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Il Purgatorio nella rivelazione dei Santi (con Imprimatur)

Ultimo Aggiornamento: 07/09/2009 14:51
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07/09/2009 14:41

CAPITOLO VII

STATO SOPRANNATURALE DELLE ANIME DEL PURGATORIO

Meriti e soddisfazione in Purgatorio


Prima di compiere il miracolo della guarigione del cieco nato (Cap. IX di S. Giov.), Gesù uscì in questa espressione: « Me oportet operari opera eius, qui mi­sit me, donec dies est: venit nox, quando nemo potest operari - Bisogna che io faccia le opere di chi mi ha mandato, fintanto che è giorno: viene la notte quando nessuno può operare » (Id. IX, 4). Il giorno di cui parla il Signore è la vita terrena, la notte la morte del corpo. Finchè si vive quaggiù, si può me­ritare per l'altra vita, tosto che giunge la morte, è preclusa la via dell'acquisto dei meriti. Appena mor­to, il povero Lazzaro fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo, mentre il ricco Epulone morì e fu tosto sepolto nell'Inferno (Luca, XVI, 19-22). « Coloro che vivono - scrive S. Girolamo - possono compiere opere meritorie, ma i morti nulla possono aggiungere ai meriti acquistati durante la vita terrena » (In Ec­cles., IX, 4). Il tempo della prova cessa col cessare della vita terrena e con lui il tempo utile per l'acquisto dei meriti. Il meritare è proprio solamente di quaggiù: in cielo gli atti soprannaturali non hanno valore meritorio; l'albero che ha raggiunto il suo pie­no sviluppo non cresce più. Tanto meno potrebbero avere valore soddisfattorio, perchè essendo compiuti in pieno possesso della felicità, manca loro l'elemento essenziale dello sforzo o del sacrificio, da cui sorge la virtù soddisfattoria. Nel Purgatorio neppure ha luogo il merito; la virtù soprannaturale è arrestata nel suo sviluppo finale e come rappresa. Una soddisfa­zione si dà, ma questa è inalienabile ed è assorbita per l'intero nell'espiazione dovuta a Dio da chi vi pena; questa non soddisfa nè può soddisfare che per se medesimo. Al momento in cui, pagato il debito, potrebbe essere in grado di donare della propria so­vrabbondanza, lo investe la gloria che rende impossi­bile ogni opera soddisfattoria » (J. A. Chollet, 1 no­stri Defunti, pag. 270)



Scienza delle anime del Purgatorio

La mente conserva tutta la sua attività in Pur­gatorio; l'intelligenza ha anzi un campo più aperto al sapere e una considerevole mèsse di cognizioni vi matura. E prima di tutto vi si raccoglie la messe dei ricordi. Difatti, come abbiamo dimostrato parlando degli eletti, anche nel Purgatorio si conserva la fa­coltà della memoria. Per qual ragione invero potreb­be essere soppressa? L'anima ha recato, seco, anzi mantiene in se stessa le tracce della sua vita terrena ogni giorno è descritto sulla pagina della coscienza a caratteri incancellabili, come sopra un foglio che non può perire; ogni pensiero, ogni volere, tutte le pa­role, tutte le azioni vivono nella memoria. Bisogne­rebbe che l'anima si separasse da se stessa e cambiasse la propria essenza, se dovesse distruggere ogni resi­duo della vita passata » (Op. cit., pag. 157).

Dopo la condanna da parte del Papa Leone X della dottrina di Lutero, che riteneva essere incerte le ani­me del Purgatorio della loro eterna salvezza, tutti i teologi sono d'accordo nell'insegnare, e la dottrina è certa, che le anime purganti sono sicure della loro salute eterna, ed è probabile che esse conoscano altresì la durata della loro medesima pena, come siamo indotti a credere dalle molte rivelazioni a questo pro­posito. Del resto quando l'anima è stata giudicata, ci sembra naturale che Iddio le faccia conoscere la sua sentenza. La durata della pena potendo variare da un tempo minimo a lunghissimi anni, non vedia­mo come mai il divin Giudice dovrebbe ritenersi come un segreto una cosa di sì grande interesse per le anime.

Ora ci possiamo domandare quale conoscenza ab­biano le anime del Purgatorio delle cose di questa terra. Conoscono esse le nostre condizioni, sono al corrente di quanto facciamo per loro! Ecco come ri­sponde lo Chollet: « Fra le fiamme o nella luce del cielo, in Purgatorio o in Paradiso, l'anima possiede la stessa natura mantiene colla terra gli stessi rap­porti di conoscenze se gli avvenimenti di questa vita possono essere noti agli abitatori del cielo, lo soro ugualmente per gli eletti trattenuti in Purgatorio.

Quelli che noi abbiamo perduto e che piangiamo, non ci hanno del tutto abbandonato. Divenuti imma­teriali, non essendovi per loro questione alcuna di luogo o di distanza, essi ci sono vicini; fatti chiaro­veggenti, poichè non ha luogo per essi questione al­cuna di ostacolo a conoscere o di ignoranza, ci rico­noscono, ci seguono in ogni passo, e con la delica­tezza d'un amore che diviene sempre più puro, col­l'attenzione d'uno sguardo che si fa sempre più chia­ro, ne circondano della loro sollecitudine e affezione. Come volentieri farebbero passare in noi quell'ardore di carità che li divora e li trasporta, quella sicurezza della salute che li fa beati! (Op. cit., pag. 163).

