed esempi dei Santi?

Quanti sono oggi, ad esempio, coloro che combattono, senza compromessi, come il Santo Padre, contro l'aborto e la contrac­cezione, il divorzio e l'adulterio, divenuti ormai aberrazioni planetarie? Quanti sono oggi, ad esempio, coloro che ancora credono con il Santo Padre, senza compromessi, a tutte le Verità di fede della Trinità e dell'In­carnazione redentiva, dei Novissimi e della Chiesa fuori della quale non c'è salvezza?

Quale dolore e amarezza per il Santo Padre, quale strazio e lacerazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa, quale confusione e oscurità nelle menti dei fedeli! Questo è «il fumo di satana» nella Chiesa, come dis­se con vigore il Papa Paolo VI.

Ricordiamo, invece, a conclusione e a nostra edificazione, l'esempio del celebre studioso, il Cardinale Baronio, storico della Chiesa Cattolica e autore degli «Annali Ecclesiastici». Per quarant'anni, sul finire della giornata di studio, egli si recava di solito a San Pietro in Vaticano, dove prega­va a lungo sulla tomba del Primo Papa, affi­dando a lui il suo lavoro giornaliero; passa­va quindi dinanzi alla statua di bronzo di S. Pietro e gli baciava il piede, ripetendo con fede le parole: «Obbedienza e Pace» (Obbe­dientia et Pax).

Solo l'obbedienza per amore, infatti, ci dona la vera pace, perché è l'obbedienza che ci unisce alla Volontà di Dio, nella qua­le soltanto è la nostra vera Pace, come can­ta il Sommo Poeta Dante: «In sua Volunta­de è nostra pace».



Aiutare il Papa [SM=g27998] [SM=g28002]

Il Papa ha bisogno di aiuto e di soste­gno. Ha bisogno di aiuto morale e di soste­gno spirituale. Ha bisogno di aiuto tempora­le e di sostegno materiale. Ha bisogno di tutto questo per svolgere la sua grande mis­sione di Padre e Pastore di tutte le genti da portare a salvezza nella Chiesa e attraverso la Chiesa, vera e unica «arca dell'alleanza» fra Dio e l'umanità (cf Eb 9,4; Ap 11,19).

L'aiuto spirituale è dato dalla preghiera dei fedeli. L'aiuto morale è dato dall'unione con il Papa mediante l'adesione ai suoi voleri, l'accettazione dei suoi insegnamenti, l'esecuzione dei suoi mandati. Grande è il conforto del Papa quando i popoli e le nazioni gli si stringono intorno in preghiera corale per lui, in umile e docile «obbedien­za alla fede» (Rm 1,15), seguendo le sue direttive di Maestro universale della fede e della morale.

L'aiuto temporale, invece, è dato dal soccorso in beni materiali prestato per la persona del S. Padre per le sue necessità e per i suoi viaggi apostolici, in ogni parte della terra, e, soprattutto, per le grandi ope­re di assistenza caritativa che il Santo Padre organizza in aiuto delle Chiese povere e dei popoli più sottosviluppati, maltrattati ed emarginati dagli uomini del benessere e dal­le nazioni opulente.

Un esempio piccolo e istruttivo del­l'aiuto dato al Santo Padre lo leggiamo nel­la vita travagliata del Papa Pio VII. Quando Napoleone Buonaparte lo fece imprigionare a Savona nel 1809, il Papa venne maltratta­to e trascurato anche per le cose necessarie, quale un abito di ricambio. Quello che ave­va indosso era ormai logoro e lacero, e lui fece pregare un sarto di rammendarglielo. Ma quando il sarto vide quell'abito così misero, si commosse e lo mostrò ai cittadi­ni perché si provvedesse a procurare al Papa un abito nuovo. Le offerte dei fedeli arriva­rono subito e in abbondanza; ma ognuno volle un pezzetto del vecchio abito del Papa da conservare come reliquia. Per le offerte avanzate, poi, il Papa stesso le fece distri­buire subito ai più poveri della città.

Per l'aiuto alle opere caritative del Papa, invece, è stato istituito il cosiddetto «Obolo di San Pietro», per la raccolta di offerte da inviare al Santo Padre. E qui va lodata la generosità del popolo di Dio, che, con il «senso della fede» sa sacrificarsi per aiutare il Papa nella sua carità universale verso i più poveri e indigenti, di ogni popo­lo e nazione.