Come si vede, il chiaro autore ammette che le ani­me del Purgatorio abbiano una conoscenza diretta degli avvenimenti di questa vita; altri autori, come il Suarez, risolvendo diversamente altre questioni stret­tamente unite con la presente, ammettono che le ani­me purganti siano si al corrente degli avvenimenti di quaggiù, ma indirettamente, essendone informate dai loro Angeli custodi.

Inoltre in Purgatorio si conosce lo stato delle anime dannate. « Nulla impedisce alle anime purganti di spingere l'occhio spaventato nelle profonde, eterne, disperate tenebre dell'Inferno. Anche i dannati e i demoni sono sostanze immateriali, oggetto per conse­guenza della cognizione di ogni intelligenza spiritua­le. Qualunque spirito può vederli, riconoscerli; essi nell'onta del proprio supplizio sono sempre uno spet­tacolo agli occhi degli abitatori del Purgatorio e del Cielo. L'anima purgante osserva dunque l'anima dannata e confrontando il proprio col supplizio di quella, attinge da tal considerazione un sentimento di sicu­rezza per se medesima, di riconoscenza verso Dio, di orrore sempre più vivo per il peccato che ha acceso e mantiene quella doppia fornace della giustizia di­vina (Op. cit., pag. 162).

Alla domanda, in ultimo, se le anime del Purgato­rio conoscano i futuri contingenti, rispondiamo che possono conoscerli soltanto se Iddio li comunica loro, ma mai di scienza propria. L'esame delle rivelazioni ci fa conoscere che qualche volta Iddio ha messo a conoscenza delle anime purganti i futuri contingenti. La regina Claudia, moglie di Francesco I di Francia, apparsa alla beata Caterina Racconigi, le annunziava che i francesi, capitanati dal loro Re, sarebbero scesi in Italia, e che il Re sarebbe stato vinto e fatto pri­gioniero a Pavia; come difatti avvenne pochi mesi dopo.



Le anime del Purgatorio sono sante

Passando ora dall'ordine intellettuale a quello mo­rale, possiamo affermare che le anime del Purgatorio sono sante. « in Christo quiescunt », « dormiunt in sommo pacis ». Questo contro la tesi di Lutero, che voleva le anime del Purgatorio in stato di continuo peccato. E non solo esse sono sante, ma la loro san­tità è eternamente durevole, perché sono confermate in grazia e si trovano nella felice impotenza di peccare, potendo nello stesso tempo esercitare le più belle virtù cristiane. « Allorchè l'anima entra nel Purgatorio per la ragione che essa vi giunge in unione con Dio, ed oltre a ciò apprende per l'intelligenza imme­diatamente e in un colpo d'occhio i rapporti di tutte le cose col loro Creatore, aderisce irrevocabilmente a Dio e a tutto quello che di divino si riscontra nelle creature. Ella non può più non amare Iddio, non pre­ferire le virtù che conducono e piacciono a lui, non, accettare i suoi comandamenti, non amare in sè l'o­pera e la creatura di Dio, non amare il prossimo in cui è l'immagine di Dio » (Chollet, I nostri defunti, parte II, cap. III). Questo che andiamo affermando sembra paralizzare la libera volontà dell'anima umana ddpo la morte del corpo, dal momento che le è tolta ogni scelta tra bene e male, tra virtù e peccato, tra più perfetto e meno perfetto, tra la scelta di un mezzo a preferenza di un altro. Riflettiamo, e ogni dubbio sarà dissipato.

"La volontà è la facoltà del bene, nè può volere che il bene; e quando pure si volge al male lo ap­prende come bene e come vantaggio; che sebbene falso questo bene e questo vantaggio, e semplice­mente apparente, solo a motivo di questa sua appa­renza la volontà vi si attacca. Nel Purgatorio invece l'intelligenza è rischiarata e vede le cose tali quali sono; il male è male, il bene è bene davanti ad essa; ogni velo è strappato e le false apparenze del bene a quella luce si dileguano; la nebbia seduttrice che na­sconde il male che produce come una vertigine nello spirito, che fa cedere la volontà, è dissipata. La vo­lontà che di sua natura è facoltà di scegliere fra le varietà dei beni che le sono proposti, non può volgersi più a cose che sono fuori dell'orizzonte del be­ne; non può scegliere più il male, giacché non le si presenta ormai che come male».

«Dov'è dunque la diminuzione della libertà? Non è questa condizione piuttosto un miglioramento del libero arbitrio, un'elevazione della volontà, che è po­sta nella impossibilità di sbagliare? E' forse più per­fetto l'occhio, perché può coprirsi con le palpebre e non veder più, ovvero perché può essere avvolto nel buio o paralizzato nella sua attività visiva?... Un oc­chio cui sia permesso di non vedere, è preferibile certamente a quello che può essere eclissato. Nello stesso modo la volontà che non può volere se non il bene vero, è più perfetta di quella che può attaccarsi al male e subire così delle fatali eclissi».

Del resto, Dio pure è libero, infinitamente libero, anzi è la libertà essenziale; e tuttavia tanto meno che alle anime del Purgatorio gli è possibile volere il male o l'imperfezione. Diciamo dunque che nel Purgatorio le anime godono di una libertà superiore, somiglian­te, nei limiti che convengono alla creatura a quella stessa di Dio. Questa libertà si esercita nella scelta dei beni reali, e fra gli atti d'amore verso Dio; nelle pa­role adatte a testificarglielo, negli slanci che confer­mano il pentimento, nelle grazie domandate per gli amici loro lasciati nell'esilio, che è dovere di soccor­rere. Vasto è il campo adunque che resta alla libertà, il cui pregio è conservato ed anzi moltiplicato » (Idem).

Le virtù teologali sono naturalmente praticate dalle anime del Purgatorio, e in grado eminente. Praticano la fede, non essendo ancor giunte a quel termine, nel quale le ombre della fede si dissipano alla chiarezza dell'eterna luce. Hanno la virtù della speranza, anzi essa possiamo chiamarla virtù del Purgatorio per ec­cellenza. Prive attualmente del cielo, anelano di pos­sederlo al più presto, attendono con santa impazienza il giorno in cui vedranno schiudersi le porte del Pa­radiso. Conoscendo poi a perfezione le gioie della ca­rità, come non potrebbero non amare Dio di tutto cuore? Chi potrà dire gli atti di amore purissimo che in ogni istante si sollevano da quelle fiamme, e che compensano ampiamente per la gloria di Dio le grida di rabbia, che di continuo emettono i dannati nell'in­ferno? Un'anima del Purgatorio rivelò un giorno a un santo religioso esser solita di fare continuamente i tre seguenti atti di amore:

- O mio Dio, datemi l'amore di cui bruciano i Serafini!

Datemi ancor di più: l'amore, cioè, di cui avvampa il cuore della SS. Vergine!

O mio Dio, fate che io possa amarvi di quell'amore di cui voi amate voi stesso!

Ma ascoltiamo a questo proposito gli ammirabili insegnamenti di S. Caterina da Genova. «Io rilevo, essa dice, una conformità così grande fra Dio e l'ani­ma del Purgatorio, che per ricondurre questa alla sua purezza originale il Signore le imprime un movimen­to d'infocato amore attrattivo, sufficiente per annichi­lirla se non fosse immortale. Quest'amore e quest'at­trazione unitiva agiscono continuamente e potente­mente su di lei, tanto che se essa potesse scoprire un altro Purgatorio più terribile di quello in cui si trova, vi si precipiterebbe volentieri, spinta vivamente dalla impetuosità di quell'amore, e questo affine di liberarsi più presto da tutto ciò che la separa dal sommo Be­ne » (Tratt. del Purg., capo 9).

Possiamo quindi ritenere che le anime del Purgatorio praticano le virtù della fede, della speranza e della carità in grado eminente: il che per noi poveri peccatori così tiepidi e fiacchi, deve riuscire di grande consolazione.

Quanto abbiamo detto delle virtù teologali, si può ripetere delle virtù morali: rassegnazione alla divina volontà, gratitudine, spirito di orazione, amore del prossimo, pazienza, umiltà, ecc.

A proposito della rassegnazione alla divina volon­tà, S. Caterina da Genova scrive: «Queste anime vi­vono così intimamente unite alla volontà di Dio, e sì completamente trasformate in essa, che sono sempre soddisfattissime di quanto da lei è sapientemente di­sposto».

«Le anime del Purgatorio non hanno elezione pro­pria; esse possono volere e disvolere solo quello che Dio vuole o non vuole. Esse accettano di buon grado tutto ciò che Dio loro dà, e né i piaceri nè le pene fanno loro esaminare come vengano e perchè venga­no» (Tratt. del Purgatorio, capi 13 e I4).

Questa completa ed eroica rassegnazione alla vo­lontà di Dio, la quale pena non esclude in esse una continua e perfetta contrizione per le offese fatte ad un Signore sì grande e buono, va unita per solito alla più profonda umiltà. Il P. Faber dice che sebbene molti Santi abbiano avuto in questo mondo più amore per Iddio che non molti Beati del cielo, il più gran santo della terra pera non è mai arrivato al grado di umiltà delle anime del Purgatorio.