Ricordiamo, a questo proposito, un altro significativo episodio capitato dinanzi alla chiesa di S. Stefano a Vienna. Alcune pie signore stavano raccogliendo le offerte per l' «Obolo di S. Pietro», quando arrivò un signore, il quale, ricusando di dare qualsiasi offerta, si volse invece a una mendicante lì vicina e le diede un vistoso biglietto di ban­ca, dicendo con sdegno: «Io preferisco aiu­tare i veri poveri, anziché, quelli che man­giano a bevono lautamente, e poi scorazza­no dove vogliono...». La mendicante, all'u­dire quelle parole, rimase interdetta per qualche attimo, poi prese subito il biglietto di banca e andò immediatamente a deporlo nel cestino delle offerte per il Papa, dicen­do: «Al Santo Padre!».

Ecco gli esempi degli umili, degli ulti­mi, dei più generosi di tutti, verso il Papa, a somiglianza dell'evangelica vedova dell' «obolo» (cf. Mc 12,42).



«Sacrificarsi per il Papa» [SM=g27998] [SM=g28002]

L'amore più grande è l'amore segnato e sigillato dal sangue. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i pro­pri amici» (Gv 15,13).

È parola di Gesù.

E questa parola divina di Gesù ha illu­minato e alimentato l'amore dei Santi verso il Papa, l'amore del popolo fedele al Suc­cessore di S. Pietro e Vicario di Cristo.

Tra i tanti esempi, basterebbe qui ricor­dare quello dell'ardente e intrepida S. Cate­rina da Siena, giovane e angelica vergine, con il suo «sviscerato» amore al «Dolce Cristo in terra», che la sostenne nelle lotte e nelle fatiche, nelle persecuzioni e nei lunghi viaggi fatti per andare dal Papa ad Avigno­ne e ricondurlo nella Città santa di Roma.

Ma non possiamo omettere anche l'e­sempio eroico di San Vincenzo Maria Stram­bi, Vescovo Passionista, che il Papa Leone XII volle vicino a sé, quale consigliere parti­colare. Quando il Papa cadde gravemente infermo, una notte S. Vincenzo venne avver­tito che il Papa stava per spirare e che desi­derava vederlo. Il santo Vescovo accorse subito al capezzale del Papa per assisterlo e confortarlo; ma, poco dopo, spinto da un'im­provvisa ispirazione, disse al Papa: «Vado a celebrare la S. Messa per la vostra guarigio­ne. Si faccia coraggio, Santità, perché c'è qualcuno che offre la sua vita per Voi».

Celebrò la S. Messa per gli infermi, con un fervore davvero insolito, unendo al Sacrificio di Gesù sull'altare il sacrificio della propria vita per la guarigione del Papa. E al termine della S. Messa gli si avvicinò il Segretario del Papa, che gli disse tutto giu­livo: «Il Papa sembra un altro... Il Papa sta assai meglio: sembra già guarito!».

Il Santo, tutto felice e grato al Signore, tornò dal Papa e gli assicurò che avrebbe continuato reggere la Chiesa per altri cinque anni ancora. E intanto, cinque giorni dopo, colpito da un improvviso infarto, S. Vincen­zo Maria Strambi, moriva quale vittima di sacrificio per il Papa.

Sicuramente sono stati e sono molti i Santi, conosciuti e sconosciuti, come pure molti fedeli nascosti, che hanno offerto la loro vita per il Papa. Impossibile ricordarli qui. Ci accontentiamo di riferire l'esempio del Servo di Dio P. Pio da Pietrelcina, nostro contemporaneo, Padre e maestro di una immensa famiglia di figli e figlie spirituali.

«Dì al Papa che io do con immensa gioia la vita per lui»: così mandò a dire P Pio al Papa Pio XII per mezzo del prof. Enrico Medi. E anche nell'ultima lettera della sua vita, scritta al Papa Paolo VI, Padre Pio rinnovava la sua generosa offerta della vita per il Papa e per la Chiesa.

Alla scuola di questi esempi dei Santi di ieri e di oggi, anche noi dobbiamo impa­rare ad amare il Papa, amare il Vicario di Cristo, amare Colui che ci «pasce» nei pascoli dell'unica Chiesa, per condurci al Regno dei cieli.


[SM=g27998] F I N E [SM=g27998]




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