A Dole, nella Franca-Contea, nel 1629 un'anima del Purgatorio, apparsa ad un malato per 40 giorni continui, si pose al suo servizio, venendo due volte il giorno a visitarlo e prestandogli tutte quelle cure che il più fido domestico gli avrebbe potuto prodigare. Un giorno l'infermo commosso e riconoscente per tanta bontà le domanda chi ella fosse, che sì caritate­volmente lo assisteva. - Io sono, rispose quella, la tua defunta zia Leonarda Colin che morì 17 anni fa lasciandoti erede del suo patrimonio. Per misericor­dia di Dio e per grazia della SS. Vergine, verso la quale ebbi in vita una tenera divozione, mi trovo in luogo di salute. Il Signore mi ha ora permesso di venire presso di te a servirti per 40 giorni, dopo i quali io sarò liberata dalle mie pene se tu farai tre pellegrinaggi a tre diversi santuari di Maria Santis­sima. - Il malato dubitando della realtà dell'appari­zione volle consultarne il confessore, e dietro il con­siglio di questo, dopo avere inutilmente sperimentato le invocazioni e gli esorcismi della Chiesa, fece alla defunta quest'obbiezione: - Come è possibile che voi siate la mia zia Leonarda, la quale in vita era irascibile e severa, mentre vi veggo così mite, così compiacente e piena di pazienza? - Ah! mio caro nipote, rispose l'anima, diciassette anni di Purgato­rio son più che adatti ad insegnare la pazienza, la dolcezza e la tolleranza dei difetti del prossimo! E poi non siamo noi confermate in grazia e contrassegnate coll'impronta degli eletti, e quindi incapaci di più peccare? (V. Teofilo Raynaud, Heterocliti spiritus, pars II, sect. III, cap. 5).

E siccome la carità verso Dio va sempre accompa­gnata all'amore del prossimo, le anime del Purgato­rio godono del bene degli altri, nè, per esempio, provano invidia per la sorte di quelle loro compagne che, più felici di loro, stanno per finire il tempo della prova, ma anzi se ne rallegrano e fanno festa quando le vedono salire al cielo. Specialmente poi verso viventi esse esercitano la bella virtù della carità. San­ta Caterina da Bologna quando voleva ottenere qual­che grazia speciale si rivolgeva alle anime del Pur­gatorio, sicura di esserne esaudita, e diceva anzi che molte grazie che dai Santi del Paradiso aveva implo­rato invano, le ricevette poi sempre per intercessione delle anime del Purgatorio. Racconta il Baronio che un tale, il quale in vita era stato devotissimo di quelle anime, assalito in punto di morte da forti tentazioni, e ormai disperato della sua eterna salute, vide com­parirsi davanti buon numero di spiriti celesti, i quali gli dichiararono di essere venuti a liberarlo da quel pericolo e condurlo in cielo per gratitudine della de­vozione da lui avuta verso di loro mentre erano in Purgatorio.

«Or sono circa 20 anni (il libro da cui togliamo il racconto fu stampato nel 1929), così racconta un pio e dotto gesúita, già Professore dell'Università di Georgetown in Columbia, io accompagnavo un certo numero di membri molto ragguardevoli della nostra Compagnia. I Padri portavano preziosi documenti, il denaro per il viaggio, l'obolo di S. Pietro e preziosi doni per le opere della Compagnia. Noi dovevamo valicare gli Appennini e non ignorando come le gole di quei monti fossero infestate da banditi, avevamo avuto cura di scegliere un cocchiere onesto. Prima di partire era stato stabilito che ci saremmo messi sotto la protezione delle Anime del Purgatorio, recitando ogni ora un «De Profundis». Luigi, il cocchiere, aveva ricevuto la consegna di battere, in caso di pe­ricolo, tre colpi distinti sull'imperiale della vettura, col manico della frusta.

«Per tutto il giorno viaggiammo tranquillamente, non soffermandoci se non per prendere, noi e i nostri cavalli, il necessario nutrimento. Al crepuscolo erava­mo giunti sulla vetta di un'atta montagna. Assorti nella contemplazione della bella e selvaggia natura, fummo chiamati alla realtà da tre colpi sulla coper­tura della carrozza. Prima che avessimo avuto il tempo di interrogare Luigi, questi aveva somministrato ai cavalli delle frustate così vigorose, che i medesimi precipitandosi con vertiginosa rapidità, po­co mancò che non ci gettassero fuori della vettura. Demmo un'occhiata all'infuori e con meraviglia, non scevra di orrore, scorgemmo sui due lati della via una dozzina di banditi armati di fucili in atto di tirare. Ma, caso strano, li vedemmo altresì restare immobili nel loro minaccioso atteggiamento, al pari di statue, sino a che non apparvero più ai nostri occhi che quale punto impercettibile sull'orizzonte.

«Nessuno di noi aveva fiatato, ma tutti ci eravamo internamente raccomandati all'Onnipotente. Alla fine il cocchiere potè fermare i cavalli, bianchi di schiuma e così ansanti, che ci parve impossibile di vederli riprender lena.

«Un miracolo! - esclamò Luigi, - facendosi il se­gno della croce. - Che Iddio e la Madonna ne siano lodati! Ve lo assicuro, Padri miei, è un miracolo se non siamo morti!

« - È vero, disse il Superiore, siamo stati oggetto di una particolare protezione della Divina Provviden­za, e ne dobbiamo ringraziare Iddio con tutto il no­stro cuore.

« - Ve lo garantisco, rispose bruscamente Luigi erano uomini terribili! Non ho mai visto sguardi più feroci.

« - Allora, interruppe il Superiore, sarà bene di proseguire il viaggio appena i cavalli potranno cam­minare. Dovrete poi cambiarli prima di giungere al luogo ove dobbiamo fermarci ?

« - Non occorre; e poiché i banditici sono alle cal­cagna, il meglio che ci resti da fare è quello di avan­zarli quanto più si può.

« - Ebbene, disse il Superiore rivolto a noi nel mentre riprendevamo posto nella vettura; domani ognuno di noi celebrerà la Messa in rendimento di grazie. - Tutti acconsentimmo ben volentieri.

«Due anni dopo, trovandomi al Collegio Romano, fui chiamato per disporre alla morte un povero con­dannato. Visitai il detenuto molte volte... Per meglio guadagnarlo a Dio feci sembiante di ascoltare con interesse gli aneddoti della sua vita di brigantaggio: Un giorno nel quale mi parlava dei suoi ultimi anni, fui non poco meravigliato, udendo raccontare l'epi­sodio medesimo, che forma il soggetto di questa sto­ria. Nel riandare il fatto da me narrato, ei mi spiegò come sul punto d'impadronirsi della nostra vettura, tanto egli che i suoi compirci si sentirono rattenere le braccia da una forza invisibile e irresistibile. Allora svelai al mio penitente come io fossi uno di quelli cui la Provvidenza aveva sottratto a quel pericolo e gli partecipai la nostra promessa di recitare ogni ora un « De profundis » per le anime del Purgatorio, le quali certamente compensarono in tal guisa la nostra carità a loro riguardo. Egli cadde ginocchioni, pianse a lun­go amaramente, e in fine mi chiese perdono.

Lo preparai alla sorte spaventevole che lo atten­deva, ed ho quasi la certezza ch'egli morisse in pace con Dio. Mi concesse volentieri, su mia richiesta, il permesso di raccontare i particolari di questa ultima parte della mia storia.

«Così il pio Gesuita, che non lasciò occasione di narrare questo prodigio delle Anime Sante del Pur­gatorio ». (Mons. Alfredo Vitali, Il Mese di Novern­ bre, Roma 1929)..

Tali sono le virtù praticate in Purgatorio, tale è lo stato di quelle anime confermate in grazia, incapaci di peccare, adorne delle più belle virtù in grado sl sublime, a cui pochi Santi sono arrivati durante la loro vita. Dice il P. Faber, che se il dolore soppor­tato in silenzio, con rassegnazione e dolcezza è spet­tacolo ammirabile sulla terra, in quella regione deso­lata e penante della Chiesa dovrà essere mille volte più edificante e meraviglioso, poichè laggiù ciascuno è muto e silenzioso nei suoi patimenti, non emette un grido, nè una mormorazione, come Gesù nella sua passione divina. L'amore verso Iddio e verso Maria si manifesta in quelle anime con tali trasporti inau­diti di rassegnazione, che il trono della Vergine sem­bra brillare in quelle tenebre come l'astro della notte, e diffondere la sua luce dolcissima su quella plaga del dolore; gli angeli fanno scintillare per quell'aere buio le loro ali d'argento, e la faccia divina e soavis­sima di Gesù, quantunque materialmente invisibile, è sempre presente all'intelletto di quelle eroine.



CAPITOLO VIII

LE GIOIE DEL PURGATORIO

Motivi di conforto nella pena


A chi domanda se insieme a tanto dolore può es­servi gioia e conforto in Purgatorio, risponderemmo volentieri col Poeta, rapito dal canto di Casella

Lo mio Maestro, ed io, e quella gente Ch'eran con lui, parevan sì contenti Com'a nessun toccasse altro la mente. (Purg., II, 115, segg.).

Se il solo canto di Casella bastava a ricolmar di gioia le anime dei trapassati, condannate alle pene del Purgatorio, cosa dovremmo dire di altri e assai più forti motivi che quelle anime hanno di rallegrarsi? Gli autori che trattano del Purgatorio si dividono in due schiere, a seconda del modo sotto cui conside­rano quel carcere di dolore. Gli uni, dominati dal­l'idea di allontanare gli uomini dal peccato spaven­tandoli, hanno insistito sul rigore dei castighi mo­strandoceli simili in tutto a quelli dell'Inferno, salvo la disperazione dell'anima e la eternità delle pene; gli altri, più sensibili dal lato morale, si sono occu­pati specialmente dei sentimenti dai quali son domi­nate quelle anime in mezzo alle loro indicibili soffe­renze, e sotto questo rapporto dimostrano tutto esser luce in quel baratro del dolore. Tuttavia, non poten­do concludere da tutto ciò che fra gli autori vi sia contraddizione, per formarsi un'idea esatta di quel re­gno del dolore, bisogna considerarlo contemporanea­mente sotto ambedue i rapporti, facendo la sintesi di essi e trattandoli insieme esaurientemente. Noi abbiamo già parlato a lungo delle pene, ora rimane a trat­tare delle gioie del Purgatorio.



Confermati in grazia

La prima gioia di quelle anime è di sentirsi confermate in grazia, e quindi sicure della loro eterna salute e nella felice impotenza di più peccare, mentre per un'anima veramente cristiana, finche vive su que­sta terra, non v'è croce più pesante che l'incertezza della sua eterna sorte. Angosciosa incertezza, che amareggia la vita quaggiù, e fa sospirare il giorno in cui - a Dio piacendo - sarà dissipata, mentre contemporaneamente fa temere quel giorno, che può rappresentare il principio di una tremenda certezza! Quando noi in una meravigliosa notte stellata solle­viamo gli occhi alla volta celeste, che, secondo l'e­spressione del Salmista; non è che lo sgabello del trono di Dio, e pensiamo che oltre quegli spazi senza limiti vi è il trono del Signore, il soggiorno di Gesù, della Vergine e dei Santi, e che là dovrebb'essere il nostro posto assegnatoci fin dal giorno del battesimo, e là dovremo un giorno vivere eternamente felici con Dio e co' suoi Santi, sentiamo sollevarci lo spirito e il povero nostro cuore struggersi dal desiderio e dal­l'amore; ma mentre pregustiamo di quelle gioie, ecco una voce che dall'intimo della coscienza ci grida che forse non arriveremo lassù, che forse non saremo fe­deli in tutta la nostra vita, forse non persevereremo nel bene e quindi demeriteremo quel gran premio? Oh! come allora il cuore ci si stringe e quanta ama­rezza proviamo in mezzo a questo dubbio! Allora la nostra mente scende ad investigare la coscienza, e scoprendo tanti falli che commettiamo ogni giorno per quella tendenza malvagia, che è insita nell'uomo, sia­mo costretti a dubitare della nostra sorte futura: e dire che se arriveremo a salvarci sarà solo in grazia della misericordia infinita di Dio. Per le anime purganti invece la cosa va ben diversamente: per loro tutto è finito e finito felicemente. Sanno di scontare la pena dei peccati passati, sanno che non peccheranno mai più, hanno la certezza che il loro avvenire è assicu­rato e che, spente un giorno quelle fiamme espiatrici, incomincerà per loro l'eterna beatitudine. Questa gioia vera e sublime deve compensare largamente tutte le pene di quel carcere, e diremo col P. Faber, che vorremmo occupare uno degli ultimi posti in quel sog­giorno di sicurezza, piuttosto che fruire di tutti i go­dimenti incerti e fallaci di questo mondo. La storia della Chiesa di Polonia ci fornisce un episodio, di cui alcuni particolari comprovano quanto stiamo asserendo. Nell'anno 1070 era vescovo di Cracovia San Stanislao, contro il quale il principe Boleslao aveva mosso un'accanita persecuzione. Fra l'altro l'iniquo principe riuscì ad eccitare contro il santo Vescovo gli eredi di un certo Pietro Milés, che era morto tre anni prima lasciando una delle sue terre alla Chiesa. Co­desti eredi, sicuri dell'appoggio del Re, intentarono un processo al Santo, e avendo subornato o intimidito i testimoni, ottennero che Stanislao fosse condannato alla restituzione del terreno. Il Santo vedendosi man­care la giustizia degli uomini si appellò allora fidu­ciosamente a quella di Dio, e fatta sospendere la con­danna, promise che avrebbe fatto comparire come te­stimonio il defunto testatore che da tre anni giaceva nella tomba. Infatti, dopo tre giorni di digiuni e di supplicazioni, il santo Vescovo recatosi con tutto il clero sulla tomba di Pietro Milés, ordinò che venisse aperta; ma rinvenute, come era da prevedersi, solo poche ossa, fra un mucchio di polvere, gli avversari ne gioivano tenendosi sicuri della vittoria, quand'ecco il Santo ordinare al cadavere di sorgere in nome di Colui che è risurrezione e vita. Ad un tratto quelle ossa si avvicinarono, si riunirono, si ricoprirono di carne, e al cospetto della moltitudine stupita fu ve­duto il morto, tenendosi per mano al Vescovo, andare dinanzi a Boleslao e certificare la verità della fatta donazione, confondendo in tal modo quei malvagi che si credevano già sicuri del trionfo. Ma quel che più si affà al nostro argomento è la seguente circostanza. Quando Pietro Milés ebbe fatto la sua deposizione, avendogli domandato S. Stanislao se preferisse di ritornar nella tomba o di vivere ancor qualche anno in questa terra, rispose che sebbene a cagione de' suoi numerosi peccati si trovasse in Purgatorio, dove mol­to soffriva, amava meglio di tornare a morire piut­tostochè restare in una vita così miserabile, nella qua­le potrebbe sempre correr pericolo di dannarsi eter­namente. Indi implorate le preghiere del santo Ve­scovo onde più presto potesse esser libero da quel carcere, e ricondotto processionalmente alla sepoltura, il suo corpo ritornò nello stato primiero. Questo esem­pio mostra come un'anima, anche dopo avere speri­mentato i supplizi del Purgatorio, preferisce questi all'incertezza in cui siamo di salvarci finchè viviamo su questa terra.



Il conforto dell'espiazione

La seconda gioia che provano le anime del Purga­torio è quella dell'espiazione. Per comprenderla adeguatamente bisogna avere provato almeno una volta un vero pentimento delle proprie colpe, perchè allora soltanto si prendono a cuore gl'interessi della giustizia di Dio oltraggiata per tanto tempo, allora soltan­to il penitente non contento di sopportare cristiana­mente le pene e i dolori quotidiani della vita, che devono servire a supplire alla penitenza sacramentale, si fa da se stesso esecutore della divina giustizia. Allora appariscono le discipline, i cilizi e tant'altri strumenti di mortificazione che han fatto stupire il mondo assai più che le raffinate voluttà del pagane­simo; e quando pure il cristiano abbia così castigato il suo corpo e mortificato i suoi sensi, deplorerà an­cor sempre di non aver fatto abbastanza per pacifi­care la collera divina. Questo spirito di penitenza che induce l'uomo a farsi giustizia da sè ed espiare con gioia i propri falli, questo bisogno innato di ve­dersi purificato dalle colpe e riabilitato davanti a Dio e davanti alla propria coscienza, esiste nel Purgato­rio in un grado molto superiore a quello dei peni­tenti di questo mondo, e con ciò si spiega come quelle anime sante divorate dal desiderio di espiare i loro peccati, provino gioia nei loro stessi supplizi. Ma la­sciamo che parli a tal proposito S. Caterina da Ge­nova, la quale sull'argomento delle gioie del Purga­torio ha ricevuto tante speciali illustrazioni. – “Io vedo, essa dice, quelle anime stare nelle pene del Pur­gatorio col riflesso di due motivi. Il primo è che pa­tiscono volentieri quelle pene, e sembra loro che Dio abbia usato ad esse gran misericordia, considerando quelle maggiori che meritarono, e conoscendo la grandezza e santità di Dio, poichè, se la sua bontà non temperasse la giustizia colla misericordia (soddi­sfacendola col prezioso sangue di Gesù Cristo), un solo peccato meriterebbe mille perpetui inferni; e per­ciò patiscono questa pena così volentieri, che non vor­rebbero vederla diminuita di un solo minuto, cono­scendo giustamente di meritarla ed essere essa bene ordinata. L'altro motivo è il vedersi nell'ordinazione di Dio e l'ammirare ciò che l'amore e la misericordia divina operano verso di loro. Queste due viste Iddio le imprime in quelle menti in un istante, e siccome sono in grazia, l'intendono e capiscono secondo la loro capacità, e ne riportano gran contento, il quale non manca mai, anzi va crescendo tanto in loro, quanto più si approssimano a Dio. E quelle anime non lo provano in loro, nè per loro, ma in Dio, nel quale sono più assai intente che nelle pene che sof­frono, e del quale fanno assai più stima senza com­parazione; poichè la più piccola intuizione che si pos­sa avere di Dio eccede ogni pena ed ogni gaudio che l'uomo possa immaginare, e benchè la ecceda non leva loro però una scintilla di gaudio o di pena. In tal modo le anime del Purgatorio accettano con gioia i loro tormenti, perchè così purificandosi e trasfor­mandosi veggono avvicinarsi il momento in cui an­dranno a goder Dio nel cielo. Quando l'anima si tro­va in via di ritornare a quel suo primo stato, tanto è il desiderio di doversi trasformare in Dio, che quel­l'istinto acceso ed impedito forma veramente il suo Purgatorio. Non credo, dice la stessa, che si possa trovare contentezza da paragonare a quella di un'a­nima del Purgatorio, eccetto quella dei Santi del Pa­radiso: questa contentezza va crescendo di mano in mano che si va consumando l'impedimento dell'in­flusso di Dio. Come un oggetto coperto non può cor­rispondere alla riverberazione del sole, non per difetto del sole che di continuo risplende, ma per l'ostacolo della copertura; così la ruggine delle anime, cioè del peccato, si va consumando col fuoco del Purgatorio, il quale quanto più consuma tanto più fa corrispon­dere l'anima al vero sole che è Iddio, e quindi tanto più fa crescere la contentezza; così l'uno cresce e l'al­tro manca, finchè sia finito il tempo della prova. E non solamente quelle anime accettano con gioia i loro tormenti, ma se la giustizia di Dio lo permettesse, desidererebbero di soffrire ancor di più, e se potes­sero purgarsi per contrizione, in un istante paghe­rebbero tutto il loro debito, tale è l'affocato impeto di dolore che loro verrebbe, e questo pel chiaro lume che hanno della gravità di quell'impedimento, il qua­le non le lascia congiungere col loro fine ed amore che è Dio”.



Il conforto dell'amore

Finalmente la terza gioia delle anime purganti è quella dell'amore. L'amore rende ogni cosa facile ed ogni sofferenza sopportabile. Ubi amatur non labo­ratur, aut si laboratur, labor amatur, scrisse S. Agostino. Malgrado l'imperfezione e la miseria del no­stro povero cuore, noi arriviamo a comprendere questa verità anche sulla terra. Chi non ha amato alme­no una volta in vita sua, e chi nelle gioie di un amore - corrisposto non ha sognato immolazione e sacrificio intero fino alla morte? - Quale è quel sacerdote che nelle gioie del suo ministero sublime non ha invi­diato la sorte del martire che dà a Dio in testimo- nianza d'amore il proprio sangue? Soffrire per espia­re, soffrire per testimoniare il proprio amore, sono i due poli della vita cristiana, disse Lacordaire. E que­sto duplice sentimento si trova in Purgatorio. Aven­do già parlato delle gioie dell'espiazione, diremo ora delle gioie pure ed intime dell'amore, ed affinchè le espressioni siano adeguate al sentimento, lasciamo parlare l'ardente eroina Santa Caterina da Genova, fedele interprete dei sentimenti delle anime purganti. « Io vedo, essa dice, che questo Iddio d'amore, lan­cia sulle anime certi raggi infuocati così penetranti che annienterebbero, se ciò potesse essere, non solo il corpo ma perfino l'anima. Esse poi provano una gioia sì grande nel vedersi interamente affidate alla volontà di Dio, che compie su loro tutto ciò che a lui piace e come meglio piace, che al loro spirito non si pre­senta mai un pensiero capace di aumentare le loro sof­ferenze, e solamente vengono l'operazione della divi­na bontà e quella ineffabile misericordia che usa Dio verso l'uomo, facendo che il Purgatorio gli serva di strada, per condurlo a lui. Quanto a ciò che può tor­nare a loro interesse, o pena o bene che sia, è loro assolutamente impossibile di fermarvi lo sguardo, im­perocchè se ciò potessero, la loro carità non sarebbe più cosa pura. Quelle anime poi hanno una volontà in tutto conforme a quella di Dio; così Dio nella sua bontà fa sentire loro l'amore infinito che per esse nu­tre, per cui dal lato della volontà, sono veramente e completamente felici. E nondimeno soffrono orribil­mente, poichè l'amore non vale ad impedire che sen­tano di soffrire. Anzi il loro amore verso Dio si con­verte in istrumento di sofferenza, perchè possedute come sono dal desiderio di vederlo e di unirsi a lui, tanto più soffrono quanto più quella vista e quell'u­nione vengono ritardate.

« Perciò questo ritardo che trovano le anime ca­giona loro pena intollerabile; poichè mentre dalla grazia sono loro mostrate quelle perfezioni, non potendole esse raggiungere, e sapendo tuttavia di esser destinate a possederle, ne soffrono immensarnente. La stima ch'esse hanno di Dio cresce in relazione della conoscenza che ne hanno, e questa conoscenza au­menta a misura che l'anima si spoglia dei residui del peccato. L'anima dunque è felice in questo sta­to, ma felice come il martire sul rogo, felice di una felicità tutta pura, tutta soprannaturale, e che il mondo non può arrivare a comprendere. Come il marti­re, prosegue a dire la Santa, che si lascia uccidere prima di offender Dio, sente dì morire, ma disprezza la morte per lo zelo che il Signore gli dà; così l'ani­ma conoscendo le disposizioni di Dio a suo riguardo, stima più queste che tutti i tormenti interiori ed este­riori per terribili che possano essere, e questo perchè Dio, pel quale essa agisce così, eccede infinitamente ogni cosa che sentire e immaginare si possa. E poi­chè l'occupazione che Dio dà all'anima di sè la tiene tanto assorbita nella contemplazione della sua mae­stà, avviene che l'anima d'altro non può fare stima, d'altro non può curarsi che di lui ». - Or che do­vremo concludere da tutto ciò? Forse che dovremo vi­vere spensieratamente senza preoccuparci della nostra sorte avvenire? Giammai, perchè questo sarebbe un disprezzare e contraddire gli avvertimenti de' Santi. Finiremo dunque con quell'ardente esortazione che S. Caterina da Genova rivolge a tal proposito a tutti gli uomini che vivono nel mondo: «Vorrei, essa dice, poter gridare sì forte, che tutti gli uomini che sono sopra la terra mi udissero e si spaventassero, e vorrei dir loro; Oh miseri! perchè vi lasciate così accecare da questo mondo, da non pensare a premunirvi da quelle grandi e crudeli necessità nelle quali vi trove­rete in punto di morte? Voi vi credete al coperto sotto la speranza della misericordia di Dio, la quale dite essere tanto grande; ma non vedete che appunto tanta bontà di Dio vi aggraverà nel giudizio? Miserabili! Voi agite contro la volontà d'un tanto buon Signore. La sua bontà vi dovrebbe consigliare a sottomettervi a tutti i suoi comandi e a non disubbidirgli colla spe­ranza del perdono, poiché la sua giustizia non potrà mancare, ma bisognerà che in un modo o nell'altro sia soddisfatta pienamente. Non vi illudete dicendo: io mi confesserò, guadagnerò un'indulgenza plena­ria, sarò in quel punto purgato da tutti i miei peccati, e così andrò salvo. Pensate che la confessione e con­trizione tanto necessarie per guadagnare tale indul­genza, sono così difficili ad aversi, che se lo sapeste appieno, tremereste dalla paura e sareste più certi di non averle che di poterle guadagnare».



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